AMARCORD, PENNE CALCIO: ER CARROZZINO DE MI NIPOTE

Edoardo Bennato cantava “L’isola che non c’e’”.
Se ci mettiamo alla ricerca di un posto forse non la troveremo mai, ma se ci mettessimo alla ricerca di un tempo, L’isola che non c’è, forse potrebbe essere racchiusa dentro ognuno di noi nel periodo della nostra giovinezza e dei momenti vissuti con spensieratezza e a tutto volume.
Erano i primi anni Ottanta e la vita sociale degli italiani era un intenso cantiere di eventi sociali che avrebbero influenzato il futuro del paese in maniera radicale.
Iniziava la grande decadenza della classe politica. I sindacati cominciarono a perdere parte dello strapotere acquistato negli anni Settanta e lo sciopero selvaggio divenne una portata essenziale del nostro menu, almeno tre a settimana, come le verdure nella dieta.

La moda Italiana cominciò a espandersi nel mondo con Armani , Ferré, Missoni, Versace, c’erano i jeans Levi’s e Fiorucci, la Massoneria e la P2 , le BR , Ustica e l’attentato al Papa: non ci facevamo mancare niente, ma tutto ci scivolava addosso con incredibile leggerezza.
C’erano cani e gatti in molte case ma, che ci si creda o no, mangiavano quello che avanzava dopo il pranzo o la cena: era il tempo in cui i bambini erano più importanti degli animali domestici.
A Penne, ogni estate, venivano in ritiro con la squadra decine di giocatori provenienti dalle giovanili di Pescara, Francavilla, Lanciano, Giulianova: alcuni erano anche talentuosi, ma pochissimi rimanevano per l’intero campionato.

Il problema? I fronzoli.. per integrarti dovevi essere solido, devozione al sacrificio a tracollo, Credo assoluto nello spirito di squadra. In parole povere a molti di loro mancava la “Cazzimma”.
L’integrazione nella “pennesità” della squadra era poi la chiave essenziale per la convivenza con il team e dentro di esso.
All’interno di questo contesto c’erano due personaggi che convivevano comunicando in maniera opposta.
Guido Colangelo, il Wolfman vestino, si esprimeva sempre in italiano, mai una parola in dialetto, nemmeno quando, dilaniato dal furore, lanciava sguardi terrificanti di “omicidio imminente ” : ti azzanno a morte ma poi ti mangio con forchetta e coltello. Aveva una sua classe.

Dall’altro lato c’era Giovanni Severo che si sforzava di parlare in dialetto anche quando le circostanze non lo richiedevano: lo faceva per ribadire il concetto di appartenenza al territorio.
Parlava in dialetto sempre, anche quando andammo a giocare a Cittadella e, allo stopper che lo malmenava, gli disse : “ Ahua’ n’atra zampate chi mi di ti schiaff na botte n’mezze a li palle chi ti facce ariie piagnenn”.  Alla fine della partita tutti chiedevano di dove fosse lo straniero che giocava con noi…
Andammo a giocare a Bussi, noi primi in classifica e loro ultimi e distaccatissimi dalla penultima.

Alla fine del primo tempo, sul risultato di 4-0 , rientrando negli spogliatoi, il loro numero 7 , un giocatore molto basso e molto largo , non piu’ giovane, di quei personaggi che resistono nelle squadre di paese per via della tecnica e della determinazione a non mollare mai, disse: “Che sfortuna quel palo che abbiamo colpito” .
Giovanni gli mise la mano sulla spalla e gli disse “ Ahua’, tu si sfurtunate addavor”..il poveretto non capì , annuì e rientrò nello spogliatoio.
Giovanni chiamava tutti per nome in prima persona, ma tutti per soprannome in terza persona: io ero lu Cellarotte, Vincenzo Antonioli era la Cilire, c’erano poi lu Castiiunose, lu Piccianose, lu Bailik, Veleno, Ciccantu’ , Caccic, lu pizzut, Roro’, lu Gnellone, Biancunott, Tunnarelle e c’era tutto un vocabolario di parole dialettali che usava in continuazione.

Una ragazza abbastanza vissuta era “na porte de case”, un uomo con poca personalità era “nu cazz de pecure”, un tipo silenzioso era “nu magne e durm”.
Sembrava un tipo rude, Giovanni, ma in realtà era un ragazzo buono, sempre disponibile a dare una mano, allora come oggi, ed era l’unico che non si vergognava di pregare palesemente prima di ogni partita: poi nei primi anni Ottanta arrivarono molti giocatori brasiliani e la preghiera in campo e fuori divenne normalità e abitudine.
Si giocava la Coppa Italia dell’Interregionale, nell’autunno del 1981, e andammo a giocare a Roma contro la Lodigiani e pernottammo a Tivoli.
Era bassa stagione, non c’erano molti clienti e la squadra dormiva tutta su un piano.

Appena arrivati, ci assegnarono le camere e nel corridoio del nostro piano c’era un carrozzino nuovo parcheggiato su un lato.
Il primo pensiero fu quello di farci un giro con il carrozzino e Giovanni, rivolgendosi a Vincenzo Pilone (che aveva un fisico alla Modric ) disse “Vincenzi’, solo te ci chipi , dai, su, ficcate dontre”. Vincenzino era un po’ titubante, ma tutti insistemmo affinché ci si misurasse: essendo un compagnone accettò suo malgrado e, appena si poggiò sul carrozzino , Giovanni lo spinse giù con forza e il poveretto rimase incastrato .
Mentre Vincenzino cercava di divincolarsi, senza che nessuno di noi lo aiutasse a tirarsi fuori, sentimmo un rumore di passi che si avvicinavano velocemente: un rumore forte di cuoio misto a rumore di gomma in sterzata. Era un rumore che non presagiva nulla di buono: tutti rientrammo nelle nostre camere lasciando il povero Vincenzino incastrato dentro il carrozzino.
Il carrozzino era blue con palline bianche a pois e aveva una cintura con papere gialle che penzolavano vicino la testa del bambino: Vincenzino, ancorché giovane, cominciava e brizzolarsi e aveva questo testone che sembrava enormemente grande rispetto alla grandezza delle paperelle.

