PENNE – Dieci anni per decidere una causa. Dieci anni però alla fine serviti per sapere che il bar dell’ospedale non è della Asl (e forse neppure la palazzina degli uffici), bensì del Comune.

 

Una clamorosa verità messa nera su bianco dal tribunale pennese che porta la firma del giudice Chiara Serafini, la stessa che l’anno scorso aveva ritenuto responsabile la Asl e perciò condannata a liquidare due milioni e mezzo di euro di risarcimento per i danni permanenti subiti da un ragazzo di Loreto Aprutino, vittima nel ’94 di un parto difettoso al “San Massimo”. Il recente verdetto riguarda la difesa da uno sfratto che i gestori storici del bar ospedaliero avevano opposto alla Asl che richiedeva con la carta bollata di riprendersi il locale, capace di esprimere un certo valore patrimoniale e strategico.

Dopo appunto una decina di anni di udienze e rinvii, intervallati dal cambio di magistrati, la lite è andata a sentenza. Nel verdetto la dottoressa Serafini ha detto che l’immobile non è di proprietà della Asl, ma del Comune. La situazione chiama in causa la complicata normativa succedutasi circa i rapporti patrimoniali fra le Asl e gli enti locali. Come accadde a Città Sant’Angelo, l’anno scorso: il tribunale di Pescara ha riconosciuto non di proprietà della Asl alcuni beni immobili. Si trattava di terreni, case coloniche e negozi che l’azienda sanitaria, con la gestione Balestrino e su input della Regione per ridurre il disavanzo, intendeva vendere e ricavarne almeno un paio di milioni di euro; immobili che alla Asl non servivano per portare avanti la propria attività socio-sanitaria. Il giudice Angelo Bozza, in realtà, aveva sancito che quelle proprietà non fossero di sicuro della Asl, forse del Comune che, per il tribunale, comunque non aveva dimostrato l’avvenuto trasferimento a suo favore.

Ma l’azienda sanitaria, diretta da Claudio D’Amario, non ha appellato la sentenza passata perciò in giudicato e di conseguenza il Comune di Città Sant’Angelo, rappresentato dall’avvocato Claudio Di Tonno, ne avrebbe assunto dunque la piena disponibilità. A Penne, intanto, il sindaco Rocco D’Alfonso ha colto la palla al balzo dopo essere venuto a conoscenza del “dono” fattogli dal giudice. La sua amministrazione infatti si inserirà nel ricorso in appello che la Asl ha presentato contro la sentenza di primo grado. Ai fini pratici, la pronuncia del tribunale sulla proprietà del bar dell’ospedale consente al Comune di disporre di un cespite patrimoniale significativo e soprattutto lo mette in condizione di chiedere per gli ultimi dieci anni i canoni di affitto percepiti indebitamente dalla Asl. I gestori del bar dell’ospedale restano così al loro posto, come ormai da molti anni. Non solo: si sentono danneggiati dall’installazione all’interno delle corsie delle macchinette distributrici di bevande.

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