di Arianna Trosini
Legami che superano i confini del tempo e dello spazio. Per Padre Claudio Bottini, francescano di Passo Cordone, che ha ricoperto il ruolo di Decano dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, e non solo, il ponte che unisce la Terra Santa alle colline di Loreto Aprutino è fatto di carta e memoria. Tra i volumi accademici della sua cella in Terra Santa, Padre Claudio custodisce gelosamente alcuni ritagli di Lacerba: parlano delle vetrate della chiesa del suo paese, un piccolo frammento che racconta del nostro territorio conservato nel cuore della cristianità. Padre Giovanni Claudio Bottini nasce nel 1944, mentre il fumo della Seconda Guerra Mondiale iniziava a diradarsi. La sua infanzia rievoca un mondo di solidarietà rurale ed è lo specchio di un’Italia che si ricostruiva con fatica e dignità.
I Bottini vivevano in un casolare costruito negli anni Venti con i risparmi degli zii emigrati in America: una “famiglia allargata” ante litteram dove quattro nuclei convivevano sotto lo stesso tetto. «A noi toccava la parte più piccola: una stanza, cucina e retrocucina al piano terra, e una sola camera da letto al piano di sopra per ospitare sei persone», ricorda con un sorriso che non conosce amarezza, ma la consapevolezza di chi ha radici profonde.
A undici anni l’ingresso al Collegio Serafico di Penne, poi il Ginnasio a Tocco Casauria, il noviziato a Orsogna e il liceo L’Aquila. Un itinerario tutto abruzzese che culmina con l’ordinazione sacerdotale a Lanciano, a soli 24 anni. Ma il destino di Padre Claudio non era scritto tra le valli della Maiella e del Gran Sasso. Il suo desiderio di approfondire le Sacre Scritture lo spinge prima a Roma e poi, nel 1971, verso quella Gerusalemme che sarebbe diventata la sua casa per oltre cinquant’anni. Oggi, Padre Claudio è una colonna dello Studium Biblicum, l’istituzione che ha celebrato il suo centenario. «Dovevo restare solo per pochi anni, sono diventati cinquanta», spiega il religioso che ne è stato Decano per nove anni. Sotto la sua guida, questa “scuola di nicchia” – oggi Facoltà della Pontificia Università Antonianum – ha continuato a formare studiosi da tutto il mondo, mantenendo l’italiano come lingua ufficiale tra lezioni di greco, ebraico e aramaico.
Lo Studium è l’istituzione che ha riportato alla luce siti fondamentali come Nazaret, Cafarnao e il Monte Nebo, trasformando l’archeologia in una forma di esegesi vivente. Con una biblioteca di oltre 50.000 volumi e la prestigiosa rivista Liber Annuus, l’ateneo rappresenta un faro culturale dove la storia millenaria dei Luoghi Santi incontra il rigore scientifico moderno. In questo crocevia internazionale, Padre Claudio resta il testimone di un viaggio straordinario: quello di un ragazzo partito dal fiume Tavo per diventare conoscitore eccelso dei segreti della Sacra Scrittura.
Padre Claudio, lei è partito da Loreto Aprutino molti anni fa per approdare nel cuore della cristianità. In che modo l’infanzia trascorsa tra i paesaggi e le tradizioni della nostra terra ha influenzato la sua vocazione e, successivamente, il suo approccio agli studi biblici in un contesto così multiculturale come quello di Gerusalemme?
«Come francescano sono diventato fra o padre Claudio, ma per la gente della mia Contrada, Passo Cordone di Loreto Aprutino, sono rimasto sempre Gianni, padre Gianni; di qui il mio nome completo Giovanni Claudio ora pure sul passaporto. Non sono stati tanto i paesaggi o le tradizioni a orientarmi verso il mondo francescano fino diventare a 16 anni, nel 1960, uno tra le migliaia di Francescani sparsi nel mondo. Sono state le persone e in particolare, padre Luigi Iannitto, francescano conventuale molisano, al quale “servivo la Messa”, così si diceva una volta; facevo cioè da chierichetto, quando da Penne veniva a celebrare la Messa a Passo Cordone, nella modesta chiesetta di S. Antonio, ora parrocchia, e di cui ho avuto la gioia di descrivere l’origine. Padre Luigi mi affascinava anche perché – parlo degli anni 1953- 1954 e io avevo 9 / 10 anni – mi caricava sulla sua “Lambretta” e mi portava con sé in visita alle famiglie e fino a Penne nel suo convento e in campeggio estivo sotto le tende a Rigopiano. Padre Luigi, morto quasi centenario pochi anni fa, era un frate speciale: ha trascorso 40 anni a Istanbul tra i musulmani in Turchia. L’amore per la Bibbia è sbocciato dopo, quando nel 1964 frequentai gli studi teologici a Lanciano. Fatta successivamente la specializzazione in Sacra Scrittura al Pontificio Istituto Biblico di Roma, tra gli anni 1971- 1974, per completarla andai a Gerusalemme nella Scuola Biblica Francescana, in latino Studium Biblicum Franciscanum.»
