Penne 1920 – Penne 2020

di Berardo Lupacchini

L’acqua va al mare e il mare in quel momento storico era la Pennese che nel 1982 si metteva alle spalle il suo primo campionato interregionale chiuso al secondo posto dietro l’Elpidiense e davanti alla Fermana. L’acqua allora era quella Santa Croce di Canistro che aveva cominciato sette anni prima a confezionare e a commercializzare decine di bottiglie di minerale. La società biancorossa, presieduta da Mauro La Torre, si trovò così ad accogliere fra i suoi ranghi quella che fu una sponsorizzazione di un certo livello. L’accordo si concretizzò grazie ad Elio Patacchini, oggi 92enne, all’epoca funzionario dell’ufficio Iva. Questi era arrivato a Penne nella seconda metà degli anni ’60 poiché destinato al Dazio in un capoluogo vestino che ospitava l’ufficio imposte diretto dal dottor Giuseppe Pennelli e la guardia di Finanza comandata dal maresciallo Mancini: realtà istituzionali che traslocarono nel 1973 quando come sindaco c’era don Pierino Castiglione.

“I pennesi non dissero granché. La prefettura ci aveva invitato a vigilare per evitare possibili disordini, ma non accadde nulla”, ricorda il molisano Secondino Clemente, comandante della Polstrada in quegli anni. Patacchini, marchigiano di Castel Raimondo, proveniva dall’isola d’Elba dove aveva anche gestito un albergo. Un uomo intraprendente, intelligente ed abile che si diede anche alla politica vestendo i panni dell’assessore fra le fila del partito repubblicano. Fu lui comunque che entrò in contatto attraverso amici comuni a Francavilla con il romano Carlo Paladini, brillante manager, amministratore delegato dell’Acqua Santa Croce. La ditta marsicana aveva necessità di farsi conoscere ed allargare così il proprio mercato. Quale miglior occasione dunque quella di sbarcare nel Pescarese e nel calcio da sempre un veicolo trainante? L’esuberante Pennese, allenata da Guido Colangelo ormai da dieci anni, si presentava come l’occasione giusta.

Patacchini invogliò Paladini di cui era rimasto affascinato per l’eloquio forbito e la lungimiranza. Si capirono subito. Paladini rimase ben impressionato dal connubio territorio-squadra. Capì che la Pennese avrebbe potuto aspirare anche alla C, inserita fra l’altro nel girone centro settentrionale dove militavano club importanti come Pesaro e Fermana. L’operazione, favorita anche dalla politica pennese (il sindaco era il socialista Celestino Cantagallo a capo di una coalizione con la Dc, Lucio Marcotullio che allora ancora insegnava all’istituto tecnico diede il proprio assenso), andò così in porto e la Pennese si ritrovò stampata sulle maglie e sugli indumenti sportivi la scritta Acqua Santa Croce. Così si presentò al ritiro di Rigopiano, scelto al solito da Colangelo per torchiare senza soluzione di continuità il gruppo biancorosso reduce dal brillante esordo nell’ex serie D. Achille Delle Monache, oggi funzionario di polizia a Brescia, che con la sua chitarra allietava i momenti liberi da corse e partitelle, si terrorizzò quando gli riferirono con tono solenne che se fosse stato morso da una vipera Colangelo anziché mandarlo in ospedale, gli avrebbe tagliato la gamba!L’arrivo dello sponsor che garantiva un contributo significativo sembrò un punto di svolta per le ambizioni calcistiche cittadine. Il piano ad ampio raggio di Paladini venne svelato una sera a cena anche ad Antonio Rietti, geniale ed appassionato dirigente biancorosso.

