Prima di proseguire nella riflessione sulle responsabilità che caratterizzano il rapporto tra Amministrazione e cittadino, credo sia utile fare qualche precisazione.La prima parte di questo articolo ha suscitato alcuni commenti. È naturale che accada e, aggiungo, è bene che accada: il confronto, quando rimane civile e nel merito, è una componente essenziale della vita di una comunità. Sarebbe molto più preoccupante il contrario: l’assenza di discussione, di domande e di partecipazione.
Vorrei però chiarire ancora una volta il punto di partenza della mia riflessione. Non sto formulando un giudizio politico sull’attuale Amministrazione di Pianella, né intendo utilizzare il tema del decoro urbano per stabilire se essa stia amministrando bene o male. Non faccio politica, non ne ho mai fatta e non è questo il mio obiettivo. Sto semplicemente sviluppando un ragionamento da cittadino che osserva ciò che accade nel luogo in cui vive e prova a interrogarsi sulle possibili conseguenze.
La domanda che pongo è diversa e, a mio avviso, più generale: quali conseguenze può produrre, nel tempo, la percezione da parte dei cittadini che determinate esigenze, segnalazioni o preoccupazioni non vengano adeguatamente considerate? E quali effetti può avere questa percezione sul senso civico, sul rapporto di fiducia con le istituzioni e, inevitabilmente, anche sul giudizio che i cittadini maturano nei confronti di chi amministra?
La mia riflessione è nata anche dalla lettura di un articolo pubblicato su LACERBA ONLINE, nel quale il sindaco di Pianella, avv. Taddeo Manella, affrontava proprio i temi della pulizia, del decoro e della sicurezza del centro storico. A Pianella, inoltre, è in corso il procedimento per il rinnovo del servizio di igiene urbana e pulizia, attraverso una gara avviata nel 2026 per un affidamento pluriennale. Non entro nel merito della procedura, delle condizioni dell’appalto o delle eventuali trattative in corso, perché non ne conosco gli elementi necessari per esprimere un giudizio. Ed è proprio questo uno dei punti della riflessione.
Il cittadino, molto spesso, non conosce ciò che avviene dietro ciò che vede. Non conosce necessariamente i tempi di una gara, le condizioni contrattuali, le risorse disponibili, le competenze dei diversi soggetti coinvolti o le difficoltà organizzative che possono incidere sulla qualità di un servizio. Conosce soprattutto il risultato. Vede l’erba alta. Vede una strada che ritiene poco pulita. Vede un giardino che considera trascurato. Vede una segnalazione alla quale ritiene non sia stata data risposta.
Ed è anche attraverso queste esperienze quotidiane che costruisce il proprio giudizio. Proprio perché ho colto nell’intervento dell’Amministrazione una particolare attenzione verso questi temi, ho provato allora ad andare oltre il singolo episodio e a pormi una domanda più ampia: che cosa accade quando un’Amministrazione — qualunque Amministrazione — non riesce, oppure viene percepita come non capace, di dare risposta alle perplessità della popolazione su questioni che riguardano direttamente la qualità quotidiana degli spazi pubblici?
Qui entra inevitabilmente in gioco anche la politica. La politica vive di consenso. E il consenso non si forma soltanto intorno alle grandi opere, ai bilanci o alle scelte strategiche. Si forma anche nella quotidianità. Una strada pulita. Un giardino curato. Un servizio che funziona. Una segnalazione alla quale viene data risposta. Il cittadino osserva. Confronta ciò che vede con ciò che si aspetta. E alla fine formula un giudizio.
È un giudizio politico oppure semplicemente una valutazione di senso civico? Probabilmente le due cose finiscono inevitabilmente per incontrarsi. Perché quando un cittadino valuta lo stato del proprio paese sta certamente esprimendo un’opinione sulla qualità del luogo nel quale vive, ma sta anche costruendo — consapevolmente o meno — un giudizio su chi quel luogo è chiamato ad amministrare. Ed è proprio qui che assume un ruolo fondamentale anche la comunicazione istituzionale.
Se esiste una situazione temporanea dovuta, ad esempio, alla riorganizzazione di un servizio, alla ridefinizione di un appalto o a difficoltà amministrative contingenti, comunicarne le ragioni può fare una grande differenza. Non perché il cittadino debba necessariamente accettare qualsiasi disagio. Ma perché conoscere le ragioni di ciò che accade cambia il modo in cui quello stesso problema viene percepito.
Una cosa è vedere un problema e pensare: “Non interessa a nessuno.” Un’altra è sapere: “Il problema esiste, è stato riconosciuto e si sta cercando di risolverlo.” La situazione materiale, almeno nell’immediato, potrebbe persino essere la stessa. Ma il messaggio che arriva al cittadino è completamente diverso. Ed è proprio su questo punto che la questione del decoro urbano smette di essere soltanto una questione di manutenzione e diventa anche una questione di fiducia, comunicazione e, inevitabilmente, consenso.
Qualunque Amministrazione abbia l’ambizione di conservare o ottenere nuovamente la fiducia dei cittadini deve necessariamente tenere conto anche di questi aspetti. Non perché ogni lamentela debba essere assecondata. Non perché ogni segnalazione equivalga automaticamente a un problema reale. Ma perché ciò che una parte della comunità percepisce come importante entra inevitabilmente nel giudizio complessivo sull’azione amministrativa.
