SI di Sofia Giusti

Parlo da studentessa e parlo della realtà dei fatti, di qualcosa che ha interessato l‘ambiente scuola e che purtroppo ancora viene fin troppo sminuito e criticato.
Molti studenti con la DAD si sono approfittati delle possibilità che essa offre, rendendola qualcosa di ridicolo e offensivo per chi ogni giorno dall‘altra parte della cattedra si impegna per offrire un corretto servizio.
 Perché si, avendo mia madre insegnante vedo e percepisco quanto lavoro c‘è dietro ad ogni singola lezione e quanta delusione arrechi il fatto che gli alunni si prendano gioco di chi questo lavoro lo fa nel migliore dei modi, mettendo spesso da parte anche altre cose, importanti allo stesso modo. Ma si noti bene, ho scritto molti, non tutti.
Credo fermamente che, chi la voglia di fare e di conoscere ce l‘aveva in presenza, ce l‘ha tutt‘ora in DAD e chi viceversa non ce l‘aveva prima, nemmeno adesso l‘avrà. Il lavativo resterà sempre il lavativo, il ragazzo brillante resterà sempre tale.
Assicuro che chi ha buonsenso e si applica non imbroglia con la DAD. Voglio dire anche che si vede benissimo chi invece lo fa.
Sì riconosce lontano un miglio quando qualcuno copia o legge dal testo. Lo riconosco io, lo riconoscono sicuramente anche i docenti.
Personalmente mi trovo molto meglio con la DAD che in presenza, in una classe pollaio (non solo per il numero elevato di studenti in aula, ma anche per alcuni soggetti che fanno parte di quest‘ambiente), con lezioni spicciole per via della confusione e delle distrazioni continue.
Preferisco stare a casa con la mia comodità e con la stufa accesa, anziché in classe con persone che non tengono la mascherina e dinanzi alle finestre aperte per non dire spalancate, nonostante sia febbraio.
Esatto! Molte persone nonostante le note disciplinari e i provvedimenti non tengono la mascherina, si fanno beffe del contagio.
E allora? Per quale motivo dovrei essere obbligata ad andare a scuola con questa gente? Gente che magari posta anche video su Instagram divertendosi, facendo feste e festini, al bar, in compagnia senza distanze. Perché? Perché io, che nel mio piccolo rispetto le regole per tenere lontano il Covid dalla mia famiglia, devo poi essere obbligata a starmene chiusa in un‘aula con 25 persone 5 ore senza possibilità di scegliere? Di cosa stiamo parlando? Di socializzare dite? Forse dovremmo dare un‘occhiata a determinati ambienti classe e chiederci dove e quando avviene la socializzazione tanto acclamata e voluta. Io di socializzazione, di aiuto reciproco e di bontà verso il prossimo all‘interno della scuola ne ho vista ben poca. Vado in classe ogni giorno e sto al primo banco, zitta, senza dire una parola, tenendo la mascherina, potendo a malapena alzarmi dalla sedia per andare in bagno e dovendo scrivere su un foglietto ogni volta l‘orario in cui esco e in cui rientro.
Aristotele diceva che l‘uomo è un animale sociale. È vero; io studio Scienze umane e sono a conoscenza di questo, ma non nego che ho da ridire. È un generalizzare che non mi piace affatto.
Io sto meglio a casa davanti al mio quaderno e ad un caffè, di fronte alla finestra, con la penna in mano, struccata e in pigiama a seguire le lezioni nel silenzio, potendo ragionare in tranquillità senza sentire rumori, grida e lamentele continue (cose che durante questo tipo di didattica in presenza sono all‘ordine del giorno). La socializzazione avviene fuori, all‘aperto.
Ultima cosa. Devo sentir pure dire che stiamo perdendo tempo? Che questo tempo va recuperato? Ma stiamo scherzando?
Vorrei informare che noi come classe stiamo procedendo molto più spediti adesso che siamo in DAD, stiamo portando avanti i programmi con maggior velocità e stiamo facendo molto più di quello che riusciamo a fare in presenza. Mi dispiace, ma quando si generalizza in questo modo sinceramente mi sento presa in causa e necessito di dire la mia.
Spero possa essere per tutti uno spunto di riflessione.

