Abruzzo 2050: meno abitanti, più cemento, tra sprinkling e defaunazione. In ricordo di Bernardino Romano

* di Fernando Di Fabrizio 

 

Nel 2050 l’Abruzzo sarà una regione più vuota e molto più anziana. Ma, se non cambieranno le politiche territoriali, potrebbe avere anche meno campi, meno suolo fertile e più superfici artificiali. È questo il paradosso che emerge mettendo insieme le previsioni demografiche dell’Istat e i dati sul consumo di suolo dell’Ispra. Oggi l’Abruzzo conta circa 1,27 milioni di residenti. Le proiezioni indicano una discesa verso il milione di abitanti entro il 2050, con una perdita di oltre 200.000 persone. Quasi quattro abruzzesi su dieci avranno almeno 65 anni, mentre diminuiranno i giovani e la popolazione in età lavorativa. Il fenomeno sarà particolarmente grave nei paesi montani e nelle aree interne, dove lo spopolamento rischia di indebolire scuole, servizi sanitari, trasporti, attività commerciali e agricoltura.

Meno abitanti, tuttavia, non significa automaticamente meno costruzioni. In Abruzzo risultano già consumati circa 54.500 ettari di suolo, oltre il 5% dell’intero territorio regionale. Dal 2006 al 2023 sono stati trasformati quasi 4.000 ettari: terreni agricoli, prati e superfici naturali sostituiti da edifici, strade, piazzali, parcheggi, infrastrutture e aree impermeabilizzate. La situazione è molto diversa tra la montagna e la costa. Nei comuni litoranei il suolo consumato raggiunge mediamente il 17,45%; nella città di Pescara supera addirittura il 51%. L’espansione urbana continua quindi a concentrarsi proprio nelle aree pianeggianti più fertili e più esposte ad alluvioni, ondate di calore e dissesto idrogeologico. Ogni ettaro impermeabilizzato non rappresenta soltanto uno spazio naturale perduto. Significa minore capacità del terreno di assorbire l’acqua, maggiore rischio di allagamenti, temperature urbane più elevate, perdita di fertilità, frammentazione degli habitat e riduzione della biodiversità. Significa anche indebolire l’agricoltura proprio mentre diminuiscono gli addetti, aumentano i terreni abbandonati e diventa più difficile garantire il ricambio generazionale.

La contraddizione è evidente: nel 2050 potremmo avere oltre 200.000 abruzzesi in meno, ma continuare a occupare nuovo territorio. Più case e capannoni, quindi, per una popolazione sempre più piccola; nuove periferie mentre i centri storici si svuotano; altro cemento mentre migliaia di edifici restano inutilizzati. La vera sfida non sarà costruire ancora, ma recuperare ciò che esiste. Riabitare i borghi, riqualificare gli edifici vuoti, proteggere i terreni agricoli, sostenere chi lavora la terra e arrestare l’espansione urbana. L’obiettivo europeo del consumo netto di suolo zero entro il 2050 non è soltanto una questione ambientale: riguarda il futuro economico, sociale e culturale dell’Abruzzo. Una regione con meno abitanti dovrà imparare a utilizzare meglio il territorio, non a consumarne ancora. Perché il suolo perduto, a differenza della popolazione, non può essere ricostruito. 

Il silenzio assordante nelle campagne 

Al consumo di suolo si aggiunge un pericolo meno visibile ma altrettanto grave: la perdita di biodiversità nelle campagne. Siepi, filari, prati, pascoli, fossi e piccoli incolti non sono superfici inutilizzate, ma ambienti essenziali per insetti, impollinatori, rettili, piccoli mammiferi e uccelli. Quando vengono eliminati, cementificati o trasformati in coltivazioni intensive, si interrompe un’intera rete ecologica. Inoltre con l’avvento dei grandi impianti fotovoltaici mascherati dal cosiddetto agrifotovoltaico ampi spazi di campagna che un tempo erano destinati alle coltivazioni verranno utilizzati per la produzione energetica. In Italia, tra il 2000 e il 2025, le popolazioni degli uccelli legati agli ambienti agricoli sono diminuite complessivamente del 33,5%. Delle 28 specie utilizzate per il monitoraggio nazionale, il 71% risulta in declino. Il torcicollo ha perso il 76% della popolazione, il calandro il 73% e il saltimpalo il 71% (dati ISPRA). In Abruzzo il quadro complessivo appare più stabile rispetto alla media italiana, ma nasconde segnali preoccupanti.

