Benedetta Ursini ha 22 anni e ha discusso la tesi di laurea da remoto, le parole dell’ultimo sforzo dopo il percorso di studi in Servizio Sociale all’Università di Chieti, non sono volate nel rimbombo austero di un’Aula Magna.
Niente strette di mano, niente festa con gli amici, niente bagno di spumante nel piazzale universitario. Ma lei ci trova lo stesso qualcosa di molto positivo. E probabilmente lo racconterà ai suoi figli, come sua nonna le raccontava quanto fosse difficile guadagnarsi il pane sotto il cielo che fischiava bombe. Il Covid 19 ha colpito le due generazioni più “libere” come se dovessimo imparare che è nell’età di mezzo che, in genere, combiniamo più danni alla società.
Allora, come è stato laurearsi da casa?
Diversa rispetto a quella che avevo sempre immaginato ma ovviamente carico di emozioni e di fierezza. È stata la dimostrazione della mia determinazione, soprattutto nell’ultimo anno. Studiare durante la pandemia è stata una grande fatica ma anche una salvezza, diciamo che non avere distrazioni mi ha consentito di concentrarmi sui miei obiettivi e poi non perdermi nella rabbia di una situazione assurda. Dó un particolare valore a questa laurea da remoto, come un simbolo della volontà di voler andare avanti, continuare a sognare e pensare al futuro, nonostante tutto.
So però che il tuo percorso non è finito?
No, sono già iscritta al corso magistrale di Politiche e Management per il welfare sempre all’Universitá di Chieti e… sempre rigorosamente in dad.
E dopo?
Bella domanda, di primo impatto ti direi che mi piacerebbe rimanere qui trovando un lavoro che mi consenta di mettere a frutto le competenze acquisite e attraverso queste poter dare qualcosa nell’implementazione di una qualità sociale e culturale della mia terra e del mio paese.
Veniamo a questa “benedetta tesi” sulla quale hai lavorato tanto, cosa hai voluto affrontare?
Il titolo della tesi è “Integrazione e immigrazione sociale: un’analisi nell’area vestina”, focalizzata essenzialmente sui tre territori di Loreto Aprutino, Penne e Farindola. Diciamo che mi sono posta il problema dell’integrazione e dell’inclusione, pensando a cosa sia veramente necessario per gli stranieri che arrivino da noi.
È un tema al quale abbiamo dedicato un numero de Lacerba, bello continuare ad approfondire. Benedetta, come è articolato il sistema di accoglienza da noi?
L’accoglienza in Italia si articola in due fasi: la prima accoglienza e la seconda accoglienza. La prima accoglienza serve ad assicurare primo soccorso al migrante appena giunto nel territorio nazionale, a procedere con l’identificazione e, se necessario, avviare le procedure per la richiesta di protezione internazionale. Coloro che ne fanno domanda, sono trasferiti in strutture di seconda accoglienza, dove si avvia un percorso di integrazione con il territorio e con la comunità, promuovendo attività di inclusione sociale, scolastica, lavorativa e culturale.
I cosiddetti Sprar, giusto?
Si, è il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati L’adesione al progetto Sprar, dedicato all’accoglienza integrata, è su base volontaria da parte dei singoli Comuni, che ricevono un finanziamento triennale per l’attivazione dello stesso sul proprio territorio. Questi fondi vengono gestiti dal Comune e destinati ad un ente non profit, dopo l’assegnazione mediante gara d’appalto. Il sistema Sprar nel tempo è stato convertito in Siproimi (Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati) rivolgendosi solo a coloro che avessero già avuto un esito positivo della domanda di asilo, cioè a rifugiati e titolari di protezione sussidiaria, oltre che a minori non accompagnati. Con l’ultimo Decreto del ministro Lamorgese, il sistema di seconda accoglienza si modifica nuovamente in Sistema di Accoglienza e Integrazione (SAI) dove vengono considerati beneficiari anche i richiedenti asilo. 
Ci sono stati e ci sono limiti a questo tipo di sistema? 
I limiti sono di natura attuativa, legati all’alto numero di arrivi, in contrasto con le piccole dimensioni degli Sprar e, soprattutto, alla scarsa adesione e disponibilità dei Comuni ad ospitare i progetti sul proprio territorio. Pertanto, si ricorre ad un regime di accoglienza straordinaria contraddistinto dai cosiddetti CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria). Queste strutture, in linea teorica, da considerare temporanee e riservate alle sole eccezioni di “arrivi consistenti e ravvicinati di richiedenti”, sono di fatto divenute la modalità primaria di inserimento. I Cas sono mantenuti da una retta giornaliera per ciascun utente e sono generalmente destinati ad accogliere molti più migranti rispetto alle strutture ordinarie. Con i Decreti Sicurezza del 2018, la quota destinata ad ogni migrante presente in struttura viene ridimensionata: da 35 euro a 19 euro per gli ospiti dei grandi centri e 26 per gli ospiti di centri più piccoli. Resta invariato il pocket money di 2,50 euro.
I CAS hanno creato non pochi problemi e di varia natura sul nostro territorio, perché?
