Penne 1920/Penne2020

di Berardo Lupacchini

I fantasmi cominciarono ad agitarsi subito dopo l’ennesima sconfitta esterna, la tredicesima di seguito, a Chiaravalle contro la Biagio Nazzaro nello scontro diretto giocato nella domenica della festa dei lavoratori, il primo maggio 1983. Accadde che la Pennese, al secondo anno di Interregionale, partita per inserirsi nella lotta al vertice e sponsorizzata dall’Acqua Santa Croce, stava penando e vedeva la salvezza allontanarsi sempre di più. Tuttavia a ridare fiato alle sue speranze contribuì la vittoria casalinga della settimana successiva, ottenuta in rimonta con i romagnoli di Lorenzo e Dal Monte, bomber d’autore (38 gol in due) di quel Cesenatico sceso al comunale con l’abito della festa, avendo già vinto il campionato, dopo essersi imposto su Chieti e Fermana. Ma subito dopo, i succitati fantasmi per la Pennese presero le fattezze dei giocatori della Vis Pesaro 1898  cui la corte di appello federale restituì due punti per aver schierato un giocatore squalificato, ma che nei due gradi di giudizio precedenti era stato sanzionato; grazie alla sentenza assolutoria finale, i biancorossi pesaresi passarono dalla retrocessione virtuale con 22 punti a ritrovarsi a giocare a quota 24 la salvezza in caso di vittoria sulla Pennese che, di punti, dopo il Cesenatico, ne contava 25. Il tutto proprio a scapito della truppa di Guido Colangelo spedita dal calendario sulla strada dei marchigiani all’ultimo turno della stagione. Pareva un segno del destino beffardo e cinico dentro un’annata al di sotto delle aspettative, senza cioè aver dato minimamente seguito al secondo posto centrato al debutto nel campionato nazionale dilettanti alle spalle dell’Elpidiense. Talmente al di sotto da rischiare di tornare in promozione in fondo a un torneo caratterizzato da tredici sconfitte consecutive in trasferta (e solo due pareggi di cui il primo nel match inaugurale di Porto San Giorgio) compensate però da un percorso casalingo da primato con undici vittorie e due pareggi (e altre due sconfitte). Una stagione infinita, rocambolesca (come nel caso del ko a Sant’Egidio alla Vibrata), con forti emozioni e tanti calmanti al cuore: quelli che servirono quella domenica del 15 maggio 1983 allo stadio Benelli di una Pesaro attraversata dal giro d’Italia nella terza tappa, la Comacchio-Fano. Proprio lì, nella cittadina marchigiana, la Pennese aveva stabilito il quartier generale dal venerdì. Colangelo non poteva disporre di tre elementi del calibro di Roberto Palma, Giovanni Severo e Guglielmo Macrini.

“Una tensione enorme. Ma Colangelo nei momenti decisivi tendeva a non esagerare il livello della pressione psicologica”, ricorda Vittoriano Di Luzio. Il tecnico pennese purosangue però sbottò ugualmente. Enzo Di Federico, che in quella stagione era rientrato dopo sei mesi di infortunio, nei dieci minuti finali di Penne-Chieti (3-2 il 10 ottobre 1982), subito dopo pranzo si era addormentato in camera. Stranamente però la comitiva vestina si accorse direttamente sul torpedone che si stava dirigendo da Fano allo stadio dell’assenza del centrocampista. Tiziano Palma, il segretario, si premurò di rintracciarlo e di svegliarlo; così Di Federico salì trafelato sull’autobus indossando un paio di occhiali da sole con le lenti scurissime. Palma spiegò a un Colangelo silenzioso che il giocatore, rimasto opportunamente con la bocca chiusa, aveva avuto un leggero attacco gastrico. Il tecnico non replicò. Pochi minuti più tardi, una pattuglia dei carabinieri fermò l’autobus orientandolo verso un itinerario alternativo a causa della tappa della corsa rosa. In quel momento Colangelo esplose all’indirizzo di Di Federico “Me ne disse due delle sue”, ricorda sorridendo l’allora 25enne piccianese. “Ho rischiato di morire se non fosse stato per il buon Tiziano…”. Il gruppo biancorosso arrivò pertanto con un lieve ritardo sulla tabella di marcia al Benelli dove la Vis Pesaro aveva trovato per l’occasione gli spalti gremiti per quello che si presentava come un vero e proprio spareggio. Pubblico delle grandissime occasioni, dunque, per tentare di evitare il ritorno sui campi regionali da cui la Vis mancava da tempo immemore. E soprattutto sarebbe stato un affronto ulteriore, visto che a presiedere l’antichissima società era giunto in quell’annata un ex presidente del Fano. La Pennese vedeva la salvezza, i marchigiani dovevano solo vincere altrimenti sarebbero retrocessi in compagnia della Santegidiese, ultima in classifica, e alla Biagio Nazzaro di Chiaravalle. Proprio nello stadio vibratiano un mese prima si verificò un episodio anomalo. La Sant era ultima in classifica, allenata da Sergio Petrelli, l’ex difensore della Lazio campione d’Italia nel ’74 che aveva sostituito Tonino Pica, già attaccante del Teramo e della Santegidiese stessa in coppia con Assetta. I giallorossi alternavano fra i pali due portieri: Giuliani e Di Matteo. Nella gara casalinga contro la Pennese, toccava a Di Matteo che però si infortunò nel riscaldamento. Ma l’altro estremo difensore, Giuliani, non era al campo: arrivò infatti in ritardo a gara iniziata e in porta nel frattempo fu costretto ad andare un ragazzo delle giovanili. La Pennese perse anche lì. In quel pomeriggio del 15 maggio ’83 al Benelli di Pesaro, entrando in campo per controllare lo stato del prato, perfetto, Colangelo venne quasi stordito dal fragore di un petardo lanciato dai gradoni. Con tre assenze del genere, tredici sconfitte consecutive in trasferta e la prospettiva di doversi giocare una stagione al cospetto di una blasonata Vis Pesaro, e nel suo caldissimo stadio, sia pure in piena crisi ma con un organico di tutto rispetto, il clima era di ansia e preoccupazione; anche e soprattutto fra i 200 pennesi saliti nella città di Gioacchino Rossini: i tantissimi altri erano rimasti a Penne in una domenica di comunioni ed attentissimi ai respiri ed alla voce del compianto radiocronista Biagio Di Norscia che seguiva il campionato per Radio Penne.

