di Sabrina De Luca

La notizia però non è arrivata come un fulmine a ciel sereno: sono circa due anni che la scuola di Loreto è a rischio di mancanza di iscritti e sulle motivazioni potremmo spaziare da quelle più generali che riguardano l’Italia di piccoli paesi che sono sì una peculiarità culturale ma soffrono dell’adeguato ricambio generazionale, della denatalità, dello spopolamento, della mancanza di lavoro fino al decentramento di servizi non adeguato, se non, in alcuni casi, assente. In Abruzzo, dal 2009 al 2019, la popolazione studentesca è passata da 181mila 713 a 174mila 882 alunni, quasi 7000 in meno.

Questo in linea generale, ma base di partenza per tutti in egual misura, così che quello che veramente appare determinante è la strategia qualificante che gli stessi comuni siano in grado di elaborare. E a Loreto Aprutino l’azione politica è mancata del tutto e non si è neanche accesa. O si è spenta.

Sul Tavolo Tecnico Provinciale Permanente dove c’era stata una proposta dell’USP di Pescara di consolidare gli I. C. di Penne e Loreto Aprutino affiliando a quest’ultima sia Civitella che Carpineto, invece si è lasciato, in finale, invariato il Piano Regionale della rete scolastica e proceduto a far perdere a Loreto Dirigenza e Direzione Generale Amministrativa. A quel tavolo il Sindaco c’era, con quale spirito di dialogo propositivo o con quanta energia abbia provato a spendersi per quella via d’uscita non lo sappiamo. Sappiamo però che per un numero esiguo di 8 alunni, l’istituto scolastico di Loreto perderà l’autonomia cioè non raggiungerà quel limite di 600 alunni previsto dalla legge. 8. Una burla, frutto di un  tecnicismo che rischia di infierire su di un livello sociale fragile.

La notizia de Lacerba aveva riportato sommariamente come la determinante del risultato negativo fosse stato un dialogo istituzionale non corrispondente agli auspici legislativi.

A partire dallaL. 97 del 1994, istitutiva degli istituti comprensivi, fino alla L.59/1997 e successivi decreti attuativi sulla autonomia, potenziata dall’ultima Legge di delega 107/2015 per la riforma La buona scuola, uno dei dati imprescindibili della riorganizzazione e verticalizzazione delle scuole era quello di una progettualità sul territorio e di una collaborazione tra Istituzione scolastica  e Istituzione politica, in termini ancora più semplici tra Scuola e Comune (in parte la Provincia qualora siano coinvolte le scuole di II grado) guidate all’apice da Dirigente e Sindaco.

Dalla lettura dei dati di quegli interventi legislativi, che si inseriscono nell’obiettivo di aziendalizzazione del settore pubblico con consequenziale  conferimento al Preside del ruolo di Dirigente, trasformato in una sorta di manager responsabile sia della didattica che della gestione amministrativa, ci sovviene una bellissima constatazione letta proprio all’indomani della riforma   “Vedrete che liti furibonde ci saranno!”

Il panorama è ricchissimo e quel che è accaduto a Loreto si presuma avvenga in tutta la penisola, con buona pace di alunni, docenti e famiglie chiamati, a prescindere dal raggiungimento o meno di soluzioni condivise, a svolgere il loro dovere.

L’intervento della maestra Anna Di Tonno, scevro di qualsiasi speculazione conflittuale, ha voluto essere la riflessione di una esperienza di insegnamento di 43 anni e di 3 in qualità di volontaria della Comunità Educante di Loreto. Unicamente una riflessione sulla scuola come luogo di formazione e costruzione del senso critico, del ragionamento, del dubbio e della traslazione di quel processo cognitivo in linguaggio al quale la scuola di Loreto, nella completezza del corpo docente e persino dei suoi collaboratori (ci uniamo anche noi all’abbraccio simbolico rivolto a Mauro Santedicola) ha corrisposto con serietà, impegno e  passione.

Due accorgimenti di manzoniana memoria al di sopra di tutto, l’uno nel rispetto della successione metodologica che ascende dall’osservazione all’ascolto, dal paragone al pensiero e giunge infine alla parola, l’altro nell’evitare il lungo e storto corso delle parole stesse affinché, e qui Don Milani docet, si evitino tutte quelle che non servono.