Ed è proprio da qui che vorrei riprendere il ragionamento lasciato in sospeso nella prima parte. Mi ero chiesto se la percezione di inefficienza di un’Amministrazione possa, in qualche modo, influenzare anche il comportamento dei cittadini. Non in maniera automatica, naturalmente. Nessuno smette improvvisamente di rispettare il proprio paese perché l’erba di un giardino pubblico è troppo alta o perché una strada non viene pulita con la frequenza desiderata. Ma se determinate situazioni si ripetono nel tempo e vengono percepite non più come episodi occasionali, bensì come segnali di una generale mancanza di attenzione, può iniziare a cambiare qualcosa nel rapporto tra cittadino e bene comune.
Il primo passaggio è la percezione dell’incuria. Da questa percezione può nascere il secondo passaggio: la perdita di fiducia. “L’ho segnalato, tanto non cambia nulla.” “È sempre così.” “Non serve dirlo.” “Non interessa a nessuno.” Sono frasi apparentemente banali, ma raccontano un cambiamento importante: il cittadino comincia ad abbassare le proprie aspettative nei confronti dell’istituzione. E quando diminuiscono le aspettative rischia di cambiare anche il nostro metro di giudizio.
Ciò che inizialmente appariva inaccettabile, con il tempo può cominciare ad apparire semplicemente normale. È la normalizzazione dell’incuria. Normalizzare non significa approvare. Significa abituarsi. Un piccolo rifiuto in una piazza perfettamente pulita salta immediatamente agli occhi. Lo stesso rifiuto, in una strada nella quale ce ne sono già molti altri, quasi scompare.
Non è cambiato il rifiuto. È cambiato il contesto nel quale lo osserviamo. Ed è a questo punto che può modificarsi anche la percezione della nostra responsabilità. La casa è inequivocabilmente nostra. La strada, la piazza, il giardino sono invece “di tutti”. Ed è proprio quel “di tutti” che, in determinate circostanze, rischia di trasformarsi in “di nessuno”. Se percepisco che l’Amministrazione non se ne occupa, che altri cittadini non se ne occupano e che quello stato delle cose viene ormai tollerato, può diventare più facile pensare: “Se nessuno lo fa, perché dovrei farlo proprio io?”
Gli studi sulla cooperazione condizionale, un tema che ho avuto modo di approfondire anche nella mia esperienza lavorativa, mostrano che molte persone tendono a contribuire maggiormente al bene comune quando percepiscono che anche gli altri stanno facendo la propria parte. Ed è questo, forse, il punto più interessante: il senso civico non vive soltanto dentro ciascuno di noi. Vive anche nella percezione che ciascuno di noi ha del senso civico degli altri.
Se vedo gli altri rispettare uno spazio, considero quel rispetto come la norma. Se vedo l’Amministrazione prendersene cura, percepisco che quello spazio ha valore. Se vedo una segnalazione ascoltata e un problema affrontato, posso convincermi che partecipare abbia un senso. Se, al contrario, percepisco disinteresse, incuria o assenza di risposta, può insinuarsi lentamente l’idea opposta: che impegnarsi serva a poco.
Può così formarsi un circolo vizioso: percezione dell’incuria → diminuzione della fiducia → normalizzazione dell’incuria → minore disponibilità individuale a prendersi cura del bene comune → ulteriore incuria → ulteriore perdita di fiducia.
Ma proprio a questo punto sarebbe sbagliato cercare un unico colpevole. Dire: “Il cittadino sporca perché l’Amministrazione non pulisce” sarebbe tanto sbagliato quanto sostenere: “È inutile che l’Amministrazione pulisca perché tanto i cittadini sporcano.” Sono due modi diversi di sottrarsi alla stessa responsabilità. Chi amministra ha certamente una responsabilità particolare: non gestisce soltanto servizi, ma anche segnali.
Una piazza pulita, un’aiuola curata, una risposta tempestiva, un problema affrontato comunicano alla comunità che il bene pubblico conta. Ma, allo stesso tempo, una carenza dell’Amministrazione non può diventare l’alibi del cittadino per rinunciare al proprio senso civico. Se una strada è sporca, gettare un’altra carta a terra non rende l’Amministrazione più efficiente. Se un giardino è trascurato, danneggiarlo ulteriormente non è una forma di protesta. Se un servizio funziona male, rinunciare alle proprie responsabilità civiche non contribuirà a farlo funzionare meglio.
E qui torno inevitabilmente al tema dal quale ero partito nel mio precedente articolo: la responsabilità sociale. Quella della politica, certamente. Ma anche quella del cittadino. Le due cose non si escludono. Si alimentano reciprocamente. Un’Amministrazione attenta può favorire una cittadinanza più attenta. Una cittadinanza responsabile può pretendere — e contemporaneamente contribuire a costruire — un’Amministrazione migliore.
Forse, allora, la domanda giusta non è: “Di chi è la colpa?” Ma: “Chi è disposto a interrompere per primo il circolo vizioso?” Probabilmente dovrebbero farlo entrambi. L’Amministrazione, attraverso cura, efficienza, ascolto, comunicazione e capacità di risposta. Il cittadino, continuando a comportarsi da cittadino anche quando ritiene che l’Amministrazione non faccia abbastanza. Perché segnalare un problema è legittimo. Chiedere spiegazioni è legittimo. Pretendere che un servizio pubblico funzioni è legittimo.Ma nessuna di queste cose ci esonera dalla nostra parte di responsabilità.
Forse è proprio questo il patto civico che tiene insieme una comunità: pretendere dagli altri la stessa responsabilità che siamo disposti ad assumere noi stessi. Perché se è vero che l’esempio può venire dall’alto, è altrettanto vero che una comunità si costruisce dal basso. E, soprattutto, si costruisce insieme. Perché le amministrazioni vanno e vengono, ma i cittadini restano.
Nicola Lanzolla, Curioso per natura. Coerente per scelta.


