Quando si taglia sulla spesa, che è in realtà un investimento, si taglia sia sulle attività necessarie alla inclusione sia sul personale specializzato che deve seguire quelle attività. Penso ai corsi di lingua italiana, di mediazione culturale, di supporto psicologico e amministrativo. È ovvio che si crei una emergenza nell’emergenza e infine un’emergenza perenne.
Che si ripercuote anche sull’aumento dell’immigrazione clandestina
Sicuramente. L’orientamento che ha delineato, nel corso degli anni, la politica italiana in materia di fronteggiamento all’immigrazione clandestina e regolazione dei flussi, è stato di tipo perennemente transitorio, incerto e gestito prevalentemente attraverso il ricorso a sanatorie come dimostrano gli effetti dei Decreti Sicurezza degli anni 2018 e 2019 che di fatto hanno abrogato la protezione umanitaria 
Puoi fornirci dei dati?
Su 130mila domande che coprivano ben il 25% dei casi, l’8 per cento apparteneva alla protezione sussidiaria, l’8 per cento al riconoscimento di status di rifugiato, il 7 per cento ad altri tipi di protezione, il 52% è stata la quota di respingimenti. Secondo l’Ismu, Fondazione Iniziative e Studi sulla Multietnicitài I permessi speciali, per vittime di violenza domestica o di sfruttamento lavorativo, per cure mediche e calamità naturale, viene concesso a circa 7-8 per cento dei richiedenti, lasciando che, come si può ben immaginare, molti stranieri diventino soggiornanti illegalmente sul territorio nazionale.
Che cosa determina non accedere in maniera profonda al sistema di protezione internazionale?
La mancanza di accesso alla protezione internazionale significa mancanza di accesso ai servizi pubblici, all’istruzione, mancanza di tutela e scarsa possibilità di integrazione. La via più efficace per contrastare davvero l’immigrazione clandestina sembra essere quella del regolare l’immigrazione legale, considerato il costante e progressivo aumento del fenomeno. Secondo l’Onu, in un futuro prossimo, la popolazione italiana in età lavorativa diminuirà, effetto anche del forte calo demografico e dell’espatrio di tanti giovani italiani qualificati. Diventa allora necessario procedere ad una valutazione olistica e razionale dei vantaggi offerti dalla presenza straniera sul territorio nazionale
Ad esempio?
Penso al risanamento dei conti pensionistici, data la capacità contributiva dei migranti sul bilancio dello Stato. Oltre a ciò penso ad una conquista di un ruolo protagonista in Europa e nelle relazioni internazionali. Deve poi seguire una reale programmazione di servizi per gli immigrati, che assicuri l’accesso all’istruzione, alla sanità, ad una condizione lavorativa regolare, diventa quindi un investimento sociale ed economico per il futuro.
Nella chiacchierata con Giorgia, è emerso come spesso i suoi amici danesi evidenzino il fatto che lei, da moderna emigrante, sia andata “prendersi” l’economia migliore. Da noi, molto frequentemente, gli stranieri arrivano per fare I lavori più umili, anche a volte avendo dei titoli universitari conseguiti nel loro paese d’origine. Secondo una parte minoritaria e stereotipata dell’opinione pubblica, verrebbero a rubare il lavoro agli italiani.
Quanto è vero secondo te?
Quello dell’immigrato che ci ruba il lavoro è un mito da sfatare una volta per tutte. Primo perché, in realtà, l’Italia ha un’importante incidenza di ragazzi italiani che emigrano al di fuori dei confini nazionali e questo crea la quasi indispensabilità di presenza di stranieri che ha lo scopo, discorso scomodo ma necessario, di risollevare il numero di giovani in età lavorativa e la loro capacità contributiva. Poi, come dicevi tu, il lavoro degli immigrati è confinato in settori poco retribuiti, poco dignitosi, pesanti e precari, spesso anche retribuiti in nero, sottraendo loro la capacità di essere competitivi sul mercato. 
Quanta responsabilità ha la politica?
Credo che la narrazione politica debba smettere di concentrarsi sulla criminalizzazione del lavoro degli immigrati e iniziare ad analizzare i dati, i bisogni del mercato e far convergere le necessità di quest’ultimo con le nuove risorse portate dall’immigrazione. Cominciamo a chiamarle risorse e non minacce. Poi pensare ad un accesso al lavoro veramente meritocratico, parola che piace a tutti ma che sottintende la volontà di assicurare pari opportunità e pari accesso all’istruzione, per non confinare determinate classi in settori specifici. 
Diciamo che questo dovrebbe valere per tutti I giovani
Certo, io non voglio essere costretta ad andare via per avere un lavoro che mi soddisfi ed abbia un’equa retribuzione. Ricordiamoci che un paese che non investe sui giovani e sulle opportunità che ha, così io considero la presenza degli stranieri, resta immobile.
Non ci sono altre possibilità per Benedetta, e noi troviamo straordinario il suo pragmatico idealismo, dà una certa carica di speranza e la finiamo per canticchiare “…per quanto assurda e complessa ci sembri, la vita è perfetta”
S.d.L
foto di Francesco Marini  –  www.francescomrn.it  –  Centri di Accoglienza Straordinaria Loreto Aprutino

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