ABRUZZO: I MARCATORI GENETICI DEL CNR SALVERANNO GLI OLIVETI La ricerca del CNR e le prospettive per agricoltura e olivicoltura. Intervista a Roberto Mariotti.
Viaggio nel DNA dell’ulivo con il collaboratore tecnico del CNR Roberto Mariotti.
Era l’11 aprile 2026 (clicca) quando Moscufo, grazie all’Associazione La Fonte, ospitava la delegazione de L’Oro di Capri e dei due ricercatori del CNR, Soraya Mousavi e Roberto Mariotti, che hanno condotto la ricerca sulla sinonimia genetica tra Minùcciola, varietà autoctona dell’isola del Mediterraneo e la Dritta, varietà del nostro territorio collinare. Parliamo di terroir diversi, di diverse condizioni ambientali, di una storia di approcci professionali distinti, eppure, la scienza genetica ci dimostra che, nella finalità di tutela e valorizzazione, tanto degli olivi quanto dell’olio che viene prodotto, la ricerca può aiutare il comparto a superare le difficoltà che derivano dai cambiamenti climatici, dall’attacco dei parassiti, dall’abbandono dei terreni. Fino ai risvolti connessi agli attrattori turistici che muovono dal paesaggio fino all’enogastronomia. Il nostro giornale ha, da sempre a cuore, quello che consideriamo il segno della nostra identità sociale ed economica. Un segno unico, che ci caratterizza, e i cui tratti dovrebbero ispirare un progetto di marketing territoriale e turistico, unitario ed organico. Il segno è nelle piante della Dritta, la varietà che connota, tradizionalmente, i paesi del triangolo d’oro come Pianella, Moscufo e Loreto Aprutino ed ai quali si aggiunge, oggi, anche Penne. Ed al Convegno di Moscufo, l’esposizione scientifica dei due ricercatori ci ha talmente colpiti, che abbiamo contattato Roberto Mariotti perché potessimo approfondire le ricerche del suo gruppo e capire le sfide dell’olivicoltura nel futuro prossimo. La sua capacità di spiegare cose complesse con concetti chiari, accessibili a tutti, è un valore personale e un dono che restituiamo ai nostri lettori. Se lo spirito associativo ha costruito un ponte d’oro tra Anacapri e Moscufo, lui sicuramente è un creatore di ponte tra scienza e comunicazione.
Tavolo del Convegno di Moscufo: da sx C.Lelj, R.Mariotti, S,Mousavi, E.Cerasoli, L.Cerretani
Roberto, grazie di questa opportunità. Ci spiega, intanto, che cos’è l’Istituto Biorisorse e Bioscienze del CNR? All’interno del Consiglio Nazionale delle Ricerche, che è l’ente pubblico di ricerca più grande a livello nazionale, ci sono diversi dipartimenti e ogni dipartimento ha diversi istituti. Soraya ed io lavoriamo, presso il Dipartimento Bio-Agro Alimentare. Dentro questo dipartimento c’è l’Istituto di Bioscienze e Biorisorse che ha sede scientifica principale a Bari e una sede a Perugia, che è quella alla quale apparteniamo. In tutta Italia, da nord a sud, ce ne sono altre, Firenze, Palermo, Napoli e Portici.
Ed ogni sede ha propri laboratori, giusto? Sì, si chiamano gruppi di ricerca, che sono formati da una, o due persone o anche gruppi più importanti composti da quattro, cinque persone, tra ricercatori, tecnici e tecnologi.
E come si organizza il lavoro di ricerca? Allora, noi abbiamo un direttore dell’Istituto, nel nostro caso una direttrice che, appunto, fa sede a Bari e recepisce le linee guida inviate dalla sede centrale del CNR di Roma. Il rilievo interessante è che tutti i ricercatori sono liberi e autonomi nel lavoro, non c’è alcuna ingerenza.