“Noi vogliamo sponsorizzare la Pennese, il Teramo ed il Lanciano per avere il massimo della copertura in Abruzzo”, annunciò l’amministratore delegato. Al che intervenne Rietti:”Guardi Paladini, non mi parli di debiti poiché io sono laureato in debitologia!”, e giù risate come ricorda Antonio Di Blasio, trentenne dirigente vicino alla squadra. Ma la prima stagione dell’Acqua Santa Croce si risolse con il dolce brivido finale di Pesaro dove la Pennese, che puntava al primato, si salvò invece all’ultimo turno il 15 maggio 1983. Chi c’era, come chi scrive, probabilmente non dimenticherà mai quello spareggio per non retrocedere che spedì la Vis Pesaro 1898 in promozione dopo decine d’anni davanti a oltre tremila tifosi che resero una bolgia come ai tempi d’oro lo stadio. Finì infatti 0 a 0: i marchigiani di Alberto Baldoni avrebbero dovuto solo vincere, beneficiando dei due punti restituiti qualche giorno prima dalla corte di appello federale, mentre la Pennese sempre sconfitta in trasferta (un solo pari all’esordio a Porto San Giorgio e appunto a Pesaro) disponeva comunque di due risultati su tre. I biancorossi di Colangelo affrontarono quella gara che il calendario aveva reso decisiva senza Severo, Palma e Guglielmo Macrini.

In campo il fratello di Guglielmo, Antonio che, avvicinato da Baldoni, terzo tecnico stagionale dei pesaresi, prima dell’inizio in maniera minacciosa gli rifilò un “Vattene, io sono della Korea!” cioè del quartiere medievale di Santa Croce. Nell’impianto di casa, la Pennese aveva costruito la sua salvezza, per quanto la squadra fosse stata indicata per ripetere quanto meno il torneo precedente.  Del resto Marco Bozzi, tecnico dell’Elpidiense che aveva vinto il girone, esaltò  le qualità tecniche dei biancorossi che “con quell’organico potevano salire in C”. Al comunale cadde il Chieti (rientrò dopo sei mesi Enzo Di Federico), cadde la Vis Pesaro e praticamente quasi tutte le squadre trovarono le porte chiuse a Penne.

Lo stesso Cesenatico di mister Magrini che schierava un duo formidabile in avanti come Dal Monte e Lorenzo (il quale passò al Catanzaro di Bruno Pace in A) lasciò la posta in palio sette giorni prima dello spareggio del “Benelli”. Ma aveva pesato, e tanto, l’infortunio occorso a Fermo a Felice Liberati vittima della rottura della clavicola; due portieri (Di Giacomo e Crisante) dunque si dovettero alternare in quella stagione in cui i fratelli Marini non c’erano più in una rosa sostanzialmente rimasta identica al torneo precedente, ad eccezione degli innesti del bravo centrocampista Massari, già del Sulmona, di Ciferni e Andrenacci. La prima stagione caratterizzata dall’abbinamento con l’Acqua Santa Croce finì in ogni caso in festa, nonostante la grande paura, in un ristorante di Giulianova dove la comitiva pennese si fermò a cena di pesce lì condotta da Colangelo che si era messo alla guida del torpedone.

Ma fu anche l’ultima panchina per l’allenatore fatto in casa che nel 1972, all’alba della retrocessione in prima categoria, aveva assunto il doppio ruolo di allenatore e giocatore con Rocco Core accanto. Colangelo a 36 anni annunciò pochi giorni dopo quella salvezza (“valse più del secondo posto”) l’addio: dal biancorosso della Pennese passò a quello del Sulmona grandi firme, ma in promozione. L’Acqua Santa Croce rinnovò la sponsorizzazione. Le voci sulla sostituzione di Colangelo animarono l’estate: si parlò anche di Giancarlo Bianchini. Al suo posto comunque venne ingaggiato il 38enne Arturo Bertuccioli, originario proprio di Pesaro e in gioventù difensore-mediano della Spal e del Catanzaro in serie A, del Giulianova e del Benevento in C. Una persona garbata, di grande cultura calcistica, al debutto come tecnico in un campionato nazionale, ma comunque abituato a lavorare con i ragazzi del Francavilla.  

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