L’arbitro ci rassicurò subito”, racconta Antonio Macrini, allora ventenne, fratello di Guglielmo spedito in mezzo al campo da Colangelo. Si trattava di Bonazza di Monfalcone.“Arrivò negli spogliatoi per il riconoscimento questo signore gigantesco che ci invitò a restare tranquilli anche perché c’erano due commissari di campo, nessuno ci avrebbe procurato problemi”. Il ghigno di Alberto Baldoni da Castelfidardo si notò subito, tesissimo. A 48 anni operava come terzo allenatore della Vis: era stato il vice di Enzo Riccomini nell’Ascoli post Mazzone in A nel 1975-’76 retrocedendo tuttavia per differenza reti peggiore rispetto alla Lazio. Era in panchina da cinque partite dopo le esperienze di Balsamini e Santarelli, colui che aveva guidato i marchigiani a Penne dove quattro mesi prima la Vis aveva perso 2 a 1 con gol di Mauro Di Pietro su rigore in apertura, raddoppio di Macrini e rete di Filippini nel finale. Baldoni ebbe l’ardire di avvicinarsi proprio al piccolo Antonio Macrini, entrando in campo. “Mi disse: ehi ragazzino stai attento oggi”Ed io: non ho paura, sono della Korea…”. La Korea è il quartiere di Colle Castello a Penne. Felice Liberati, che si ruppe la spalla a Fermo il 17 ottobre dell’82 nella domenica successiva al trionfo sul Chieti, era rientrato fra i pali non da tanto dopo che al suo posto si erano alternati Di Giacomo e Crisante, entrambi di Montesilvano.  Vincenzo Pilone fu schierato da libero, davanti a sé Enzo Antonioli, Franco Castellucci e Ciferni; in mediana Di Federico, Antonio Macrini, Massari, quindi Mauro Di Pietro a rifinire per Vittoriano Di Luzio e Pomilio, anche lui reduce da un lungo infortunio. Il pericolo pubblico numero 1 per Colangelo era un attaccante di Montesilvano: quel Francesco Di Mario, trentenne girovago con una carriera cominciata  nell’Angolana in D e proseguita poi a Teramo, Modena, Brindisi, Messina. Ma Baldoni non lo impiegò subito: quando entrò, dopo un’ora di gioco, gli si attaccò addosso Mauro Di Pietro con Di Federico davanti alla difesa. Fu una gara molto difensiva della Pennese per quanto Di Luzio ebbe un paio di situazioni invitanti. “Ricordo di aver corso come un pazzo, tutti correvamo come dei forsennati. Stremato, a un minuto dal termine chiesi di essere sostituito”. La Vis Pesaro aggredita in ogni dove dai vestini, non trovò quasi mai gli spazi giusti, nonostante la spinta del suo ritrovato pubblico. Liberati si salvò in un paio di circostanze mentre il palo lo aiutò nel primo tempo. “A un paio di minuti dalla fine-rivela Enzo Di Federico-Pilone si ritrovò sulla linea di porta con le gambe in parte fuori dal terreno di gioco accanto alla porta di Liberati. Nel tentativo di far riprendere velocemente il gioco, Di Mario da dietro provò a spingerlo dentro strisciando, ma io a mia volta lo spinsi di nuovo per rimetterlo a cavallo della linea bianca. Pilone sbottò:”Smettetela, mi sto bruciando le gambe per la calce!”. Finì comunque 0 a 0 e la Pennese si salvò. In serata il gruppo festeggiò in un ristorante di pesce a Giulianova. In quella serata l’Acqua Santa Croce annunciò la conferma dell’abbinamento con la Pennese anche per l’anno successivo. Carlo Paladini da amministratore delegato firmò la sponsorizzazione, il giornalista Lorenzo Labarile, da poco scomparso, faceva parte dell’entourage dell’azienda di Canistro. “E’ una salvezza che vale più del secondo posto dell’anno scorso”, commentò Guido Colangelo al passo d’addio. Un’altra storia stava per cominciare.    

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