AZZOLINI: NON C’ENTRO CON D’ALFONSO
L’ex brigatista sbotta

“Non c’ero e non ho sparato a nessuno”. L’ex terrorista ottantenne Lauro Azzolini (nella foto) si chiama fuori dalla nuova indagine che lo coinvolge per il sequestro di Vittorio Gancia e l’omicidio dell’appuntato pennese Giovanni D’Alfonso, uno dei quattro militari che scoprirono la cascina vicino Acqui dov’era detenuto da un giorno l’industriale, liberato dopo una sparatoria violentissima: era il 1975. Si cerca ancora oggi infatti il brigatista rosso che riuscì a dileguarsi in un bosco sfuggendo alla cattura e lasciando sola e ferita poi morta Margherita Cagol, cofondatrice delle Brigate rosse.

Ieri Azzolini (quattro ergastoli per il caso Moro commutati in trent’anni grazie alla dissociazione) è stato convocato in una caserma, a Milano, dai tre pubblici ministeri di Torino tornati ad indagare sul caso Gancia.

Dopo aver scoperto grazie alle tecniche del Ris di Parma sue undici impronte sulla relazione che descrisse a Curcio i momenti tragici del sequestro, hanno chiesto ed ottenuto dalla giudice Anna Mascolo la revoca di quella sentenza con cui Azzolini venne prosciolto nel 1987 dalla stessa accusa di concorso nel sequestro e omicidio, ma il fascicolo non si trova per l’alluvione del 1994 ad Alessandria; l’avvocato difensore Davide Steccanella è ricorso in Cassazione. Con Azzolini, sono indagati anche Renato Curcio e Pierluigi Zuffada. Sostiene Azzolini:” Non sarei comunque in grado di fornire elementi utili, posto che io non ho partecipato al sequestro Gancia, né tantomeno ero presente alla sparatoria in cui è morta, oltre al carabiniere D’Alfonso anche Margherita Cagol. Quanto alla circostanza che mi viene contestata, e relativa al fatto che sarebbero state rintracciate mie impronte sul documento che ricostruiva le fasi di quel tragico conflitto a fuoco, la cosa non mi sorprende più che tanto, perché quel documento venne visto e letto oltre che da me anche da tutti o quasi i membri dell’organizzazione nelle rispettive colonne, dato che riportava nel dettaglio come era avvenuta l’uccisione di una delle fondatrici delle Brigate rosse. Ricostruzione che, ricordo, all’epoca emotivamente mi colpì molto, perché da quanto si leggeva si traeva l’impressione che Margherita Cagol fosse stata uccisa quando ormai si era arresa disarmata”.

(Azzolini 40 anni fa)

Gli risponde l’avvocato Nicola Brigida, che assiste la parte civile Cinzia D’Alfonso, figlia del carabiniere ucciso. “L’accertamento della verità, per lo meno processuale, su episodi criminali di straordinario impatto sociale che hanno causato non solo acuta sofferenza per i soggetti direttamente o indirettamente lesi ma anche rischi per l’intero assetto democratico del Paese, costituisce una priorità. Le parole di Azzolini, purtroppo, sembrano qualificare la sua dissociazione come un’opportunistica e strumentale forma di diserzione da un esercito ormai sconfitto. Peraltro, il suo ricorso per cassazione appare palesemente inammissibile ai sensi dell’art.437 del codice di procedura penale”.

Berardo Lupacchini

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