La sottile differenza tra SENSO CIVICO e SENSO POLITICO. Quando un cittadino critica un giardino trascurato o un servizio inefficiente, sta facendo politica oppure sta semplicemente esercitando senso civico?

A seguito dei miei ultimi due articoli pubblicati su LACERBA ONLINE, “Quando l’incuria diventa un messaggio” e “Quando l’incuria diventa un’abitudine”, ho ricevuto diversi commenti. Alcuni sono entrati nel merito della riflessione che avevo proposto; altri hanno invece cercato di portare la discussione su un terreno più propriamente politico, attribuendo alle mie parole intenzioni, appartenenze o contrapposizioni che non erano alla base di ciò che avevo scritto. È normale.

Quando si esprime pubblicamente un’opinione, ci si espone inevitabilmente anche all’interpretazione degli altri. E il confronto, quando rimane civile e nel merito, è una parte essenziale della vita di una comunità. Quei commenti, però, mi hanno fatto sorgere un dubbio e, di conseguenza, una nuova domanda: siamo ancora capaci di distinguere una riflessione civica da una presa di posizione politica?

La mia percezione è che, talvolta, ci sia un po’ di confusione. La domanda non nasce soltanto dalla mia esperienza personale. Mi sembra infatti che, soprattutto nei social dedicati alla vita della nostra comunità Pianellese, sia diventato sempre più facile ragionare per categorie.

Critichi qualcosa?, Allora sei contro chi amministra. Apprezzi un’iniziativa?, Allora sei dalla parte di chi l’ha promossa. Contesti una decisione?, Devi appartenere all’opposizione. Difendi un provvedimento?, Sei certamente vicino alla maggioranza.

In questo modo si rischia però di trasformare ogni opinione in una dichiarazione di appartenenza. E forse il problema non è nemmeno essere classificati da una parte o dall’altra. Il problema più serio nasce quando il timore di essere classificati comincia a scoraggiare le persone dall’esprimere liberamente un’opinione. Scrivere ciò che si pensa, con rispetto, non è particolarmente difficile. Più difficile può essere accettare ciò che accade dopo: essere interpretati, etichettati, talvolta attaccati non per ciò che si è scritto, ma per l’intenzione politica che qualcuno presume ci sia dietro. Eppure una comunità vive anche di questo: persone che osservano, si interrogano, propongono, criticano, apprezzano, dissentono.

Se ogni opinione deve necessariamente trovare posto dentro uno schieramento, la dialettica tra cittadini rischia inevitabilmente di impoverirsi. Ed è proprio da qui che nasce la riflessione che vorrei proporre: qual è la differenza tra senso civico e senso politico? Due dimensioni diverse, ma comunicanti.

Comincerei da una precisazione. Non credo abbia alcun senso contrapporre i due concetti come se “civico” significasse buono e “politico” significasse cattivo. Non è così. Sono due dimensioni diverse della nostra appartenenza a una comunità e, inevitabilmente, comunicano tra loro. Il senso civico riguarda il nostro comportamento verso gli altri, verso la comunità, verso le regole condivise e verso ciò che appartiene a tutti.

È ciò che ci porta a non gettare una carta per terra anche quando nessuno ci vede. A rispettare una fila. A prenderci cura di uno spazio comune. A segnalare un problema. Ad ascoltare un’opinione diversa dalla nostra. A partecipare alla vita di un’associazione. A fare volontariato. A considerare un giardino pubblico, una strada o una piazza non semplicemente come qualcosa che “appartiene al Comune”, ma come qualcosa che appartiene anche a noi.

Il senso politico, invece, entra in gioco quando ci interroghiamo su come quella comunità debba essere governata: chi prende le decisioni, secondo quali criteri, con quali priorità, utilizzando quali risorse e assumendosi quali responsabilità.

Ed ecco allora una domanda molto concreta: quando un cittadino critica una strada sporca, un giardino trascurato o un servizio che ritiene inefficiente, sta facendo politica oppure sta esercitando senso civico? La risposta che mi sono dato è: può fare entrambe le cose. Ma non sono la stessa cosa.

Posso desiderare che una piazza sia pulita indipendentemente da chi governa. Posso rispettare un giardino pubblico anche se non condivido l’Amministrazione che lo gestisce. Posso segnalare un disservizio senza avere alcuna intenzione di schierarmi contro qualcuno. Posso, allo stesso modo, riconoscere che un’iniziativa è positiva anche se proviene da una parte politica nella quale non mi riconosco. Questo, per me, è innanzitutto senso civico.

Il giudizio diventa anche politico quando, partendo da quel fatto, comincio a interrogarmi sulle responsabilità di chi amministra, sulle priorità stabilite, sull’impiego delle risorse, sulla qualità delle decisioni e, inevitabilmente, sul consenso che ritengo di accordare o meno a chi governa. Ed è perfettamente legittimo che accada.Il problema nasce quando saltiamo direttamente il primo passaggio e trasformiamo qualsiasi osservazione civica in un atto di appartenenza politica.

