LORETO APRUTINO: ALLA SCUOLA MATERNA CAPPUCCINI IX PAUSA DIDATTICA
L’intervistatore de Lacerba…intervistato

Chi di noi non ha avuto un’infanzia ricca di ricordi? Sovente i nostri ricordi sono legati ai giochi che, da bambini, hanno riempito le nostre giornate. Il gioco è l’espressione più autentica della cultura umana, è sempre “figlio del tempo” e si adatta al contesto sociale in cui si svolge. Il recupero dei giochi tradizionali rappresenta pertanto la riscoperta della propria storia, delle proprie origini e del senso di appartenenza. L’occasione per far riemergere i miei ricordi legati al gioco mi è stata offerta dalla Scuola dell’Infanzia dei Cappuccini frequentata dalla mia nipotina Alessia che, all’interno di un progetto per la IX Pausa Didattica,Nel Giardino Profumoso”, prevedeva il racconto del vissuto di un nonno e dei sui giochi. Anche io sono stato un insegnante e spesso mi sono ritrovato a coinvolgere i nonni dei miei alunni nel racconto degli episodi legati alla seconda guerra mondiale, questa volta mi son trovato a svolgere la parte del narratore. Non potevo naturalmente parlare ai bambini delle battaglie sul Grappa o delle deportazioni ad Auschwitz, no, sono nato nel ’50 e le guerre erano già finite. Io non ho nelle orecchie e nel cuore i rombi degli aerei e dei bombardamenti ma ho avuto la fortuna di portare nel mio bagaglio emotivo solo ricordi legati alla pace, magari anche a qualche privazione che alla fine mi ha più insegnato che depredato! Eppure loro, i bambini della Scuola mi hanno “bombardato”…sì, ma di domande! Li ho trovati, curiosi, attenti, disciplinati con naturalezza, senza paure nell’esprimersi; insomma proprio belli da vedere e disponibili ad ascoltare.

Sono rimasto colpito anche dall’atteggiamento di una decina di maestre del tutto lontanissime dallo stereotipo della “cronaca televisiva” che parla solo di episodi di isteria da parte di alcune che usano la violenza fisica e psicologica esercitata in alcune scuole dello Stivale. Le ho trovate serene, affiatate tra di loro, materne, pacate nei modi e nei toni, insomma per niente frustrate nel ruolo ma piuttosto appagate. A loro affidiamo i nostri figli e nipoti e loro li custodiscono, li educano e li formano per pochi euro al mese. Queste considerazioni mi sembrano doverose da riportare soprattutto perché in un paese come Loreto, dove tutto sembra andare a scatafascio, c’è comunque qualcuno e qualcosa che rende la vita di un paese ancora degna  di essere vissuta e questa dignità, mi piace ricordarlo, può ripartire dalla scuola e forse solo da essa. Ma, a proposito di ricordi, vorrei con queste righe entrare più da vicino nei miei. E’ stata proprio la mia nipotina a rievocarli nel momento in cui ero lì per salutarla ed andar via. Ho visto il suo volto scurirsi, gli occhi abbassarsi, il labbro inferiore disporsi a “cucchiara”; era imbronciata e muta e subito due lacrimoni sono sgorgate da quegli occhietti neri e di solito vispi. “Cosa succede?” le chiedo. E lei – “ Ma tu non mangi con noi!” – Ho subito pensato al solito meccanismo che lei mette in atto quando vuole ottenere qualcosa: S’imbroncia e piange per smuovere le corde della “nonnitudine”! Di solito funziona. Vabbè! Penso. E’ la solita recita. “Ciao Alessia ci vediamo quando torni a casa”. Torno a casa e racconto alla nonna lo strano disappunto di Alessia che voleva trattenermi a mangiare con lei e con le sue amichette. Mia moglie subito mi rimprovera dicendomi: “Guarda che ieri sei stato tu che hai detto ad Alessia che avresti mangiato con lei a scuola”. Era vero, ma io non avevo dato peso, né alla promessa né al fatto che lei avesse potuto memorizzare. Che delusione per Alessia! 

 

Mi è affiorato dal subconscio la mia prima grande delusione. Avevo forse tre o quattro anni e mia zia mi aveva promesso, in un pomeriggio di giugno, che mi avrebbe portato in campagna a raccogliere i fiori della camomilla –allora non c’erano i supermercati che li vendevano insacchettati, si raccoglievano per essiccarli e conservarli-. Evidentemente mi addormentai profondamente e mia zia pensò bene di lasciarmi al mio sonno innocente e profondo. Andò a raccogliere i fiori di camomilla da sola. Al risveglio, non trovandola, tradussi quella mancanza come un non aver mantenuto fede alla promessa. Un pianto dirotto subito mi invase ed un profondo sentimento di delusione si impossessò di tutto il mio corpo, tanto che ancora oggi mi porto dietro il ricordo di quella insignificante promessa non mantenuta.

La delusione è un’esperienza negativa che segna tutti, prima o poi, spesso ha accompagnato la mia vita ed a volte sono rimasto deluso, da amici, parenti, persino da me stesso. Impari a conviverci a riposizionare gli umori in equilibrio, a chiedere scusa e ad accettarla quando capita. Con la politica è diverso: la delusione di personaggi che credevo essere nelle condizioni di cambiare il corso della storia a beneficio delle future generazioni- e penso a quei bambini incontrati a scuola, a mia nipote- quella fa ancora più male perché i danni prodotti non saranno recuperabili. Alessia domani tornerà a sorridermi, i fiori di camomilla mi racconteranno di una giornata storta ma anche di quanto volevo bene a mia zia. Alzo lo sguardo verso il centro antico e le luci del castello non mi sorridono più come una volta. Come recupererà questo paese il tempo perduto, come cresceranno quei bambini nati già nel silenzio incombente, chi gli spiegherà che le strade dei centri storici non sono per forza con le buche o che le istituzioni sono lì anche per riconoscere le proprio eccellenze, che hanno occhi e mani, ed un cuore. A cui nessuno di loro sa più parlare.

Gianfranco Buccella

 

La maestra Maria accoccolata ad una sua allieva.

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