In più aveva due piedoni enormi ( anche se Vincenzino calzava 39 di scarpe) che spuntavano dall’altra parte del carrozzino con scarpe nere e calze nere con righe circolari verdi che stridevano con il design bianco e blue a pois del carrozzino.
Si sentì un urlo forte “Er carrozzino de mi nipote!!!” , il rumore dei passi divenne ancora più pesante e l’odore della gomma stridula sul pavimento ancora più intenso.
Una signora dall’eta’ indefinibile apparve alla fine del corridoio: era bassa, molto bassa, calzava scarpe con tacco 12, capelli rossi con un tuppo di 14 cm , orecchini pendenti neri con croce gotica, fard intenso, occhi piccoli e cattivi.
Si avvento’ su Vincenzino e gli disse: “Disgraziato! Esci di lì subito! Alla tua età non ti vergogni! Li mortacci tua!”
Vincenzino, imbarazzatissimo, replicò: “E’ stato Giovanni! Io non c’entro niente…” e gridava “Giovanni dove sei?” “Te non c’entri niente? E chi c’e’ dentro ar carrozzino? Tu nonno?”, incalzò la signora. Poi la sua faccia si tinse di un rosso fuoco, era la rabbia che si sviluppava da dentro con una intensità vulcanica, il dubbio che potesse strangolare Vincenzino nella culla ci assalì a tutti noi che guardavamo dalle fessure delle porte socchiuse.

Improvvisamente ci venne la paura che forse stavamo per assistere ad un evento unico: morire a trent’anni in una culla non è cosa da tutti i giorni…
Poi disse “Mo vado de sotto, prendo le forbici e ti taglio tutti i capelli! Cosi t’empari!”. Ripartì di scatto lasciando un scia di gomma e caucciu’ che solo le macchine potenti riescono a generare.
Ci affrettammo a liberare Vincenzino che nel frattempo inveiva contro Giovanni. La sera, quando la squadra era radunata intorno al tavolo per la cena, sentimmo ancora il rumore dei tacchi spropositati e apparve di nuovo la signora, padrona dell’hotel. Puntò direttamente al tavolo: era vestita tutta di rosso, tacchi altissimi, tuppo curato ed enorme, viso ricoperto di fard pesante e colorato, dita delle mani pieni di anelli, occhi cattivissimi. Doveva avere due palle grandissime, ma non si vedevano. Puntò dritto dritto verso Guido Colangelo che era seduto al capo del tavolo e, con la spavalderia tipica di chi e’ in controllo della situazione, gli intimò: ”Se lei è il capo qui deve tenere a bada i ragazzi che non sono cresciuti e si comportano come bambini “. Voce ferma, potente, sguardo fisso e deciso, postura napoleonica, una grande, piccola donna! Guido Colangelo cercò di farfugliare qualcosa, ma il buon Vincenzino, essendo Vincenzino, si buttò nella mischia della discussione a capofitto, ed esclamò: “Ma pensa te, se allora uno cade in un carrozzino, lei cosa fa gli toglie lo scalpo?”. Aveva detto la cosa più sbagliata che poteva dire. Apriti cielo!

Il viso della signora divenne di un rosso talmente intenso che il tailleur rosso che vestiva improvvisamente appariva di colore rosa: il pulsare del sangue le gonfiò le orecchie e gli occhi divennero due fessure che emanavano raggi laser. Sembrava una mina vagante e il tuppo il suo perno di sicurezza. Sudava e tremava, forse le venne un attacco di febbre.
“Se cadi in un carrozzino !” esclamò, “Ma allora me prendi per culo! Ma che e’ n’ pozzo! Ma li mortacci tua e de tu nonno!”, poi rivolse lo sguardo sul tavolo alla chiara ricerca di un coltello per poter sgozzare Vincenzino. Alcuni di noi si alzarono per impedire l’omicidio, intervennero i camerieri che portarono via quella palla di fuoco scottante che era diventata la signora. Non mi ricordo come finì la partita (2-1 per i romani) il giorno dopo ma, alla fine della gara, il mio difensore (allora si marcava a uomo), mi si avvicinò e mi disse: “Haho’ , dice che avete dormito dagli indiani e a momenti vi toglievano lo scalpo! Li mortacci vostra! Cosa nun se fa pe risparmia’ du lire…” Cosa potevo rispondergli? Spiegare Vincenzino, Giovanni, er carrozzino? Annuii e rientrai negli spogliatoi. Esattamente come il giocatore di Bussi….
Giorni dopo si sparse la voce che la signora atomica di Tivoli era morta: un “coccolone” intenso dopo giorni di convulsioni se l’era portata via.
Non volle fiori ma fu portata al cimitero in carrozzino…
Eravamo giovani e non c’erano i telefoni cellulari, si litigava e si faceva pace a voce, di persona. Non c’erano le allergie e nemmeno le telcamere in ogni angolo, si percepiva crescita e benessere ( solo piu’ tardi ci si rese conto che era tutto gonfiato e il paese era indebitato fino all’osso del collo), non avevamo tanti soldi ma non ce n’era nemmeno bisogno.
Eravamo giovani.
Georges Bernanos diceva che “E’ la febbre della gioventù che mantiene il mondo alla giusta temperatura: quando la gioventù si raffredda, il resto del mondo batte i denti…”.

 

Vittoriano Di Luzio

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