Ma siete anche liberi di ricercare fondi? Noi non abbiamo fondi a regime per la ricerca, tipo le università per le docenze o i dottorati di ricerca, non abbiamo, cioè, un budget fisso annuale. I fondi ordinari che giungono dal Ministero servono a coprire le spese di affitto, luce, gas e telefonia. Tutto quello che bisogna investire nella ricerca, compresi i ragazzi che vengono assunti a contratto, dipendono dai bandi che uno vince in ambito europeo e nazionale o anche da parte degli enti regionali che, ad esempio, sostengono progetti di salvaguardia di varietà agricole.
E se uno non vince alcun progetto? Non può, purtroppo, continuare la propria ricerca. In questi casi spesso scatta un principio di collaborazione tra colleghi; quindi, magari chi è, in qualche anno, un po’in crisi, aiuta l’altro e quindi va avanti anche nelle sue ricerche.
Non siete così razionali come apparite? Ride- In realtà la solidarietà e la comunione di intenti sono più razionali di quanto si creda perché guidano la ricerca e dovrebbero governare il mondo. Purtroppo, la mancanza di fondi strutturali rende sempre la ricerca un comparto fragile e precario, dove la competizione ostacola la collaborazione.
Dal libro di Simonetta Capecchi: “GLI OLIVI DI CAPRI. UNA STORIA DI AGRICOLTURA EROICA” (Electa, Milano 2024).
Arriviamo ad Anacapri, come è nata la collaborazione con l’Associazione l’Oro di Capri?L‘associazione ha contattato Angelo Loconte, che è un agronomo, ottimo assaggiatore, un vero appassionato e lo ha coinvolto nel recupero degli ulivi secolari dell’isola che, per farle capire, erano ormai diventati un bosco, cioè nessuno sapeva che cosa potesse esserci lì. Quando hanno chiesto ad Angelo che varietà fossero, lui ha coinvolto Soraya e me perché già in passato avevamo risolto casi complessi per l’identificazione di varietà di olivo sconosciute. La prima riunione è stata molto amichevole: siamo andati letteralmente in campo a visionare le piante e, con molta sincerità, abbiamo detto loro che due o tre varietà avremmo potuto farle in laboratorio gratuitamente facendole rientrare in una nostra ricerca ma non potevamo fare di più.
E loro?Lì è venuta fuori la serietà dell’associazione ma anche la visione di voler fare le cose fatte bene per un progetto a lungo termine con sviluppi economici importanti per il territorio. Avevano chiaro che l’investimento scientifico non fosse solo una spesa. Ci hanno detto: noi abbiamo cento piante, secondo noi sono diverse, dobbiamo scoprire cosa sono e da quanto tempo vengono coltivate.
Quali sono state le ulteriori fasi?La prima cosa è stato procedere ad un test di identità. Cioè dovevamo sapere che cosa si stesse recuperando. Magari un coltivatore la chiama tortiglione o dritta, noi dobbiamo essere certi al 100%, con il DNA, che effettivamente quella varietà è lei. Questo primo lavoro, in generale, lo facciamo in un sopralluogo con i coltivatori perché noi potremmo girare ettari ed ettari ma non andare nella zona giusta, sono sempre loro a dirci cosa vogliono sapere, perché magari alcune piante sono morfologicamente diverse o perché magari il vivaista gli ha dato delle piante di una varietà e, con le olive, vedono che è tutt’altro. L’analisi della morfologia è importante. Poi si procede ad una mappatura di interesse provinciale per avere il primo dato certo. E qui si aprono tante strade. O meglio, qui si aprono le domande per chi vuole utilizzare la ricerca: magari sapere perché una stessa varietà da un lato produce tanto da un altro poco, oppure perché hanno una produzione alternante.
Nel caso di Capri, quali erano gli obiettivi? Sicuramente la produzione di olio di altissima qualità ma anche la tutela del paesaggio, l’omogeneità di quella che è la macchia mediterranea e un aumento sensibile della biodiversità.