Il cittadino non è soltanto un elettore

In fondo, questo tema era già presente in una mia precedente riflessione, pubblicata su LACERBA ONLINE, sulla responsabilità sociale tra etica politica e morale cittadina. Allora avevo provato a ragionare sulla responsabilità di chi esercita il potere e, contemporaneamente, su quella dei cittadini, sostenendo che la qualità di una comunità non dipende soltanto dalle opere pubbliche o dalle decisioni amministrative, ma anche dal rispetto reciproco, dalla fiducia e dalla capacità di partecipare alla vita collettiva.

Avevo definito la cittadinanza attiva come una sorta di etica quotidiana in azione: prendersi cura dei beni comuni, rispettare le regole, partecipare, esprimere la propria opinione con garbo. Oggi aggiungerei un elemento: il cittadino non è soltanto un elettore. Le elezioni si svolgono periodicamente. La cittadinanza, invece, si esercita ogni giorno. Le Amministrazioni cambiano. I cittadini restano.

Questo significa che segnalare un problema, partecipare a un’associazione, occuparsi di un’aiuola, interessarsi alla propria scuola, discutere di un progetto pubblico o semplicemente chiedersi come potrebbe migliorare il luogo nel quale viviamo non sono necessariamente attività “di maggioranza” o “di opposizione”. Sono prima di tutto attività di cittadinanza. Se ci pensiamo, il senso civico viene coltivato fin da piccoli.

Ricordo, ad esempio, le giornate ecologiche organizzate quando frequentavo la scuola: raccolta dei rifiuti, piantumazione, cura degli spazi comuni. All’epoca non si parlava ancora di sostenibilità con la frequenza e la consapevolezza di oggi, ma il messaggio era già molto chiaro: ciò che è di tutti richiede anche la responsabilità di ciascuno. Spesso quelle giornate si concludevano con l’intervento del Sindaco o di un rappresentante delle istituzioni, proprio per sottolineare il valore del rispetto degli spazi comuni.

Il senso politico maturava forse più tardi, quando crescendo cominciavamo a interrogarci non soltanto su come comportarci nella comunità, ma anche su come quella comunità dovesse essere organizzata e governata. Criticare non significa necessariamente schierarsi Credo che questo sia uno dei punti sui quali rischiamo maggiormente di confonderci. Una critica può nascere da un criterio civico molto semplice: “Questo spazio pubblico dovrebbe essere curato meglio.”

Non significa necessariamente: “Sono contro questa Amministrazione.” Allo stesso modo: “Questa iniziativa mi sembra ben fatta” non significa: “Appoggio politicamente chi l’ha organizzata.” Eppure spesso tendiamo a sovrapporre questi due piani. Forse perché classificare è rassicurante. Se riesco a collocare una persona dentro uno schema — maggioranza, opposizione, destra, sinistra, pro o contro — diventa più semplice interpretare tutto ciò che dice.

Ma diventa anche più semplice smettere di ascoltarla. Non valuto più l’argomento. Valuto chi penso che lo stia pronunciando. Ed è qui che il senso politico rischia di trasformarsi in tifoseria. Se considero giusto un comportamento quando lo compie chi sento vicino e sbagliato quando lo compie chi considero avversario, non sto più applicando un criterio. Sto applicando un’appartenenza. E quando l’appartenenza diventa il metro con cui giudichiamo ogni cosa, il confronto pubblico si impoverisce inevitabilmente.

Ma il senso civico, da solo, non basta

Attenzione, però, a non cadere nell’errore opposto. Anche un senso civico completamente separato dalla dimensione politica rischierebbe di essere incompleto. Se vedo un problema che riguarda la collettività, prima o poi dovrò chiedermi chi abbia la responsabilità di affrontarlo. Se una strada è dissestata, un servizio non funziona o uno spazio pubblico è trascurato, è legittimo domandarsi quali siano le priorità dell’Amministrazione, quali risorse siano disponibili, quali decisioni siano state prese e quali risultati siano stati raggiunti.

È qui che il senso civico incontra naturalmente il senso politico. Non perché il cittadino debba diventare militante. Ma perché interessarsi alla propria comunità significa inevitabilmente, prima o poi, interrogarsi anche sul modo in cui viene governata.

Una domanda antica

La questione attraversa una parte importante della storia del pensiero politico e si è trasformata insieme al pensiero umano. Quando Aristotele definisce l’uomo “animale politico”, non sta semplicemente dicendo che l’uomo ama occuparsi di politica. Sta dicendo qualcosa di più profondo: l’essere umano realizza la propria dimensione sociale vivendo insieme agli altri e partecipando alla comunità. Per Aristotele il cittadino è legato alla partecipazione alla vita della polis e il bene politico riguarda il vantaggio comune della comunità.

Con Rousseau emerge con forza la tensione tra interesse particolare e interesse generale: il cittadino non è soltanto portatore dei propri interessi privati, ma è chiamato anche a interrogarsi sul bene comune.

Tocqueville comprende quanto sia importante l’abitudine dei cittadini ad associarsi per perseguire obiettivi condivisi. Le associazioni diventano una palestra nella quale si impara concretamente a cooperare, discutere e occuparsi insieme di questioni comuni.

