Le storie, le voci e le troppe ombre di Rigopiano, nove anni dopo. Ieri dunque c’è stata la nona commemorazione della tragedia dell’Hotel Rigopiano di Farindola: a quota 1.200 metri venne travolto e distrutto, il 18 gennaio del 2017, da una valanga del peso di circa 120 mila tonnellate che si staccò dal sovrastante Monte Siella. Delle 40 persone presenti, fra cui 4 bambini e 12 dipendenti, morirono in 29 (11 lavoratori e 18 ospiti) intrappolate in una tomba di ghiaccio e detriti, minacciate dalle scosse di terremoto ed impossibilitate nelle ore precedenti a lasciare l’albergo perché la strada provinciale d’accesso, l’unica, non era stata sgomberata dalla neve. La cerimonia ha avuto il suo culmine alle 16.49, l’orario in cui la valanga raggiunse l’hotel, quando il coro Pacini di Atri ha intonato il “Signore delle Cime” e 29 palloncini bianchi sono stati liberati in cielo.
“Siamo ancora qui per l’ennesima commemorazione”, commenta Gianluca Tanda, che ha perso il fratello Marco, presidente del comitato delle famiglie delle vittime. “C’è la responsabilità degli enti pubblici in questa vicenda. Mancano i politici, le loro colpe. Una strage che si poteva e doveva evitare”. Questo il messaggio di Nello Musumeci, ministro per la Protezione civile e le politiche del mare: “Un evento doloroso che deve spingerci a una riflessione profonda sull’importanza di promuovere anche in Italia una vera cultura responsabile della prevenzione. Perché troppo spesso le catastrofi non sono solo eventi naturali, ma anche conseguenze di superficialità, impreparazione ed egoismi umani che non possono e non devono ripetersi”.
Gabriele D’Angelo, pennese, era un giovane volontario della Croce Rossa: quel giorno era in servizio come cameriere dell’albergo. “L’anno scorso ho incontrato i suoi genitori, suo fratello, la sua ragazza di allora, le volontarie e i volontari suoi compagni di viaggio in Croce Rossa. In tutti loro è ancora vivo il dolore per la sua perdita: quella di un ragazzo che aveva ben chiari i valori e i princìpi della nostra associazione”, ha sottolineato Rosario Valastro, presidente della Croce Rossa Italiana. Ha fatto sentire la sua voce Luca Labricciosa, sindaco di Farindola. “Il loro dolore ci accompagna e il loro coraggio ci guida. Da qui la richiesta al governo di avviare un percorso operativo immediato, fondato su una cabina di regia interistituzionale che coinvolga Stato, Regione, Province, Comuni, Parco nazionale e Protezione civile, dotata di un cronoprogramma pubblico e verificabile”.
Il sindaco chiede inoltre la rigenerazione dell’area di Rigopiano. “Non è accettabile – incalza – che ogni autunno e inverno la pedemontana che collega le province di Teramo, Pescara e L’Aquila sia di fatto interdetta”. A rappresentare il governo Isabella Rauti, sottosegretaria alla Difesa, che prova a rassicurare il primo cittadino. “Si sta facendo e si può continuare a fare molto per ricostruire il tessuto sociale ed economico di questa comunità”. Guido Liris, senatore di Fratelli d’Italia, promette: “Dal governo massimo impegno per la sicurezza in montagna”. E Daniele Marinelli, segretario regionale del Pd, chiosa:”Rigopiano non è e non sarà mai il nome di una immane tragedia, ma il simbolo di una ferita aperta”.
L’11 febbraio è attesa la sentenza dell’appello bis, in corso a Perugia, per la vicenda giudiziaria. In primo grado, a Pescara, c’erano state cinque condanne e 25 assoluzioni (30 gli imputati nel processo); in appello, all’Aquila, le condanne erano salite a otto. La Cassazione aveva poi annullato le condanne, riaprendo le posizioni di sei dirigenti regionali. Il Pg di Perugia, Paolo Barlucchi, ha chiesto la conferma delle condanne di due dirigenti della Provincia di Pescara, dell’allora sindaco di Farindola e di un tecnico comunale. Ma non finirà qui.