Tra il 2000 e il 2025 risultano in diminuzione cinque specie caratteristiche delle campagne: rondine, averla piccola, passera mattugia, cardellino e zigolo giallo. La rondine cala mediamente del 4,46% ogni anno, l’averla piccola del 2,27%, il cardellino dell’1,65% e lo zigolo giallo del 4,01%. Il dato più grave riguarda la passera mattugia, con una riduzione media annua del 7,61%. (dati Lipu rete nazionale della PAC, Rapporto Abruzzo). Le cause non dipendono soltanto dal cemento. Pesano la scomparsa delle siepi e degli alberi isolati, l’eliminazione dei margini erbosi, l’uso di pesticidi, la riduzione degli insetti, le lavorazioni troppo frequenti e l’abbandono dei pascoli e delle colture tradizionali. Da una parte l’agricoltura intensiva semplifica il paesaggio, dall’altra lo spopolamento lascia senza cura vaste aree interne. In entrambi i casi scompaiono gli ambienti aperti e diversificati necessari alla fauna. Gli uccelli sono indicatori della salute del territorio. Quando spariscono rondini, passere, averle e cardellini, significa che sta diminuendo anche tutto ciò che permette loro di vivere. Il rischio è arrivare al 2050 con meno abitanti, meno agricoltori, meno suolo fertile e campagne sempre più silenziose. Proteggere la biodiversità agricola significa quindi conservare siepi, filari, prati e pascoli, ridurre pesticidi e nuovo cemento e sostenere un’agricoltura capace di produrre cibo senza impoverire la terra.

L’allarme di Bernardino Romano A denunciare con largo anticipo questa contraddizione fu il professore Bernardino Romano, docente di Pianificazione territoriale all’Università dell’Aquila e tra i maggiori studiosi italiani del consumo di suolo. Romano spiegava che il problema non è soltanto la quantità di territorio edificato, ma la sua dispersione: abitazioni, capannoni, centri commerciali e strade disseminati nelle campagne, senza un confine riconoscibile tra città e spazio rurale. Per descrivere questo fenomeno coniò il termine “sprinkling”, polverizzazione urbana. Una forma insediativa ancora più frammentata dello sprawl, composta da piccoli nuclei e persino da singoli edifici isolati. Il risultato è la rottura della continuità ecologica, l’impoverimento degli ecosistemi, l’aumento del traffico privato e la crescita dei costi necessari per garantire trasporti, illuminazione, raccolta dei rifiuti e altri servizi pubblici. Il suo allarme riguardava direttamente l’Abruzzo. Nella conca aquilana l’urbanizzato aveva già raggiunto circa 500 metri quadrati per abitante, contro una media nazionale allora stimata in 350. 

Dopo il terremoto del 2009, la dispersione edilizia subì una forte accelerazione, producendo quella che Romano definì una vera polverizzazione della città e del paesaggio circostante. Il paradosso denunciato da Romano oggi appare ancora più evidente: mentre la popolazione diminuisce e i centri storici si svuotano, continua l’occupazione di nuovo territorio. Ogni costruzione isolata richiede nuove strade e nuove reti, frammenta i terreni agricoli e interrompe i collegamenti naturali utilizzati dalla fauna. Romano invitava soprattutto a riconoscere il valore collettivo del suolo: una risorsa non rinnovabile che produce alimenti, assorbe acqua, regola il clima, conserva biodiversità e mantiene aperto il paesaggio. Considerava miope sacrificare queste funzioni per un vantaggio economico edilizio immediato. Il suo messaggio resta centrale per l’Abruzzo del 2050: prima di costruire ancora bisogna recuperare gli edifici vuoti, ricucire le periferie e riportare vita e servizi nei paesi abbandonati. Altrimenti avremo meno abitanti, ma più territorio compromesso; meno agricoltura, meno biodiversità e campagne sempre più frammentate e silenziose. Berdardino Romano è scomparso a settembre del 2023 sul Gran Sasso colpito da un malore, eravamo amici da 50 anni abbiamo condiviso numerose “battaglie” per la difesa della natura e condivevamo la nostra passione per la montagna.

Insieme abbiamo partecipato al corso per Istruttore di alpinismo e subito dopo fu sua l’idea di organizzare una missione alpinistica sul Karakorum, nel 1986. La defaunazione, un problema sottovalutato Prima di tutto bisogna fermare il nuovo consumo di suolo. Ogni nuova costruzione dovrebbe essere autorizzata soltanto dopo aver dimostrato che non esistono edifici vuoti o aree già urbanizzate da recuperare. Occorre riportare abitanti, servizi e attività nei centri storici, invece di continuare a disperdere case e capannoni nelle campagne. È necessario contrastare lo sprinkling, impedendo nuove edificazioni isolate e coordinando la pianificazione tra comuni confinanti. Il territorio non può essere amministrato come una somma di piccoli interessi locali: servono una strategia regionale e l’obiettivo concreto del consumo netto di suolo zero al più presto. Bisogna poi ricostruire la rete ecologica, collegando parchi, riserve, fiumi, boschi e aree agricole attraverso siepi, filari, fasce erbose, stagni, fossi e sottopassi faunistici. Anche una piccola siepe può diventare rifugio, luogo di riproduzione e corridoio per centinaia di specie. Nelle campagne occorre sostenere economicamente l’agricoltura biologica, biodinamica e agroecologica quando applica pratiche realmente favorevoli alla biodiversità: riduzione dei pesticidi, rotazione delle colture, tutela del suolo, mantenimento degli incolti, sfalci ritardati e conservazione di alberi, siepi e margini naturali. L’agricoltore deve essere remunerato anche per il servizio ambientale che svolge. Serve inoltre una drastica riduzione dell’inquinamento luminoso, soprattutto lungo fiumi, boschi e corridoi ecologici. La luce artificiale notturna altera i cicli vitali degli insetti, disorienta gli uccelli migratori e modifica il comportamento di pipistrelli e altri animali. 

