LORETO APRUTINO: ESTER CROCETTA RACCONTA LA SUA VITA D’ARTE, TRA CONCETTO E FORMA

                                                           di Gianfranco Buccella
L’atelier di un’artista è differente dall’atelier di un artista. È tutta in quell’apostrofo rosa la differenza! E dell’universo femminile c’è la prerogativa dell’accoglienza curata nei minimi particolari: divanetto, un tavolino, qualche quadro alle pareti, non un dito di polvere. Aria pulita anche nelle altre due stanze dove Ester lavora ai pennelli nella prima ed al pc, nella seconda. Mamma-moglie-figlia-casalinga-pittrice- imprenditrice, quegli spazi raccontano di una versatilità che solo le donne sanno portare alla completezza. Spazio esterno ed interiore. È qui che incontro Ester Crocetta, in Via Martiri Angolani a Loreto Aprutino.
Potrei dire molte cose su come sia uscito da questo incontro con due occhi neri contornati dalla montatura che riprende il colore dell’iride oculare quasi a volerne esaltare la vivacità. Me ne viene una immediata: consapevole. Ester trasforma l’intervista di quasi due ore in experimentum, prova pratica del potenziamento del sé. La consapevolezza non è conoscenza ma esperienza che diventa conoscenza. E le parole, scritte da me e pronunciate da questa donna dagli occhi neri, soggiaceranno al limite che dovrete superare voi stessi venendo a visitare questo luogo, perché alla fine della lettura vi mancheranno il tono, lo sguardo, le espressioni, il sorriso, la mimica facciale e i sentimenti che lei ha sprigionato in piena libertà.
Ester come è nata la tua vita intrecciata all’arte?
Diciamo che ho sempre avuto questa propensione: fin da quando ero piccolina disegnare, era uno dei miei giochi preferiti, probabilmente era nel mio DNA. Crescendo, e ritrovandomi ad affrontare vicissitudini varie, ho comunque scelto di iscrivermi ad una scuola ad indirizzo artistico. I miei professori a scuola non volevano che frequentassi un istituto d’arte. Avendo dieci di media in tutte le materie, mi consigliavano di frequentare un liceo classico o scientifico. 
E la tua famiglia?
Non ho avuto né forzature né consigli. “Fai quello che ti pare, a me non importa niente” – diceva mia madre. Così ho fatto. Dopo, però, non avendo comunque possibilità economiche, non ho potuto frequentare l’Accademia 
E sei entrata nel mondo del lavoro?
Ho fatto diversi lavoretti prima di approdare in uno studio tecnico in Val di Sangro, che progettava e realizzava carpenteria metallica. Per sette anni al disegno tecnico manuale, piano piano son passata all’uso del CAD e come cadista sono andata in uno studio di Sambuceto. Poi è arrivata la famiglia e ho cominciato a rendermi conto che quella non era la mia strada. Era come se il mio spirito fosse imbrigliato alle geometrie, carpenterie, plinti, e profili in acciaio. Alcuni problemi di salute e gli impegni familiari mi hanno spinta a mollare tutto ed a ricominciare da quello che mi piaceva fare. Non è facile lasciare lavoro come impiegato ed uno stipendio ma avevo il supporto familiare e non mi sono mai pentita. 
Ma anche coniugare famiglia e arte non deve essere facile! 
Sicuramente, mi ha imposto altre rinunce ed è tuttora difficile, anche con i figli più grandi.. Ma la mia scelta è stata e rimane quella giusta perché mi ha dato la possibilità di riacquistare un equilibrio interiore. L’arte per me è stata fondamentale per tanti aspetti e, nei periodi più bui, la parte nobile che mi ha sollevata. Ho imparato anche a comunicarla la mia arte, diventando manager di me stessa. Imparare a comunicare anche con le parole, per un artista, non è semplice. Col tempo riesci a realizzare che non tutti riescono a comprendere il tuo linguaggio e, magari se tu li indirizzi un po’, arrivano a capirti, come se aiutassi il fruitore dell’immagine a leggere ed interpretare il messaggio.
Arte concettuale quindi – intervengo-
Non come la si intende oggi. Io creo una forma che è personale ma che al tempo stesso tu puoi riconoscere e con quella forma esprimo un concetto che non parte da una sola tela o da una sola scultura ma è un insieme di cose, come un film con tanti fotogrammi, come un fumetto dove, immagine dopo immagine, arrivi a capire il concetto.
Dal 2009 Ester inizia un percorso internazionale, lavorando anche come estimatore d’arte per alcuni mandati dal Ministero della Giustizia di Pescara. 
Adesso parliamo un po’ delle tue esperienze di artista in giro per il mondo partendo dalla Cina.
