LA SCUOLA NELL’ERA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE. Se un’intelligenza artificiale può scrivere un buon elaborato in pochi secondi, forse dobbiamo ripensare non soltanto il modo in cui valutiamo gli studenti, ma soprattutto ciò che vogliamo davvero insegnare loro

Dallo scorso anno scolastico sono rappresentante dei genitori della classe frequentata da mia figlia, in un liceo scientifico. È un ruolo che, quasi senza accorgermene, ha cambiato anche il mio modo di confrontarmi con gli insegnanti. Durante i colloqui, infatti, la mia attenzione non è più rivolta soltanto all’andamento scolastico di mia figlia, ma alla classe nel suo insieme: alle dinamiche del gruppo, al livello di maturità raggiunto, alle difficoltà comuni, al rendimento generale.

E, inevitabilmente, in diverse occasioni siamo arrivati a parlare di intelligenza artificiale. Dell’uso che i ragazzi ne fanno a casa, certamente, ma anche della possibilità che venga utilizzata durante le verifiche o per svolgere lavori che dovrebbero essere frutto del loro ragionamento personale.La prima cosa che mi ha colpito è stata constatare quanto il fenomeno fosse ormai diffuso e quanto tutti gli insegnanti ne fossero consapevoli. Matematica, fisica, filosofia, italiano, chimica: indipendentemente dalla materia, il tema era ben presente.

Ma mi ha colpito ancora di più un altro aspetto. Molti docenti mi spiegavano di essersi dotati di strumenti o metodi per capire se un elaborato fosse stato realizzato con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Il tono, quasi sempre, era più o meno questo: «Sì, purtroppo la usano, ma abbiamo gli strumenti per accorgercene». E quella frase mi ha fatto riflettere. Perché sembrava descrivere una sorta di inseguimento: da una parte gli studenti che utilizzano una tecnologia ormai entrata nella loro quotidianità, dall’altra gli insegnanti impegnati a individuarne l’uso.

A quel punto mi sono chiesto: e dopo? Una volta “sgamato” lo studente, cosa succede? Una nota? Un voto più basso? Un richiamo? Ma soprattutto: è davvero questa la battaglia che la scuola dovrebbe combattere? Da lì è nata una riflessione più ampia sulla trasformazione tecnologica che stiamo vivendo, sulla velocità con cui sta avvenendo e, soprattutto, su come la scuola possa reagire. O forse, più correttamente, su come debba evolvere.

Perché possiamo discutere delle modalità, dei limiti e delle regole, ma due fatti mi sembrano ormai difficilmente contestabili: i ragazzi utilizzano l’intelligenza artificiale e l’intelligenza artificiale è entrata stabilmente nelle nostre vite. Se partiamo da questo presupposto, allora forse la domanda cambia.

Non più soltanto: come impediamo agli studenti di usare l’IA? Ma: come costruiamo un compito che non possa essere semplicemente delegato all’intelligenza artificiale? La risposta, paradossalmente, potrebbe essere molto semplice: chiedendo agli studenti di confrontarsi con la realtà. Tempo fa mi è capitato di leggere la testimonianza di un docente universitario che raccontava un’esperienza che mi è rimasta impressa.

Da molti anni assegnava ai propri studenti un lavoro apparentemente semplice: scegliere una persona, intervistarla, registrare la conversazione e successivamente scriverne un profilo, utilizzando come riferimenti i passaggi temporali della registrazione. Un esercizio che aveva proposto per decenni senza particolari difficoltà.

Poi qualcosa è cambiato.

Il docente ha iniziato a ricevere richieste per compiti alternativi. Alcuni studenti sostenevano di non sapere chi intervistare. Altri dicevano di avere difficoltà a contattare qualcuno. Altri ancora chiedevano direttamente al professore di preparare per loro la lista delle domande. Ed è qui che, secondo me, la questione diventa molto più interessante. Perché forse il problema non è soltanto l’intelligenza artificiale. È qualcosa di più profondo.

