Leggendo l’articolo apparso su Lacerba in cui si parla del sottodimensionamento dell’Istituto Comprensivo di Loreto Aprutino, mi sono venute spontanee alcune riflessioni sulla scuola e sul ruolo dell’educazione nella società annuale, soprattutto sull’uso della parola.

Io ho insegnato per 43 anni nella Scuola Primaria e, dopo il pensionamento, dal 2016 al 2019, ho partecipato alle iniziative progettuali del nostro Istituto, collaborando come volontaria della Comunità Educante di Loreto, insieme a molti genitori e altri esperti.

Credo perciò di conoscere abbastanza la realtà scolastica del nostro territorio, sia nella sua organizzazione interna, sia negli scambi con altre scuole e con gli enti, anche perché ho assunto più volte il ruolo di referente per i rapporti con il territorio.

L’obiettivo è sempre stato quello di arrivare a decisioni condivise, per il benessere della comunità scolastica. Devo dire che a volte il confronto è stato acceso e questo, secondo me, è un fatto positivo perché palesa un atteggiamento di impegno verso le azioni da compiere, ma mai è stato smarrito il rispetto reciproco e la volontà di trovare la soluzione più accettabile per l’intera comunità.

Anche la continuità tra i vari ordini di scuola è stata una priorità per Loreto, con analisi, confronto e condivisione di obiettivi e metodologie didattico-educative, nell’ottica di una vision e mission comune dell’intero Istituto.

Per docenti e alunni la scuola è una palestra di vita, in cui si impara ad assumere impegni, ad operare delle scelte, a trovare strategie risolutive per arrivare al traguardo stabilito.

Insieme si riflette, si discute, si sbaglia e si cresce. L’errore è visto come occasione di riflessione per sperimentare percorsi alternativi e stimolanti. Come dice Rita Levi Montalcini nel suo libro “Elogio dell’imperfezione” non esiste la perfezione e cita il poeta Yeats, spiegando di aver conciliato due aspirazioni inconciliabili: «La perfezione della vita o del lavoro» con «L’imperfezione della vita o del lavoro».

Infatti l’attività da lei svolta spesso in modo imperfetto è stata fonte inesauribile di gioia, facendole raggiungere risultati inattesi. Questo è il compito essenziale della scuola: non offrire certezze assolute, ma abituare a ragionare, a discernere il vero dal falso, il certo dal possibile e dal verosimile.

L’uso della parola. Alessandro Manzoni, nel capitolo XIV dei Promessi Sposi, dice, riguardo la folla che manifestava in piazza: «Pensate poi che babilonia di discorsi».

Nella città la rabbia per la fame diventa un chiacchierio da spettacolo che non ha fine. Nelle piazze e nelle vie, allora, come oggi, è tutta una bufera inarrestabile di ciarle, che ostentano comunque una sicurezza d’opinione.

L’analisi intransigente del Manzoni sulla parola pubblica confluisce in una commiserazione accorata per le sorti della parola. Egli osserva: «Si potrebbe però, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare in gran parte, il corso “lungo e storto” delle parole, prendendo il metodo proposto da tanto tempo d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare».

La scuola ha questo compito precipuo: liberare il pensiero dell’uomo dalle catene del pregiudizio, del “così pensano tutti”, dalla presunzione di certezze dettate dalla rabbia e dalla polemica.

Nel 31° e 32° capitolo del romanzo il Manzoni parla degli untori e della facilità con cui i maestri della “cattiva parola” infiammano gli animi della folla.

Dal Manzoni arriviamo a don Lorenzo Milani, un sacerdote educatore che ancora oggi, a 57 anni dalla sua morte, è capace di generare nuove visioni dell’educare e del vivere sociale. Don Milani diceva ai suoi alunni: «Dovete avere qualcosa di importante da dire e che sia utile a tutti o a molti. Eliminate ogni parola che non serve».

A Barbiana l’attenzione per la parola era quotidiana. Questo si è fatto nella nostra scuola, oggi come ieri, per formare soggetti aperti al dibattito e al confronto, in una dinamica propositiva. In questi ultimi anni i ragazzi hanno vissuto esperienze formative che li hanno accompagnati nel loro ulteriore percorso scolastico, dalla partecipazione ai vari progetti, alla redazione del Pensagramma, all’incontro con numerosi scrittori e artisti, alla collaborazione costante di docenti universitari. Avendo partecipato alla maggior parte di tali iniziative, posso testimoniare che sono stati offerti input di notevole spessore culturale, che i docenti hanno poi sviluppato in varie modalità con i loro alunni.

Tra i tanti episodi mi viene in mente un incontro avvenuto nell’aprile 2019 a Roma, quando una collega ha partecipato a un convegno su Gianni Rodari, di cui quest’anno si commemora il centenario dalla nascita.

Tra i tanti relatori c’era Nicola Siciliani De Cumis, professore ordinario di Pedagogia generale all’Università La Sapienza, il quale, avuto in mano il Pensagramma del 2018, nel suo intervento, ha detto: «Non so chi mi ha dato questo giornale, né chi l’ha scritto, ma posso dire che è un pregevole esempio di pensiero rodariano». Avendo in seguito ricevuto il successivo numero del giornale, egli ha mandato una mail alla docente, confermando l’ottima impressione già espressa, attraverso la sua visione di autorevole pedagogista.

Ecco l’opera della nostra scuola: fornire stimoli diversi per far emergere le passioni di ciascuno e, attraverso la guida degli insegnanti, condurre i ragazzi a raggiungere un successo formativo adeguato alle loro capacità. Inoltre la scuola è una comunità nelle comunità. Non ha frontiere, né confini territoriali. L’orgoglio di appartenere a un territorio non ha nulla a che fare con il campanilismo.

Le frontiere sono create da chi ha bisogno di misurare gli altri per misurare se stesso. Questa situazione di dimensionamento dell’Istituto Comprensivo può essere vista in un’ottica di visione comunitaria, in uno scambio reciproco di esperienze.

Soprattutto occorre essere consapevoli dello spessore educativo che la nostra scuola ha sempre offerto, fino ad oggi, con l’apporto costruttivo di tutti coloro che vi operano.

A questo proposito voglio concludere con un saluto particolare a Mauro Santedicola, nostro grande collaboratore, persona che aveva umiltà, rispetto per tutti, senso del dovere e spirito di iniziativa. Soprattutto un uso della parola confacente al suo incarico: mai un pettegolezzo o una maldicenza. Sempre accogliente e sorridente, rassicurante e disponibile, era orgoglioso della nostra scuola. Come me. Grazie Mauro.

​​​​​​La maestra Anna Di Tonno

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