Dei libri si guarda spesso la copertina: con gli Einaudi, che sono tutti bianchi e col motivo ad olio nero, è un gioco facile. Allora si passa direttamente all’autore. Donatella Di Pietrantonio è abruzzese ed è femmina. Femmina, sì: qualcuno avrebbe detto “donna”, senza però capire che si tratta di un bagaglio linguistico burocratico o cristiano e questa è, invece, una narrazione che prescinde dal rigore protocollare (altrimenti non sarebbe coscienziale) e che è più esoterica della cristianità, perché radicata in un contesto geografico senza religione, in un luogo dell’Abruzzo da passato prossimo che non conosce santi ma solo storie tutte simili eppure ognuna marcata a fuoco vivo. Femmina è un preciso modo selvaggio, crudo, evocativo, atavico e forte di confarsi ad un genere, conservando l’alone preformista della sofferenza viva che non è mai maschile e senza il rischio di riempirsi di buonismo rosa; perché di buonismo, nelle storie femminili, non c’è nulla.  Femmina è questa storia: “Borgo Sud”, in libreria dal 3 Novembre. Femmina la scrittura della sua autrice: pennese, cinquantasette anni. Femmina la famiglia: vera protagonista dell’opera; luogo di madri, sorelle e figlie, indissolubili o separate ma certamente accomunate, nella colatura di una rappresentazione irriverente, dal gusto forte dell’appartenenza. Appartenenza ricercata, trasudata, rifiutata, temuta e che si spinge al punto da poter essere “meritata” o meno.

È la storia dell’ ”Arminuta” che in abruzzese si traduce “la ritornata”,  participio di un destino. L’Arminuta è cresciuta, è una professoressa universitaria, adesso; fa la sua strada ma senza mai ultimarla perché, in ogni chilometraggio di percorso, c’è sempre un bivio più o meno invadente che la riporta all’origine, in quella spelonca, cioè, dove tante volte si è calata e mai una volta tornando illesa. L’Arminuta, stavolta, deve ricucire la fenditura più assolutamente patologica della sua esistenza: quel “qualcosa che chiamava gli abbandoni”, quel senso modellabile ma certo di non far perdurare alcun rapporto nel perimetro della propria esistenza. Il che risulta vero, nel crescendo di sofferenza di una narrazione che scava, incide, procede feroce e solenne come un organo; ma con l’esclusione tutta scompigliata di una persona che nel vivo delle proprie contraddizioni riesce a non andare mai via, a riportare alla carne dell’Arminuta il sapore metallico delle tragedie, ma di sangue.

Elena Caracciolo

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