E come si è stabilizzata la ricerca? Quando l’associazione ha saputo dei nostri studi sugli impollinatori, ci ha chiesto il preventivo del progetto e da lì è partita la seconda fase, quella del test di paternità sulla varietà dominante, la Minucciola che è sinonimo (stesso profilo genetico) della Dritta. Adesso lo faremo per tre anni, perché la statistica vuole almeno tre anni buoni di produzione. Se si guarda solo un anno, può essere un caso che ci sia un impollinatore rispetto ad un altro. Alla fine dei tre anni, invece, individuiamo esattamente chi è l’impollinatore.
Roberto Mariotti “Questo primo lavoro, in generale, lo facciamo in un sopralluogo con i coltivatori perché noi potremmo girare ettari ed ettari ma non andare nella zona giusta”.
Quindi, se ho capito bene, l’impollinatore giusto è il miglior padre per aumentare la produttività? Esattamente, la ricerca aiuta l’agricoltore a non piantare una determinata varietà vicino ad un’altra perché sicuramente non è l’impollinatore giusto, ricordando che l’ulivo è anemofilo, cioè l’impollinazione avviene non attraverso insetti ma con il vento.
Questa scoperta sugli impollinatori, che porta la firma del vostro gruppo di ricerca, l’ha condivisa a Moscufo ma è talmente interessante che merita una platea allargata, è un po’ come raccontare come si amano gli olivi, per scoprire che sono molto più selettivi di noi? Ilsistema di incompatibilità dell’olivo è stato definito scientificamente come diallelico, in quanto esistono soltanto due gruppi di incompatibilità, definiti G1 (gruppo 1) e G2 (gruppo 2). Per questa ragione la produzione di olive sarà possibile sole se avverrà l’incrocio tra il polline e l’ovulo di due piante appartenenti a gruppi differenti. Tutte le varietà cheappartengono allo stesso gruppo, quindi tutti gli G1 non si possono impollinare, quindi non possono produrre. Hanno bisogno dell’altro gruppo. Abbiamo iniziato il lavoro nel 2013 con dei colleghi francesi che lo stavano studiando in tutt’altra specie vegetale. Abbiamo proposto una collaborazione per vedere se anche per l’ulivo valesse questa regola che loro stavano studiando e i cui risultati erano già stati pubblicati poi su Science, massima rivista scientifica nel mondo. Hanno iniziato a venire da noi, siamo andati in giro per uliveti e abbiamo fatto una marea di test in laboratorio. La teoria dell’incompatibilità deidue gruppi per gli olivi è stata confermata al 100%, sia in laboratorio che in campo e anche su incroci. Abbiamo fatto anche degli incroci mirati con dei sacchetti per stabilizzare le conferme.
Qui la ricerca incrocia gli studi di cui ci ha parlato Soraya sui marcatori. Che, a noi, ha fatto pensare ai marcatori tumorali che si usano nelle analisi umane. Purtroppo, anche se il paragone potrebbe spaventare, sono la stessa cosa. Noi abbiamo un database che contiene 2000 genotipi di olivo: se applichiamo il marcatore dell’incompatibilità a tutto il germoplasma olivicolo, arriveremo ad identificare problemi di produzione di olive, possibilità di reimpianto di varietà compatibili, fino al miglioramentogenetico: sapremo se quella varietà potrà avere la rogna, potrà essere più attraente per la mosca, potrà ammalarsi di xylella. E sapremo, parimenti, se una pianta è resistente dove altre morirebbero.
La catalogazione, condotta a livello internazionale, nella ricerca di Soraya Mousavi
Quindi il DNA è una specie di guardiano capace di ridurre le crisi dovute ai cambiamenti climatici e agli stress ambientali? Certo, abbattendo anche i tempi perché invece di aspettare anni per vedere come quella pianta reagisca agli sbalzi climatici, lo possiamo sapere in anticipo perché i marcatori sono strumenti di precisione. Quello che sto facendo con Soraya e tutto il gruppo è, mappare il genotipo per avere il fenotipo desiderato e creare uno screening completo di tutte le varietà. Siamo a buon punto, non manca molto.