Saremmo portati a pensare che dovremmo ritornare tutti sui banchi di scuola tanto abbiamo perso quel metodo! Perché se la trasformazione del linguaggio privato del bambino al linguaggio comune del cittadino si forma nella scuola, garante del suo radicamento dovrebbe essere chi guida ed amministra la vita pubblica.

La persistenza invece di un linguaggio privato nella gestione pubblica, seppure corretto, diventa privo di valore comunicativo e produce effetti negativi sulla coesione sociale e sulla condivisione.

Se chi  detiene il potere non ha la capacità di innescare tale processo di esperienza comunitaria, ne interrompe la crescita contribuendo ai caratteri di una società egocentrica che fa della propria esperienza personale il centro del mondo.

Non ascolta, non si mette in discussione, non si fa sfiorare dal dubbio che, quell’atteggiamento di sottrazione alla comunicazione, possa comportare una disgregazione dove l’Io di ognuno è in lotta con l’Io dell’altro. Risultato? Tutto quel laboratorio rappresentato dall’azione scolastica che è nozione e conoscenza ma anche costruzione di una formazione morale, sociale e civile, si vanifica.

Lo spazio pubblico diventa luogo di incomunicabilità, non alternativo a quello del web o social dove, a volte, assistiamo desolati alla frantumazione della parola che diventa aggressiva e offensiva e ci allontana ancor di più dalle dinamiche reali di democrazia e libertà.

8 bambini che mancano all’appello.

Un numero troppo esiguo per ascrivere una responsabilità alla scuola e idoneo a ricadere nel libero arbitrio dei genitori di scegliere altri siti. E anche se quegli 8 avessero scelto altro perché non contenti del metodo didattico, sempre troppo esiguo per dare su esso un giudizio negativo. Questione di numeri e impatto statistico.

Quello che invece va ribadito è quanto sulla scuola si dovrebbe ritornare ad investire e quanto si debba riconoscerne il ruolo qualificante per un territorio predisponendo piani di politiche integrate per il suo sviluppo e sostegno.

A partire dai servizi, come mense, trasporti ed attività culturali e ludiche che agevolino anche le famiglie.

E allora se quegli 8 iscritti mancanti avessero scelto altre opzioni giudicando insufficienti le politiche predisposte e trovando più congeniali quelle dei paesi limitrofi?

Altro tema caldo, anzi bollente, è quella della sicurezza degli istituti scolastici: di chi è la responsabilità?

Una sentenza della Cassazione penale, la n. 30170-2018, ha statuito che la violazione delle norme di sicurezza degli edifici di proprietà del Comune è ascrivibile al sindaco, e non al dirigente responsabile della struttura, in mancanza di specifica delega a quest’ultimo, formalizzata dal legale rappresentante.

Così, a giusta ragione, si deduce che nell’ambito della gestione della sicurezza negli istituti scolastici bisogna distinguere le misure di tipo “strutturale ed impiantistico“, di competenza dell’Ente proprietario dell’immobile e titolare dei poteri di spesa necessari per adottare le dovute misure, e gli adempimenti di tipo unicamente “gestionale, organizzativo e documentale”, spettanti invece all’Amministrazione Scolastica e di cui assume la responsabilità il Dirigente Scolastico.

La conclusione del pensiero, infine, supera il dato normativo e giurisprudenziale, e si sofferma sull’effetto diretto che questa perdita dell’autonomia produrrà: le scuole dell’istituto comprensivo saranno affidate in reggenza a un dirigente scolastico di altra  istituzione scolastica autonoma.

Che non vi saranno ripercussioni nessuno potrà dirlo, sicuramente l’assenza di un costruttore di comunità, questa la definizione di Cerini sulla figura del dirigente scolastico, non inciderà sulla didattica che (e se!) seguirà quelle funzioni perfettamente enucleate dalla maestra Di Tonno, ma indebolirà il legame territoriale che si voleva rinforzare nel dialogo necessario tra Politica e Scuola.

Varcando idealmente la soglia di uscita di quel magnifico esempio architettonico che era la Tito Acerbo, lo sguardo si poggia su tutto quello che c’è intorno e su quello che ogni giorno perdiamo come comunità e che dovremo raccontare ai 592 alunni rimasti.

La conclusione verbale sa del finale cantato a gran voce da Falstaff nell’opera omonima di Verdi “Tutto nel mondo è burla” e noi, effettivamente Tutti gabbati!

Pin It on Pinterest

Share This