“L’HA UCCISO LEI”. Azzolini al processo D’Alfonso

Lauro Azzolini scarica su Margherita Cagol la responsabilità di aver ucciso l’appuntato pennese Giovanni D’Alfonso. “Sparai al carabiniere dopo aver preso la pistola, il fucile che avevo s’inceppò ma non lo uccisi: fu la Cagol a finirlo sparandogli in testa. Arrivai ad Albenga dove mi aspettavano. Chi? Fatti miei…Non ci accorgemmo dell’arrivo dei carabinieri perché eravamo impegnati a fare altro”. Corte d’assise di Alessandria, udienza del processo per l’omicidio dell’appuntato pennese dei carabinieri Giovanni D’Alfonso avvenuto alla cascina Spiotta. Lauro Azzolini, 83 anni, si è presentato senza farsi interrogare se non dal pubblico ministero Emilio Gatti.

E’ quel brigatista rosso che ha rivelato di essere riuscito a fuggire dal casolare di Arzello di Melazzo il 5 giugno 1975 dopo un cruento conflitto a fuoco con i carabinieri di Acqui, guidati dal tenente Umberto Rocca rimasto menomato per sempre dallo scoppio di una bomba, che avevano scoperto il luogo di detenzione dell’industriale Vittorio Vallarino Gancia, rapito il giorno prima e per la cui liberazione le Brigate rosse chiesero un miliardo di lire di riscatto. Azzolini si era dissociato dalla lotta armata nel 1987 quando stranamente non fece riferimento alla vicenda Gancia; ha scontato 24 anni di carcere e quindi sfruttando i notevoli sconti di pena nonostante avesse ucciso l’anno dopo anche il vice questore di Biella Francesco Cusano.

Aveva già rivelato in aula di essere stato lui l’uomo che era scappato, lasciando nelle mani dei carabinieri una ferita Margherita Cagol, poi morta misteriosamente. Non aveva confessato di aver ucciso il carabiniere. In aula ha dato la colpa alla moglie di Renato Curcio, a sua volta uccisa nel mistero. E’ un processo soprattutto a carattere storico senza le armi e le macchine di allora che non ha visto nemmeno in quest’ultima udienza un chiarimento significativo sui fatti. “Sono deluso da Azzolini, un uomo che non si è affatto pentito del suo passato di terrorista sanguinario e che ancora oggi non ha detto tutta la verità su chi ci fosse in quella cascina prima e durante il sequestro e sulla dinamica della sparatoria che uccise mio padre.Non ha voluto neppure farsi interrogare dagli avvocati di parte civile dichiarandosi stanco: sono sconcertato!”, ha commentato un nervoso Bruno D’Alfonso, figlio della vittima.

 

 

Azzolini, autore di un memoriale trasmesso a Renato Curcio su cui sono state trovate undici sue impronte, ha raccontato di essere stato all’epoca un esordiente subito impegnato in un sequestro, la cui progettazione l’accusa addebita a Mario Moretti e Renato Curcio, imputati di concorso morale. L’ex brigatista reggiano era già stato indagato per la stessa accusa di omicidio, ma fu scagionato: il fascicolo però si è perso.

Ha riferito ieri che Attilio Casaletti, deceduto, partecipò al rapimento di Gancia. Nessuna rivelazione sugli altri compagni del gruppo. D’Alfonso, 45enne padre di tre bambini, fu colpito dai due brigatisti in fuga nervosamente dopo essere stati scoperti. Il collega Cattafi portò via subito Rocca, colpito ad un occhio e ad un braccio, il militare pennese sparò ai due. Nel verbale redatto dalla procura di Acqui, risulta un solo bossolo calibro 9 corto: esploso da D’Alfonso, fu rinvenuto dentro il garage; gli altri quattro recuperati all’esterno, ma tutti inspiegabilmente repertati nel box dove era parcheggiata l’auto della Cagol.

Berardo Lupacchini

 

 

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