E molto più vicino a noi, Elinor Ostrom, studiando la gestione dei beni comuni, ha mostrato come comunità di persone possano riuscire a organizzarsi, stabilire regole e gestire collettivamente risorse condivise. Fiducia, reciprocità, regole e responsabilità condivise possono produrre forme concrete ed efficaci di cooperazione.

Da Aristotele a Ostrom cambiano il linguaggio, le istituzioni, la società e le forme politiche. Ma mi sembra rimanga una stessa intuizione: una comunità funziona quando il cittadino non considera il bene comune semplicemente come qualcosa che qualcun altro deve amministrare, ma anche come qualcosa di cui egli stesso è, almeno in parte, responsabile.

E quando comincia la politica? Qui può aiutarci Hannah Arendt. Per Arendt la politica prende forma nello spazio pubblico, quando persone diverse escono dalla dimensione esclusivamente privata, si incontrano, parlano, discutono e agiscono insieme sulle questioni che riguardano la comunità. La cittadinanza, in questa prospettiva, non consiste soltanto nell’esprimere periodicamente un voto, ma anche nella possibilità di partecipare alla vita pubblica.Ed è proprio qui, probabilmente, che senso civico e senso politico si incontrano.

Il senso civico mi chiede: “Qual è la mia parte di responsabilità verso ciò che appartiene a tutti?” Il senso politico aggiunge: “Come voglio che questa comunità venga governata, secondo quali principi e con quali responsabilità?” Sono domande differenti. Ma nessuna comunità democratica può permettersi di rinunciare a una delle due.

Il rischio della tifoseria

Possiamo infatti immaginare due situazioni opposte. Una persona può possedere un forte senso civico: rispettare gli spazi pubblici, aiutare gli altri, partecipare alla vita associativa, interessarsi al proprio paese, senza sentirsi particolarmente vicina a un partito o a uno schieramento. E può accadere anche il contrario. Una persona può essere estremamente politicizzata, discutere quotidianamente di amministratori, partiti, maggioranze e opposizioni, e contemporaneamente dimostrare scarso rispetto verso il bene comune.

Essere politicamente interessati, quindi, non significa necessariamente possedere un elevato senso civico. Così come essere cittadini responsabili non richiede necessariamente un’appartenenza politica. Forse dovremmo ricordarcelo più spesso.Perché quando ogni discussione diventa immediatamente una contrapposizione tra schieramenti, qualcosa va perduto. Si perde la possibilità di riconoscere una buona idea proveniente da chi non sentiamo vicino. Si perde la possibilità di formulare una critica a chi invece sentiamo vicino. E soprattutto si perde quella libertà di giudizio senza la quale il cittadino rischia di trasformarsi semplicemente in un sostenitore.

Tornando all’incuria

Ed ecco perché questa riflessione nasce naturalmente dai miei due precedenti articoli. Una strada, una piazza, un giardino pubblico sono beni amministrati da un’istituzione. Ma sono contemporaneamente beni della comunità. Il Comune possiede responsabilità precise nella loro gestione. Il cittadino, però, non smette per questo di avere una propria responsabilità nei loro confronti.

Dire che un giardino dovrebbe essere curato meglio può essere una constatazione civica. Chiedersi perché non lo sia, quali decisioni siano state prese e quali responsabilità esistano può diventare una domanda politica. Sporcarlo ulteriormente perché “tanto nessuno se ne occupa” non è né senso civico né senso politico. È semplicemente rinuncia alla propria responsabilità. Ed è questo il punto che continua a interessarmi. Non stabilire chi abbia ragione tra maggioranza e opposizione. Ma capire che cosa accade alla comunità quando smettiamo di distinguere l’appartenenza politica dalla responsabilità civica.

Due domande, una comunità

Forse, allora, come cittadini dovremmo imparare a convivere con due domande. La prima: “Che cosa devo alla mia comunità?” La seconda: “Come voglio che la mia comunità venga governata?” La prima appartiene soprattutto al senso civico. La seconda apre inevitabilmente alla dimensione politica. Confonderle significa impoverire entrambe. Ma separarle completamente sarebbe altrettanto sbagliato. Il loro punto d’incontro arriva quando il cittadino non si limita né a rispettare il bene comune né a criticare chi governa, ma cerca di comprendere, partecipare e assumersi una parte di responsabilità nella vita della propria comunità.

Ed è forse proprio questo il significato più autentico dell’essere cittadini. Poter criticare senza essere necessariamente avversari. Poter apprezzare senza diventare sostenitori. Poter cambiare opinione senza cambiare “bandiera”. Poter discutere senza dover prima dichiarare da quale parte si sta. Perché una comunità viva ha certamente bisogno di politica. Ma, allo stesso modo, ha bisogno di cittadini liberi di pensare, di esprimersi e di giudicare ogni questione per ciò che è, senza sentirsi obbligati a trasformare ogni opinione in una dichiarazione di appartenenza.

 

Nicola Lanzolla, Curioso per natura. Coerente per scelta

 

 

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