NO di Camilla Orazi

Da mesi, ormai, di mattina il suono della sveglia sembra meno spaventoso, i lunedì meno insormontabili e le corse per non perdere l’autobus delle 7.30 un incubo lontano, almeno per i meno sportivi come me. Da mesi rimando la sveglia fino alle 7.55 per poi infilarmi un maglione a collo alto qualsiasi, due biscotti in bocca ed apro il computer per la lezione delle 8.00 con ancora addosso i pantaloni rosa del pigiama ed i segni del cuscino sulla guancia. Che pacchia amici, lasciatemelo dire!
Finalmente un perfetto esempio di quella che io definisco “efficienza”. Non un singolo minuto di sonno perso, nessun tempo “morto” dettato da spostamenti e percorrenze, nessun inutile spreco di energie per correre da un’aula all’altra. Certo, ogni tanto qualche piccolo ritardo per colpa della connessione che fa i capricci viene fuori, ma che volete che sia.
Oddio, devo ammettere che oggi ne fa più del solito eh, ma sarà colpa del professore che si è impuntato a farci vedere questo video lunghissimo, sicuro si staranno addormentando tutti. Plausibile. Anzi, molto probabile. Ma io non posso saperlo perché non li vedo… i miei compagni, io vedo un’ottantina di quadrati neri con dei nomi sopra…Carlotta, Marco, Sara, Luca…secondo me Luca dorme e Sara sarà spettinata quanto me in questo momento…
Ecco, mi sto distraendo. Guardo il telefono, 8.15, sono le otto e un quarto, ed io mi sto già distraendo. Eppure, ci sto davvero provando, con tutta me stessa, sono una che prende lo studio molto seriamente, e so questi argomenti saranno oggetto d’esame. Nonostante ciò, il professore diventa ormai un sottofondo d’accompagnamento al mio frenetico errare su Instagram. E proprio mentre sto mettendo un like all’ultimo post della mia amica Giulia, mi torna in mente la prima lezione di Strategia Aziendale e la contrapposizione di due concetti fondamentali: efficienza ed efficacia. Due parole erroneamente usate come sinonimi, ma con significati profondamente distinti.
Efficienza è il non dover sprecare risorse di tempo e denaro per recarsi dall’altra parte della città la mattina presto; è chiudere lezioni e conversazioni con un click e il secondo dopo aprirne altre senza perdere minuti preziosi, è il riuscire finalmente a fare l’esame da frequentante per quei due corsi che si sovrapponevano.
L’efficacia, però, è un’altra cosa.
Per me l’efficacia è il professore che ti guarda negli occhi per chiederti se hai capito, che percepisce le sensazioni degli interlocutori nella stanza e sa esattamente quando siamo confusi. L’efficacia è potersi girare verso il proprio vicino per chiedergli di rispiegarti quell’ultimo concetto al volo o farti copiare le ultime due parole di appunti che hai perso. È efficace, per imparare a stare al mondo, alzare la mano e fare una domanda davanti ad ottanta persone, e non scriverla in una chat asettica o pronunciarla nascondendosi dietro una webcam spenta. È efficace l’adrenalina che scorre nelle vene quando ti siedi a fare l’orale che temi tanto, consapevole che tanti ti guardano ed ascoltano, come è efficace fare l’esame scritto contando solo sulle proprie forze, e non sui bigliettini attaccati sullo schermo del computer.
Che poi, per me, erano efficaci anche i caffè alla macchinetta tra una lezione e l’altra, come era efficace fermarsi qualche minuto in più in aula con il professore per chiedergli chiarimenti su quella formula che proprio non ti tornava.
Marshall, il grande economista, parlava di “knowledge spillover”, letteralmente il “traboccamento di conoscenza”. Sosteneva, infatti, che era molto più facile trasmettere un certo tipo di conoscenza complessa tramite relazioni faccia a faccia. Non a caso, le industrie in cui la ricerca e lo sviluppo (e quindi la conoscenza nel senso più puro del termine) sono componenti cardine, continuano a svilupparsi in maniera agglomerata, nonostante oggi sappiamo benissimo che si può comunicare in tempo reale con qualsiasi parte del globo. In questo senso, basti pensare ad aree come la Silicon Valley, i distretti finanziari di Londra e New York, e potrei andare avanti. C’è una componente di conoscenza che deriva da determinate interazioni non tracciabili, che, nonostante formalmente non quantificabile, fa la differenza. C’è un motivo se Apple è stata fondata affinché i suoi lavoratori stessero quotidianamente a contatto con “colleghi” di aziende simili. È efficiente? Non necessariamente. È efficace? Sicuramente sì.
Ora, mi dispiace aver scomodato Marshall e la Silicon Valley in questa mediocre mattinata di marzo, ma sono sicura che lui avrebbe trovato efficaci anche quelle pause sigaretta tra compagni di corso e l’aperitivo di classe dopo una lunga giornata di lezioni.
Guardo il telefono. Nove e ventinove. Il professore ci sta salutando. Clicco velocemente il pulsante rosso in alto a sinistra per non dover assistere all’imbarazzante silenzio riempito solo da qualche timido “arrivederci” scritto in chat. Anche stavolta concludo con tre misere righe di appunti confusi. Ma tanto il professore caricherà la registrazione. Domani la riguardo. Giuro, che starò attenta.

 

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