I marcatori sono utili anche nel passaggio dalla pianta al prodotto, quindi all’olio? Assolutamente, oggi possiamo collegare il genotipo al fenotipo-lecaratteristiche fisiche e organolettiche-. Se un produttore desidera un olio che sappia di pomodoro, noi interroghiamo il nostro database: cerchiamo le varietà che hanno quel profilo sensoriale e individuiamo il marcatore genetico responsabile di quel sentore. In questo modo, possiamo dare indicazioni immediate su quale varietà piantare perottenere esattamente quel risultato. Ma le possibilità sono infinite: possiamo selezionare piante con la foglia lunga o corta, con l’oliva dotata di umbone, o con il nocciolo di dimensioni specifiche. Qualsiasi tratto della pianta può essere mappato e previsto.
E questo, come emerso dal convegno, ha delle ricadute specifiche anche sulla nutraceutica. Specifiche, pratiche e positive per la salute, perché la ricerca permette di individuare quali varietà sono predisposte a produrre più concentrazioni di polifenoli come l’oleuropeina. Gli studi genetici sulle biodiversità costituiscono una sicurezza di tracciabilità ed un passaggio ulteriore nel considerare l’olio di un certo tipo non solo come alimento ma anche una vera medicina naturale.
Facciamo un’ipotesi, io potrei dirvi che voglio un olio specifico ed ottenerlo? Attenzione, però, parliamo di qualità e unicità nel contesto della potenza dell’oliva. Dalla raccolta alla conservazione, passando per il frantoio c’è un’altra storia da raccontare. Altrimenti il passaggio dal TOP al FLOP è immediato.-questa volta a ridere siamo noi, per la capacità di Mariotti di sintetizzare i concetti e renderli quasi un’immagine slogan-.
Continua nella sua spiegazione. Se porti le olive entro due ore al frantoio avrai più o meno quello che noi abbiamo detto che sarà la potenzialità di quella varietà ma se me la porti dopo due giorni sicuramente è un disastro. Se il frantoio lavora bene, ok, la potenzialità viene rispettata, ma se lavora male abbiamo ributtato via tutto. E qui entriamo nel settore dell’elaiotecnica.
E qui, lasciamo andare Roberto Mariotti ringraziandolo di averci aperto le porte di un mondo affascinante, quello del DNA, che spesso associamo alle scene di true crime che la televisione ci propone in continuazione ma che, invece, apre spiragli di vita alla identificazione, alla produttività e alla sostenibilità del mondo agricolo. L’approccio scientifico non è solo tecnica ma una nuova forma di narrazione della figura del contadino: non più quella figura resiliente lasciata ad affrontare le incertezze che gravano sul suo lavoro ma un imprenditore che possa pianificare i risultati produttivi in un’alleanza meno fatalista con la Natura, pur nel pieno rispetto. Questo permette anche la costruzione di nuovi ponti generazionali perché i giovani, con maggiori competenze e preparazioni, possano non solo restare ma affrontare la scelta di dedicarsi all’agricoltura con più ottimismo e confidare nella certezza di un lavoro stabile. L’ultimo ponte dovrebbe unire di più i produttori alle Istituzioni locali e regionali, riferendoci proprio all’Abruzzo. Passioni, competenze, radici…ci sono! Dovremmo “piantarla” di lavorare in emergenza.
Sabrina De Luca
Roberto Mariotti “Quello che sto facendo con Soraya e tutto il gruppo è, mappare il genotipo per avere il fenotipo desiderato e creare uno screening completo di tutte le varietà. Siamo a buon punto, non manca molto”.