di Gianni Melilla *
Il 2 giugno 1946 l’Italia elegge l’Assemblea Costituente e con il referendum sceglie tra Repubblica e Monarchia. La grande e rivoluzionaria novità è che per la prima volta votano anche le donne. Sembra assurdo ma sino ad allora, alle donne italiane, cioè alla “metà del cielo” era precluso il diritto al voto.
La decisione di riconoscere il voto alle donne matura nel febbraio del 1945 ad opera del governo Bonomi, espressione antifascista del Comitato di Liberazione Nazionale, mentre una parte dell’Italia è occupata dai nazisti e si assiste all’ultima e sanguinaria coda del fascismo con la RSI di Mussolini.
In quei mesi si combatte una tremenda guerra per liberare l’Italia del centro nord dagli occupanti tedeschi e dai fascisti repubblichini. La Brigata Maiella è in prima linea negli scontri con i tedeschi e , sotto il comando delle forze alleate, partendo dai monti abruzzesi, contribuisce con con dure battaglie a liberare le terre marchigiane, romagnole, emiliane, sino ad Asiago nel Veneto, scrivendo pagine memorabili della storia militare e civile del nostro Paese per le quali sarà decorata con la Medaglia d’Oro al Valor Militare, unica formazione partigiana ad avere un riconoscimento così prestigioso.
Il Governo dei partiti antifascisti del CLN, in quei mesi prima della fine della guerra, estende il suffragio alle donne considerando il loro grande ruolo delle durante la guerra e naturalmente il lungo percorso di impegno civile per il riconoscimento della parità dei diritti politici tra uomini e donne. Quel percorso di emancipazione femminile inizia nella seconda metà dell’Ottocento, dopo l’unificazione del Paese, e conosce momenti di intensa mobilitazione delle donne e dei movimenti politici progressisti.
Dopo la fine della prima guerra mondiale le donne sono ad un passo dal riconoscimento di questo diritto: la Camera dei Deputati nel 1919 approva la legge che estende il voto alle donne, ma la fine anticipata della Legislatura non consente al Senato l’approvazione definitiva in seconda lettura della proposta di legge.
Nel 1925 il fascismo adotta una linea particolarmente ipocrita. Mussolini non riconosce il diritto al voto delle donne alle elezioni politiche ( le donne evidentemente non sono capaci di eleggere il Parlamento), ma solo per le elezioni amministrative. Ma subito dopo, il regime fascista annulla le elezioni amministrative per gli Enti Locali e dunque le donne non potranno votare neanche per elezioni locali. I podestà sostituiscono i Sindaci e sono nominati dal regime fascista secondo una logica dittatoriale.
Il Regno d’Italia e il regime fascista non ritengono le donne mature per votare e negano la parità dei diritti politici tra uomini e donne. Le donne non possono votare e tantomeno essere votate per cui le Istituzioni sono occupate solo dagli uomini.
Nel resto del mondo il voto alle donne era invece una realtà. Il primo Stato a dare il voto alle donne fu la Nuova Zelanda nel 1893, in Europa fu la Finlandia nel 1906 e negli anni successivi seguirono i principali Stati, la Norvegia nel 1913, l’ Unione Sovietica, il Regno Unito, la Germania nel 1918, gli Stati Uniti nel 1920.
L’Italia ha dovuto invece aspettare la caduta del fascismo per riconoscere questo fondamentale diritto democratico alle donne. E le donne per avere il riconoscimento giuridico dei loro diritti nella famiglia, nella società e nel lavoro dovranno aspettare gli anni 60 e 70 del novecento con l’accesso a professioni come la Magistratura, lo Statuto dei Lavoratori, la riforma del diritto di famiglia e la parità salariale tra lavoratrici e lavoratori.
La legge che il 1 febbraio 1945 riconosce il diritto delle donne a votare, ma non ancora ad essere elette. Questo diritto pieno a votare ed essere votate, viene riconosciuto dal decreto del gennaio 1946 in vista delle elezioni previste in primavera. In previsione poi delle elezioni per l’Assemblea Costituente un decreto del marzo 1946 completa ed integra la normativa riconoscendo l’elettorato passivo a 25 anni.