L’Italia è uno dei Paesi europei con la maggiore ricchezza biologica, ma questo patrimonio si sta progressivamente impoverendo. La distruzione e la frammentazione degli habitat, il consumo di suolo, l’agricoltura intensiva, l’inquinamento, gli incendi e il cambiamento climatico stanno riducendo non soltanto il numero delle specie, ma anche l’abbondanza delle loro popolazioni. È il processo definito defaunazione: boschi, campagne, fiumi e zone umide possono apparire ancora integri, ma ospitare sempre meno animali, soprattutto insetti, anfibi, piccoli mammiferi e uccelli legati agli ambienti agricoli. Secondo ISPRA, delle 672 specie italiane di vertebrati considerate, 161 sono minacciate di estinzione: circa il 28% di quelle valutate. La scomparsa degli animali non riguarda soltanto le specie rare. Quando diminuiscono impollinatori, predatori, decompositori e dispersori di semi, si interrompono relazioni ecologiche fondamentali e gli ecosistemi diventano più poveri e vulnerabili. A questo processo si aggiunge la diffusione delle specie aliene, introdotte volontariamente o accidentalmente dall’uomo al di fuori del loro ambiente naturale.

Non tutte sono dannose, ma quelle che diventano invasive possono competere con le specie autoctone, predarle, trasmettere malattie e modificare profondamente gli habitat. Nutria, scoiattolo grigio, gambero rosso della Louisiana, tartaruga palustre americana, pesce siluro e calabrone asiatico sono soltanto alcuni degli esempi più conosciuti. Si crea così un circolo vizioso: gli ambienti degradati perdono le specie originarie e diventano più facilmente colonizzabili da organismi opportunisti e invasivi; questi, a loro volta, accelerano la rarefazione della fauna locale. Il risultato è una natura apparentemente ancora verde, ma biologicamente più vuota, semplificata e omogenea. Difendere la biodiversità significa quindi proteggere e ricostruire gli habitat, ridurre il consumo di suolo, ristabilire le connessioni ecologiche, monitorare le popolazioni animali e intervenire sulle specie invasive prima che la loro diffusione diventi irreversibile. Ricucire il territorio, restituire vita alle campagne L’Abruzzo del 2050 non è ancora scritto. Le previsioni demografiche e ambientali indicano però con chiarezza il rischio: una regione con meno abitanti e più anziani, borghi abbandonati, altro suolo consumato e campagne progressivamente svuotate di insetti, uccelli e vita selvatica.

Un territorio può restare verde nelle fotografie e, nello stesso tempo, diventare biologicamente povero e frammentato. Fermare lo sprinkling e la defaunazione significa ricucire ciò che è stato separato: i paesi con le campagne, le aree protette con i corridoi ecologici, l’agricoltura con la biodiversità. Significa recuperare gli edifici esistenti invece di occupare altro suolo, ridurre pesticidi e illuminazione notturna, ricostruire siepi, filari, stagni e fasce erbose, sostenere gli agricoltori che custodiscono la fertilità della terra e la complessità del paesaggio. Era questa la visione che condividevo con Bernardino Romano. Cinquant’anni di amicizia, la passione comune per la montagna e numerose battaglie in difesa della natura ci hanno insegnato che proteggere il territorio non significa impedirne il futuro, ma renderlo possibile. Il suo allarme sulla polverizzazione urbana oggi è ancora più attuale e ci affida una responsabilità precisa. La sfida non è soltanto raggiungere il consumo netto di suolo zero. È restituire continuità, fertilità e vita al territorio abruzzese. Perché senza suolo non c’è agricoltura, senza insetti non ci sono uccelli e senza biodiversità non esiste una comunità capace di durare nel tempo.

 

* Direttore della Riserva Naturale Regionale Lago di Penne

 

Articoli correlati

Pin It on Pinterest

Share This