di Annalisa Piermattei
Scrivere di fatti che toccano così profondamente la sfera emotiva personale non è mai semplice, eppure, dopo aver ascoltato e letto numerose analisi su quanto accaduto a Torino, sento il dovere di intervenire nel dibattito pubblico anche alla luce della conoscenza diretta dei genitori e del giovane agente abruzzese brutalmente aggredito.
Le immagini del pestaggio, trasmesse in diretta e viste anche dai familiari, hanno scosso l’opinione pubblica nazionale e colpito in modo particolare la comunità di Catignano, il mio paese, il paese in cui Alessandro Calista è cresciuto prima di trasferirsi per intraprendere il proprio servizio nello Stato.
A Torino non è andato in scena uno scontro ma un fallimento: quello di una società che, davanti alla violenza, continua a cercare giustificazioni invece di assumersi responsabilità! Le immagini parlano chiaro: un uomo solo, accerchiato, colpito ripetutamente con martelli e spranghe, una violenza brutale, esercitata senza esitazioni e senza pietà.
Ho fatto solo il mio dovere; una frase che pesa come un macigno in un Paese in cui fare il proprio dovere, oggi, sembra diventato un atto da giustificare. Giovane, neopapà, cresciuto in una famiglia riservata e fondata sul rispetto delle regole, Alessandro rappresenta ciò che troppo spesso viene dimenticato nel dibattito pubblico: dietro una divisa c’è una persona, in quelle immagini non c’è solo un agente colpito, c’è la disumanizzazione totale dell’avversario, c’è un branco che colpisce un uomo inerme come fosse un oggetto.
Ed è proprio questo il punto più inquietante, l’assenza assoluta di empatia, la normalizzazione dell’odio, l’idea che la violenza possa essere uno strumento legittimo di espressione politica. Alessandro è uscito dall’ospedale e ha riabbracciato i suoi cari, le ferite fisiche guariranno, quelle emotive, come spesso accade, resteranno sullo sfondo, silenziose e invisibili.
Episodi come quello di Torino non sono più isolati, si ripetono come sintomo di una società sempre più polarizzata, in cui il conflitto ha sostituito il confronto e l’insulto ha preso il posto del dialogo. La visita della presidente del Consiglio Giorgia Meloni agli agenti feriti e l’annuncio di nuove misure per la sicurezza sono segnali istituzionali doverosi ma pensare che bastino decreti più severi significa non voler guardare il problema in profondità, a mio avviso la repressione può contenere ma non cura.
Il vero nodo è culturale, educativo, morale. Viviamo in un Paese in cui l’educazione civica viene invocata solo dopo le tragedie, solo a scuola, panacea di tutti i mali mentre nelle famiglie, nel dibattito pubblico si continua a delegittimare ogni forma di autorità e a giustificare la violenza “se viene dalla parte giusta”.
La politica si consuma in scontri verbali sterili alimentando un clima di odio che poi esplode nelle strade mentre la società civile osserva, stanca, disillusa e il confine tra dissenso e aggressione si fa sempre più sottile. La violenza non è mai neutra e non è mai accettabile, difendere chi indossa una divisa significa ribadire un principio elementare: nessuna causa giustifica il linciaggio.
Se vogliamo evitare che giovani come Alessandro Calista continuino a rischiare la vita mentre svolgono il compito di difendere la nostra, serve molto più di una norma in più, serve una presa di coscienza collettiva e serve subito!