Il 2 giugno 1946 l’Italia sceglie la Repubblica e vota l’Assemblea Costituente che nel giro di un anno e mezzo di intenso lavoro parlamentare approva la Costituzione che ancora oggi caratterizza la democrazia italiana, a partire dai suoi valori fondamentali fissati nella prima parte, e dai delicati equilibri tra i vari poteri dello Stato con il primato assoluto del Parlamento e della Legge su ogni altra Istituzione e anche sulla stessa sovranità popolare.
Le prime donne italiane finalmente si candidano alle elezioni del 2 giugno 1946: sono in tutto 226 candidate , di cui 68 nelle liste del Partito Comunista , 29 nella Democrazia Cristiana, 16 nel Partito Socialista, 14 nel Partito d’Azione, 8 nella Unione Democratica Nazionale, 7 nel Fronte dell’Uomo Qualunque e 84 nelle altre liste minori. Su 556 deputati eletti, le donne elette saranno solo 21: 9 democristiane, 9 comuniste, 2 socialiste e 1 del Fronte dell’Uomo Qualunque.
L’Abruzzo elegge Filomena Delli Castelli della DC.
Filomena Delli Castelli (nella foto in alto) è nata a Città Sant’Angelo il 28 settembre 1916. Ha meno di 30 anni quando viene eletta deputata. Si era diplomata alle Magistrali di Città Sant’Angelo per laurearsi in Lettere a pieni voti all’Universitá Cattolica di Milano. Per vari anni è anche maestra in provincia di Varese e a Cremona. È impegnata nei Movimenti cattolici, dall’ Azione Cattolica alla FUCI. Partecipa alla Resistenza esercitando una incessante e pericolosa attività clandestina antifascista. Si dedica in provincia di Pescara all’assistenza dei profughi e delle persone più bisognose di protezione dopo le devastazioni della guerra.
Aderisce alla DC guidata in Abruzzo da Giuseppe Spataro che svolge con De Gasperi un primario ruolo dirigente a livello nazionale. Si impegna nella organizzazione dei gruppi femminili della DC. Viene per questo candidata ed eletta all’Assemblea Costituente il 2 giugno 1946 con 24.211 voti di preferenza. Allora si veniva eletti con le preferenze mentre oggi si viene nominati dai segretari di partito secondo l’ordine nnassegnato nelle rispettive liste!
Filomena Delli Castelli viene poi confermata deputata nella prima Legislatura repubblicana ( 1948-1953) sempre nella circoscrizione abruzzese. Nel 1949 fu anche eletta Sindaca di Montesilvano, una delle prime donne in Italia a svolgere la funzione di Prima Cittadina. Anche le altre 20 donne elette all’Assemblea Costituente erano giovani e venivano da un coraggioso impegno nell’ antifascismo e nella Resistenza. Guardando i volti di queste 21 donne dell’Assemblea Costituente si intuisce la loro fiducia nel futuro di un’Italia finalmente libera e la volontà di partecipare alla costruzione di una società giusta e democratica.
Se volgiamo lo sguardo a 80 anni fa e misuriamo gli avanzamenti del popolo italiano e in particolare delle donne, possiamo esserne tutti orgogliosi, uomini e donne insieme. Ma non dobbiamo accontentarci, dobbiamo ancora guardare avanti per continuare insieme il nostro cammino per attuare la Costituzione laddove afferma che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali dinanzi alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. E forse questo “inno” all’uguaglianza affermato nell’ articolo 3 della Costituzione, era la più sincera aspirazione di quei giovani abruzzesi , in gran parte ventenni e di umili condizioni sociali, che scelsero tra la fine del 1943 e il maggio del 1945 di combattere con la Brigata Maiella per una Italia finalmente libera e giusta.
* presidente Fondazione Brigata Maiella