L’idea è stata di una persona che aveva dei collegamenti con Pechino e voleva fare un ponte di scambio culturale: in principio eravamo una decina di artisti, tutti hanno rinunciato ed io, alla fine, sono partita da sola. Credimi, mi sono reinventata il mondo per andarci ma era un sogno e volevo realizzarlo. Infatti è stata una delle esperienze più forti che ho vissuto. Entrare, poi, in un museo internazionale, dove addirittura c’è un’apposita fermata della metropolitana è veramente il massimo. Pensa che nel WORLD ART MUSEUM c’è una collezione permanente di Arte Romana. Quando ero lì venne addirittura l’allora rappresentante del ministro degli esteri per la cultura che mi disse : “ E tu che ci fai qui?” – Pensava avessi avuto qualche aiuto tramite il consolato ed invece io avevo potuto contare solo sulle mie forze.
Questa esperienza è servita per avere una quotazione sul mercato dell’arte?
No, io non avevo una quotazione sul mercato dell’arte, ma c’è anche da dire che il mercato dell’arte ha una sua maniera di stabilire le quotazioni di un artista. Non vengono attribuite per un’opera ma per un percorso. Se tu esponi in un certo modo, se esponi in un certo luogo con le persone giuste, tutte queste cose messe insieme fanno la differenza e ti portano anche ad un valore economico. Alla base c’è comunque il lavoro costante dell’artista.
E dopo Pechino?
Ho partecipato ad una fiera d’arte internazionale nella casa Batllò di Gaudi a Barcellona e poi nel 2018 sono stata all’Italian American Museum di San Francisco in California: sono andata per un progetto enoculturale. L’enologo abruzzese Loriano Di Sabatino ha creato una collezione di vini partendo dalle mie opere. In genere prima si fa il vino e poi l’etichetta, lui ha fatto il contrario. L’opera artistica ha evocato in lui delle sensazioni che lo hanno portato alla scelta di un vino. Ad ogni emozione ha abbinato un vino. Nel sito www plasmawine.org è riassunto tutto il progetto la cui bellezza era che al museo si abbinava la degustazione dei vini. 
Parliamo del tuo ultimo lavoro: CHICCHIRIA POULTRY, perché al centro del progetto la Gallina?
Perché nasce da considerazioni etiche e dal fatto che dobbiamo reimparare a rispettare la vita che gli animali contengono, per fare in modo che non ci si ritorca contro. Gli allevamenti intensivi producono inquinamento e, alla fine, danneggiano la nostra stessa vita e non ci danno benessere. Nella civiltà contadina di qualche lustro fa c’era il rispetto per l’animale, te lo tenevi dentro casa ed era un convivente della famiglia. Aveva un suo valore: ti dava il latte, la lana, le uova e, magari quando era vecchio, te lo mangiavi. L’animale aveva una sua dignità, aveva addirittura un nome! Già cominciando ad acquistare la carne presso i nostri allevatori, quella cosiddetta a chilometro zero, possiamo dare il nostro piccolo contributo al concetto del rispetto per la vita. E naturalmente questo vale anche per i pesci e per la pesca intensiva ed incontrollata. Insomma vale anche per tutti gli esseri viventi. È maturo il tempo per l’uomo di fare un passo oltre, verso la civiltà. Poi il fatto che la gallina produce l’uovo, simbolo primordiale della vita stessa, con quella forma bellissima, così strana, né quadrata né rotonda, così fragile, così pieno, tutto un controsenso, un condensato di semplicità e di complessità, riferita ad una semplice gallina, strabiliante!.
Lo sguardo si fa più vivo, la voce di Ester a questo punto si fa più solenne, più carica di emotività, lasciando trasparire l’illuminazione che lei ha vissuto all’interno del pollaio a contatto con le galline, quando la vita stessa le si è dischiusa in tutta la sua semplicità e complessità. 
L’uovo contiene il DNA della vita futura, è un crogiuolo di cose, al tempo stesso fragile che viene da una gallina e anche dal sedere! – Ride Ester a questo punto, anche vivacemente – Un paradosso bellissimo da rivedere in arte.
Mi sembra di capire che il tuo percorso artistico, è stato una evoluzione che continua ad ogni appuntamento.
Sicuramente un cambiamento, oggi mio genere è quello definito nella propensione verso i colori netti e verso i colori primari che soddisfano la mia voglia del semplice che poi arriva ad altro. Poche sfumature. In poultry c’è il concetto espresso come un fumetto. Mentre prima prendevo la tela e, per me, significava iniziare e finire l’opera, adesso ho una nuova visione delle cose e non mi piace più raccontare una cosa sola. Ho iniziato Poultry ma non sapevo mica dove sarei andata a parare!
In realtà, poi, è iniziata quando sei entrata in un pollaio?
Si, entrando nel pollaio con un mio parente. Lui vedeva quei polli e pensava a quanto sarebbero stati belli da mangiare! Io invece vedevo il piumaggio, le sfumature, le creste rosse. Ci sono tornata con la tela fra le mani e dopo il loro spavento iniziale, ho visto che pian piano si calmavano. Ho stabilito con loro una relazione che mi ha guidata,passo dopo passo,verso la riflessione, l’analisi e l’elaborazione di un percorso concettuale. Lui, il mio parente, vedeva con i suoi occhi, io con i miei!
Oci ciornie, appassionati, stupendi ed infuocati! scriverebbe Cechov, e mi troverebbe d’accordo.

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