L’intelligenza artificiale rende visibili competenze che davamo per scontate

Intervistare una persona significa, prima di tutto, prendere un’iniziativa. Bisogna trovare qualcuno, contattarlo, spiegargli ciò che si vuole fare, ottenere la sua disponibilità, concordare un momento per incontrarsi. Poi bisogna pensare alle domande. Ma soprattutto bisogna saper ascoltare.Un’intervista autentica non segue necessariamente un copione. Una risposta può aprire improvvisamente un argomento inatteso. Una frase può suggerire una domanda che non avevamo immaginato. Un silenzio può essere persino più significativo di una risposta. Bisogna osservare, interpretare, scegliere. E, alla fine, bisogna riuscire a trasformare tutto questo in un racconto.

Dietro un esercizio apparentemente semplice si nasconde quindi una quantità considerevole di competenze: autonomia, curiosità, capacità relazionale, ascolto, spirito critico, capacità di selezionare e organizzare le informazioni. Competenze che nessun software, algoritmo o sistema di intelligenza artificiale dovrebbe sostituire completamente. Ed è forse proprio questo il punto: l’intelligenza artificiale non sta soltanto introducendo nuove possibilità. Sta anche rendendo improvvisamente visibili alcune capacità umane che, fino a ieri, consideravamo quasi scontate.

Il vero rischio non è soltanto copiare con ChatGPT

Gran parte del dibattito sull’intelligenza artificiale nella scuola ruota intorno a una domanda comprensibile: come possiamo evitare che gli studenti utilizzino ChatGPT o Claude per fare i compiti? È certamente una domanda legittima. Ma non sono più convinto che sia la domanda principale. Quella che mi interessa di più è un’altra: cosa accade quando ci abituiamo ad avere continuamente qualcuno — o qualcosa — che compie per noi il primo passo del ragionamento?

Un sistema di intelligenza artificiale può suggerirci le domande.

Può organizzare gli argomenti.

Può creare una scaletta.

Può riassumere un testo.

Può proporre una prima versione di un elaborato.

Può persino suggerirci come iniziare una conversazione.

E tutto questo può essere straordinariamente utile.

Io stesso credo che sarebbe sbagliato guardare all’intelligenza artificiale soltanto come a una minaccia. Ma esiste una differenza fondamentale tra utilizzare uno strumento e delegargli progressivamente il processo di pensiero necessario per realizzare qualcosa. Trovarsi davanti a una pagina bianca, davanti a una persona sconosciuta, davanti a un problema non strutturato o a un progetto ancora tutto da costruire e chiedersi semplicemente «da dove comincio?» è già una competenza.

Significa avere una visione.

Immaginare una strategia.

Decidere una sequenza di azioni.

Cominciare a eseguirla.

E, se necessario, cambiarla strada facendo.

Sono capacità che devono essere allenate, perché rappresentano una parte essenziale della nostra autonomia di pensiero. Valutare il processo, non soltanto il risultato È qui che, a mio avviso, l’arrivo dell’intelligenza artificiale può costringerci a ripensare profondamente il concetto stesso di compito scolastico.Per molti anni siamo stati abituati a essere valutati soprattutto per il risultato finale: un tema, una relazione, una ricerca, una presentazione, un progetto.

Ma oggi, se quel risultato può essere prodotto — almeno in parte — anche da un sistema di intelligenza artificiale, forse non basta più guardare soltanto a ciò che viene consegnato. Diventa sempre più importante capire come si è arrivati a quel risultato ed attribuire sempre maggiore importanza al processo che ha portato a quel risultato.

Un’intervista realmente realizzata.

Un esperimento.

Un sopralluogo.

Una ricerca sul territorio.

Una discussione orale.

Un progetto costruito insieme ad altri.

Un diario che documenti le diverse fasi del lavoro.

La capacità di spiegare perché si è scelta una fonte invece di un’altra.

La capacità di sostenere e difendere oralmente una conclusione.

La capacità di immaginare un risultato, definire una strategia e tradurla in azioni concrete.

Sono tutte attività nelle quali l’intelligenza artificiale può essere un supporto potentissimo, ma difficilmente può sostituire completamente lo studente.

