“La Cina è differentissima delle altre terre e genti, perciochè è gente savia, data alle lettere e puoco alla guerra, è di grande ingegno e sta adesso più che mai dubia delle sue religioni o superstitioni…”
Sono le parole  di Padre Matteo Ricci, il gesuita maceratese che, il 10 settembre del 1583, arriva a Zhaoqing, nella provincia di Canton. Il suo nome in lingua mandarina è Lì Mâdòu (cinese tradizionale ) ed in quella terra morirà l’11 maggio del 1610. Per la prima volta nella storia della Cina viene concesso un terreno dello stato per la sepoltura di uno straniero.
La mia chiacchierata con Serena Coletta, 32 anni, comincia proprio da questo racconto di cui conservo il ricordo grazie all’amico Filippo Mignini, storico della filosofia e più profondo conoscitore della figura di Xitai, così l’altro nome dato a  Matteo, letteralmente “maestro del grande Occidente”.
Serena, anche tu … sulle tracce dei gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia dei Ming?
Diciamo che la mia è una storia più semplice ma sicuramente nasce dal fascino che ha sempre suscitato l’Asia, sia come terra geografica sia nelle suggestioni culturali, storiche e filosofiche. Considera che fin da piccola io volevo fare l’archeologa proprio per andare in giro per il mondo. Crescendo ho capito che conoscere le lingue era il primo passo per approcciarmi al mondo, così mi sono laureata in Lingue e Letterature straniere a Pescara.
Ed il cinese?
Il cinese l’ho trovata subito una lingua stupenda e completamente diversa da quella europea, essendo una lingua tonale nella quale ogni sillaba è composta da un tono e la stessa sillaba, pronunciata con toni diversi, acquisisce significati diversi. Il fascino della complessità. Poi mi colpiva l’aspetto utilitaristico perché il cinese è la lingua più parlata, circa 1,3 miliardi di persone, e le connessioni economiche della Cina mi avrebbero consentito l’immediatezza di un lavoro qualificato. Così sono prima andata a fare un semestre di studio presso la loro università e adesso abito lì da quattro anni e mi trovo benissimo. Vivo a Canton, nella provincia del Guangdong, a sud della Cina ed insegno la lingua italiana in una scuola della città.
Com’è vivere a Canton per una loretese?
Il primo raffronto è numerico, credo, Loreto 7000 abitanti Canton 15 milioni, io personalmente non ho avuto nessun tipo di problema: c’è una organizzazione ineccepibile per quanto riguarda, ad esempio, il sistema pubblico dei trasporti che è stato incentivato per ridurre l’uso di macchine e motorini: quindi treni ad alta velocità, autobus a qualunque ora del giorno e della notte, la metropolitana con 9 linee. Altissima e di qualità è anche l’organizzazione della macchina burocratica degli uffici statali, tutto è fatto per ridurre il tempo e non perderlo. Devo dire che l’eccessiva velocità con la quale fanno le cose a volte ti spiazza, ad esempio se decidi di trovare casa, l’agenzia fa in modo di fartele vedere tutte insieme in un pomeriggio e nello stesso pomeriggio devi scegliere subito, non puoi prenderti una pausa, così è per tutto.
Certo, se poi paragoniamo ai “nostri” tempi che si dilatano spesso all’infinito posso capire la perplessità!
Diciamo che una via di mezzo sarebbe l’ideale, però a parte questa eccessiva velocità, che a volte ha i suoi lati positivi, io non ho avuto nessun tipo di problema di quelli che a volte vengono riportati negli stereotipi italiani. Da parte dei cinesi c’è invece tanta curiosità nei confronti dell’Italia: per loro siamo un paese ricchissimo, patria della moda fashion, dell’opera lirica, dell’arte, c’è tanto rispetto. Pensa che quando vado in metropolitana alcune persone mi fotografano di nascosto perché molti non hanno mai visto né un’italiana né una europea. Una volta al parco un signore anziano mi ha chiesto addirittura se potevamo farci un selfie!
