di Arianna Trosini
C ’è qualcuno che ha messo non il dito, ma il piede sul podio della 76esima edizione del Festival di Sanremo. Tra i vincitori un brano scritto e prodotto da Edoardo Ruzzi (in arte Rootsie), classe ‘92, di Loreto Aprutino. La sua lezione? Vietato non scherzare. Abbiamo intervistato l’autore e produttore loretese che ha conquistato il grande pubblico con la sua ironia e il suo groove inconfondibile. Il percorso di Edoardo non conosce sosta, ma al tempo stesso non dimentica le radici. Ecco le sue idee chiare: tornare tra qualche giorno a Loreto per un brindisi collettivo con la comunità e, soprattutto, riabbracciare mamma e papà davanti a un buon bicchiere di vino.
Edoardo, partiamo dalle basi. Dove ti sei formato e qual è stato il tuo percorso scolastico prima del successo?
Mi sono diplomato al liceo scientifico «Corradino d’Ascanio» a Montesilvano. Successivamente ho intrapreso un percorso accademico molto vario: ho conseguito una triennale in Basso Elettrico (Popular Music) al Conservatorio di Pescara, seguita da una laurea in Arti Multimediali a Roma — che spazia tra fotografia e video — e una specializzazione in Cinematografia e Spettacolo.
Quindi possiamo considerarti un artista a tutto tondo che ha cercato di toccare con mano ogni forma di espressione visiva e sonora. Nei tuoi lavori, come nel tormentone “Denari no” o “Kinder fett a letto”, quanto c’è di accademico e quanto invece della tua “follia” personale e della cultura abruzzese?
C’è un mix di tutto. La parte caratterizzante è sempre il groove: il basso, la batteria e la sezione ritmica sono fondamentali per me. Tendo a comporre brani ballabili e ritmati, ma il vero marchio di fabbrica sono gli slogan ironici. Credo che l’autoironia sia l’elemento più importante: non bisogna aver paura di scherzare o di far ridere attraverso la musica. È importante poter sorridere, non dobbiamo per forza ascoltare solo pezzi tristi quando le cose vanno male. Il segreto è farlo con intelligenza, senza scadere nella macchietta.
Qualche anno fa i tuoi sketch sono diventati virali, ripostati persino da Fedez e Chiara Ferragni. Come sei arrivato sui loro profili social?
È stata una viralità «sana» e pura. La gente ha iniziato a condividere perché il contenuto piaceva, nessuno è stato obbligato a farlo. A volte la fortuna gira dalla tua parte e non sai bene perché. Grazie a quei video sono stato contattato dagli A&R (Artists & Repertoire) di diverse major che, oltre allo sketch, hanno intravisto del potenziale artistico. Da lì ho iniziato a lavorare seriamente come autore e produttore, principalmente per Sony.
A Sanremo abbiamo visto tutta l’Italia ballare sulle note di “Che Fastidio” eseguita da Ditonellapiaga, un brano in cui il tuo tocco è evidente. Come hai vissuto quel momento? Ti senti un “big” dell’industria o ancora il ragazzo di Loreto Aprutino?
Senza sembrare scontato, resto con i piedi per terra. Vivere Sanremo è stata un’emozione assurda, quasi come laurearsi o prendere la patente. Anche se non ero fisicamente sul palco, l’adrenalina era a mille. Il clima tra gli addetti ai lavori è molto più sereno di quanto si possa pensare; ci si sente professionisti che fanno il proprio lavoro, non divi. Mi sento e mi sentirò sempre il ragazzo di Loreto. È difficile metabolizzare tutto subito, serve tempo per capire cosa stia succedendo davvero.
Tornando a parlare di “Che fastidio”, il brano scritto con Margherita (Ditonellapiaga), quanto ti appartengono quei piccoli fastidi quotidiani citati nel testo?
Mi rispecchio quasi in tutto. Abbiamo lavorato al testo insieme a Margherita e all’autore Edoardo Castroni, cercando di inserire cose vere e attuali. Quei fastidi sono universali, appartengono alla maggior parte delle persone. Il brano non era nato per un palco specifico, ma come un puro sfogo creativo e divertimento. La prima strofa è nata in venti minuti; è stato un processo naturale che poi il team ha deciso di proporre al Festival perché era un pezzo che ci convinceva davvero.

Porti sempre alta la bandiera dell’Abruzzo nel mondo della musica. Cosa racconti della tua terra ai colleghi che magari non sanno neppure dove si trovi Loreto Aprutino?
Dico sempre che è un territorio tutto da scoprire. A volte scherzo dicendo che è meglio se non lo sanno tutti, altrimenti avremmo un’invasione! Avere il mare e la montagna a un’ora di distanza è un privilegio unico. Poi c’è la parte del cibo e del vino: invito sempre tutti a venire a casa mia per assaggiare l’olio buono e il nostro vino rosso. Dell’Abruzzo mi manca proprio l’affetto e quel clima genuino che cerco di condividere con chiunque incontri nel mio cammino.
C’è un genere musicale lontano dalle tue produzioni attuali che ti affascina particolarmente?
Mi piace moltissimo la cumbia. Ha quel lato sensuale e ritmato tipico del Sud America che mi ispira tantissimo. Ho provato a inserire qualche sfumatura nel brano “Latitante” di Margherita, ma mi piacerebbe esplorarlo ancora di più in futuro. È un codice comunicativo diverso, molto passionale, che sento molto vicino al mio modo di intendere la musica.
Edoardo, insomma, non si prende troppo sul serio, la sua parabola è una boccata d’aria fresca. Forse il suo segreto vincente rimane quello di non aver mai eretto barriere tra l’artista e l’uomo, mantenendo intatta quella capacità di ridere di sé. A dimostrarlo è la sua viralità sui social. Non si è trattato, di certo, di una questione di algoritmi fortunati e basta. Sarebbe finita in poco tempo. Tra un beat trascinante e uno slogan che è un lampo di genio, Ruzzi insegna che l’ironia non è mai mancanza di profondità, ma un modo più intelligente di leggere il mondo. Del resto, se riesci a far ballare l’Italia intera parlando dei piccoli fastidi quotidiani, significa che hai capito qualcosa che agli altri sfugge. E allora, ci lasciamo così: il richiamo di Loreto resta la sua bussola, perché non c’è podio a Sanremo o “like” su Instagram che valga quanto un brindisi sincero a casa, dove tutto è iniziato. A mille altri successi.
