Il miglior compito “AI-proof” forse non vieta affatto l’IA

Per questo credo che dovremmo provare a superare anche un’altra idea: quella secondo cui un buon compito scolastico, nell’era dell’intelligenza artificiale, debba necessariamente vietarne l’utilizzo. Potrebbe essere vero esattamente il contrario. Un buon compito potrebbe consentire agli studenti di utilizzare l’intelligenza artificiale per prepararsi, cercare informazioni, organizzare le proprie idee, verificare una tesi o migliorare la forma di un testo. Ma dovrebbe contenere una parte essenziale che richieda qualcosa che nessun chatbot possa fare al posto loro: entrare in contatto con il mondo.

Parlare con qualcuno.

Osservare un luogo.

Raccogliere dati.

Fare un’esperienza.

Affrontare un imprevisto.

Prendere una decisione.

Assumersi la responsabilità di una scelta.

In questo senso, un compito realmente resistente all’automazione non è necessariamente quello nel quale ChatGPT o Claude sono vietati. È quello nel quale ChatGPT o Claude, da solo, non bastano.

Il paradosso: l’intelligenza artificiale potrebbe rendere la scuola più umana?

Ed è qui che emerge quello che considero il paradosso più interessante. Temiamo che l’intelligenza artificiale possa rendere la scuola sempre più artificiale. Potrebbe invece costringerla a diventare più concreta. Se un algoritmo è in grado di scrivere in pochi secondi un tema generico, forse la scuola dovrà chiedere agli studenti qualcosa di diverso.

Uscire dall’aula.

Intervistare un artigiano.

Raccontare la storia di un quartiere.

Analizzare un problema della propria città.

Visitare un’impresa.

Documentare un’esperienza.

Confrontarsi con persone che la pensano diversamente.

Raccogliere testimonianze.

Interpretare ciò che hanno visto.

Costruire qualcosa insieme agli altri.

In altre parole, l’intelligenza artificiale potrebbe spingere la scuola verso attività che valorizzano proprio ciò che appartiene maggiormente all’esperienza umana: curiosità, relazione, empatia, responsabilità, giudizio e capacità di comprendere la complessità. E forse sarebbe tutt’altro che un male.

La vera competenza del futuro

Non credo che la vera sfida educativa dei prossimi anni sarà insegnare ai ragazzi a non utilizzare l’intelligenza artificiale. Sarebbe poco realistico e, probabilmente, anche poco utile. La sfida sarà insegnare loro come utilizzarla senza diventarne dipendenti. E forse anche qui dobbiamo cambiare domanda. Invece di chiederci: «In che modo l’intelligenza artificiale generativa può aiutarmi a fare ciò che già faccio, ma in modo più economico e veloce?» dovremmo cominciare a chiederci: «Come posso ripensare ciò che faccio e, utilizzando questa tecnologia, ottenere qualcosa di più?» La differenza, a mio avviso, è sostanziale.

Nel primo caso utilizziamo l’intelligenza artificiale per sostituire o accelerare attività che già conosciamo. Nel secondo la utilizziamo per ampliare le nostre possibilità. Ed è questa, probabilmente, la competenza che dovremmo insegnare ai ragazzi. Capire quando chiedere aiuto a una macchina e quando, invece, occorre fermarsi e pensare da soli. Saper utilizzare uno strumento potentissimo senza rinunciare alla propria curiosità.

Saper ottenere informazioni senza rinunciare all’esperienza. Saper produrre un testo senza perdere la capacità di costruire un pensiero. Saper chiedere una risposta all’intelligenza artificiale senza perdere la capacità di giudicare quella risposta. E soprattutto conservare quella libertà intellettuale che ci permette di domandarci: è davvero così? Potrebbe esserci un’altra spiegazione? Questa risposta è corretta? E io, cosa ne penso?

Forse la competenza più importante dell’era dell’intelligenza artificiale sarà proprio questa: saper usare l’IA senza delegarle il nostro rapporto con la realtà. Ed è possibile che proprio questa straordinaria tecnologia ci costringa a riscoprire ciò che la scuola, in fondo, avrebbe sempre dovuto insegnare. Non soltanto trovare le risposte. Ma imparare a fare le domande, avere la curiosità di cercare le risposte e conservare lo spirito critico necessario per metterle in discussione.

 

 

Nicola Lanzolla, Curioso per natura. Coerente per scelta

 

 

 

 

 

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