Lo Studium Biblicum Franciscanum, oggi Facoltà di Scienze Bibliche e Archeologia della Pontificia Università ‘Antonianum’ è un’istituzione d’eccellenza che opera dal 1924. Avendo vissuto da protagonista la crescita di questa realtà – dai prestigiosi scavi archeologici come quelli di Cafarnao e Nazaret fino all’attività didattica – qual è il traguardo professionale di cui va più orgoglioso e come lo racconterebbe ai suoi concittadini loretesi?
«Con Gerusalemme, cuore della Terra Santa, storicamente Palestina e ora Israele e Territori Palestinesi, fu, per così dire, «amore a priva vista». Devo precisare che quando vi arrivai in febbraio 1975 non vi erano le tensioni che, purtroppo, negli ultimi decenni e in questi giorni hanno reso la situazione generale e le relazioni tra israeliani e palestinesi sempre più difficili fino alla costruzione di muri di separazione e controlli sempre più opprimenti e motivo di sofferenze per tutti. Coinvolto ininterrottamente dal 1977 nel secondo cinquantenario di vita dell’istituto, ho avuto la fortuna di collaborare alla sua crescita accademica in tutti i sensi. Per nove anni sono stato Direttore o Decano della Facoltà e ho gioito enormemente nel gennaio 2024, quando Papa Francesco ricevette docenti, studenti e personale ausiliario in udienza in Vaticano.»
Lei si è occupato a lungo della documentazione e della storia dei Luoghi Santi, dove sicuramente emerge l’importanza del contatto personale con il mondo biblico- orientale. C’è un legame, magari nel senso del sacro o della cura per le proprie origini, che ritrova tra l’archeologia della Terra Santa e la valorizzazione del patrimonio storicoculturale di un borgo antico come Loreto Aprutino?
«Sì, mi sono interessato della storia dei Luoghi Santi e ho avuto la gioia di accompagnarvi centinaia di pellegrini, anche se il mio impegno principale è stato l’insegnamento della Sacra Scrittura. Il vivere con confratelli e colleghi che facevano scavi archeologici e insegnavano la storia delle terre bibliche mi ha sensibilizzato a queste materie. Così ho apprezzato sempre più le ricerche archeologiche e le testimonianze monumentali del passato di cui Loreto Aprutino e il territorio sono ricchi. Per fare un esempio, anni fa scrissi al direttore di Loreto Oggi per richiamare l’attenzione sulla Torre medievale di Poggio Raone (in dialetto La Torr de lu Puoj ) che mancava anche di un’indicazione turistica.»
Il convento della Flagellazione, sede dello Studium Biblicum Franciscanum, si trova sulla Via Dolorosa, un luogo di altissima densità spirituale e purtroppo spesso di tensioni. Quanto la “resilienza” abruzzese l’ha aiutata in Medio Oriente?
«Si dice che noi abruzzesi abbiamo la testa dura e il cuore gentile. Credo che sia proprio vero! Non so se io ho ambedue le caratteristiche, ma posso dire che vivo da 50 anni nel Quartiere Musulmano della città vecchia che gravita intorno alle celebri moschee di Omar e el-Aksa. Queste moschee sorgono dove un tempo era il Tempio, il luogo più santo per gli ebrei. Mi è capitato tante volte di vedere tensioni e veri e propri contrasti tra ebrei e musulmani, ma personalmente non sono mai stato oggetto di comportamenti ostili o aggressioni da parte di nessuno. Noi, una comunità francescana e accademica composta da persone provenienti da vari continenti, ci sentiamo un esempio concreto di convivenza pacifica, anche quando i Paesi cui apparteniamo non hanno relazioni cordiali tra loro o con musulmani e ebrei. Aggiungo che senza alcun problema giriamo tra i vicoli della città racchiusa dalle mura del sultano ottomano Solimano il Magnifico (metà del sec. XVI) e circoliamo in auto o a piedi nella Gerusalemme Ovest, in tutto simile alle nostre grandi città.»
Nonostante gli impegni accademici e il prestigio internazionale, il legame con la propria terra natia resta spesso un punto di riferimento. Cosa le manca di più di Loreto Aprutino e qual è la prima cosa che fa quando torna?
«Nonostante non ho mai perso i contatti con la gente della mia terra, avverto ugualmente la lontananza fisica da molte persone, a cominciare da parenti e amici. Oggi però le distanze si sono, in un certo modo, accorciate dai social che anch’io senza eccessi ho imparato ad usare per mantenere i contatti. Mi manca il «verde» delle nostre colline, le distese di uliveti e viti a perdita d’occhio, così diverse dal paesaggio arido e desertico della Terra Santa. […] Appena torno, dopo aver riempito la vista di quel verde, vado immancabilmente al cimitero di Loreto: lì riposano i miei genitori e le persone care che hanno fatto parte della mia storia, iniziata a Passo Cordone e approdata felice a Gerusalemme.»

