Sfatiamo un po’ di miti, ad esempio quello del cibo
Anche lì nessun tipo di trauma, ovviamente ci sono degli alimenti che non mi piacciono come potrebbero non piacermi in Italia ma io fin dall’inizio mi sono posta nei confronti della scoperta in maniera laica, quasi azzerando quelli che potevano essere pregiudizi, non mi sono data dei limiti prima di assaggiare e sperimentare. Considera poi che il cibo cinese non è quello che mangiamo nei ristoranti italiani, quello è un surrogato turistico, è tutto diverso. Un’altra cosa che non corrisponde al vero riguarda la pulizia: Canton è pulitissima in ogni angolo, parchi e giardini sono curatissimi e durante l’arco della giornata ci sono persone che spazzano in continuazione per cui anche se tu volessi gettare una carta per terra subito dopo avresti qualcuno a raccoglierla. Il problema è un po’ nelle periferie o nelle zone più decentrate ma non è vero che i cinesi sono sporchi.
Come funziona la raccolta dei rifiuti?
C’è la raccolta differenziata per singoli palazzi e per due ore al giorno c’è una persona che staziona vicino ai grandi bidoni e ti aiuta nel differenziare.
Ci racconti com’è stata l’inizio della pandemia?
Canton dista tre ore di TAV da Whuan, dove tutto è cominciato. L’organizzazione anti Covid è scattata immediatamente: sono state distribuite le mascherine unicamente in un solo modello, lì nessuno indossava quelle di stoffa o quelle fashion, erano mascherine chirurgiche uguali per tutte. Ogni luogo è stato munito di termoscanner, anche i condomini, potevi entrare solamente esibendo il documento di riconoscimento ed è stato vietato l’ingresso a chiunque non ci abitasse. La cosa interessante è che tutte le istruzioni sulle modalità di comportamento ti giungevano attraverso i messaggi telefonici mentre con l’uso dell’app, tipo Immuni per intenderci, si potevano avere informazioni sul numero dei contagi. Questo mi ha sempre reso molto tranquilla, non mi sono mai sentita sopraffatta dalla paura dell’incertezza. Quello che arrivava in Italia attraverso i media non era una immagine veritiera ma questo accade anche in altre occasioni, l’informazione non è mai veritiera sulla situazione e sulla  percezione degli stessi cinesi.
Altro stereotipo?
Si, a parte che sono molto gentili, sono mediamente più avanzati rispetto a noi dal punto di vista tecnologico, lì non si usano più contanti da tempo e persino gli ambulanti vengono pagati digitalmente, per fare un esempio. Un’altra cosa che mi colpisce è che la disparità economica non crea gruppi sociali: puoi vedere una Ferrari parcheggiata davanti una bettola, un gruppo di persone e non capire di chi è fino a quando non lo vedi entrare in macchina. Non c’è l’ostentazione della ricchezza o dell’appartenenza ad una classe agiata.
Adesso sei qui a Loreto perché le frontiere sono chiuse
Ho preferito tornare per stare accanto alla mia famiglia, continuo a lavorare e a fare lezione da remoto, con un po’ di fatica nella gestione degli orari, a volte insegno alle cinque della mattina. Però voglio ritornare in Cina, sento che non si è ancora completato il ciclo di conoscenza, ci sono ancora troppe cose da scoprire. E le devo fare con lo stesso atteggiamento che tutti dovremmo avere quando si conosce un altro paese: spogliarsi delle proprie sicurezze e conoscere come potrebbe fare un bambino, senza pregiudizi.
Penso che sarebbe bello se qualche associazione organizzasse, con Serena, dei corsi per imparare il cinese o per scoprire una cultura di storia antichissima e preziosa.
O anche, solo per imparare come si fa a spogliarsi di un pregiudizio, vero “centro di gravità permanente”.
S.d.L.

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