Loreto Aprutino ha smesso. Non di raccontare storie, ma di raccontare quelle che sarebbero capaci veramente di radicare una idea di cosa questo paese È-stato-e quali sono le sue radici di eccellenza culturale. Di investire in una sola idea madre che poi si irradi come matrice, dai luoghi alle persone fino a renderle significati e significanti.

La funesta occasione di una favola reale è quella della recente scomparsa del maestro Ennio Morricone, 6 luglio 2020, uno dei più grandi compositori italiani di musica e di colonne sonore cinematografiche, ultimo Oscar nel 2016 per le partiture del film di Quentin Tarantino, The Hateful Eight. Un musicista mondiale la cui fama spazia e plana anche nell’anima lauretana passata e presente, tanto fervida l’una quanto demotivata l’altra. Del resto l’Abruzzo lo amava, L’Aquila gli conferì la cittadinanza onoraria nel 2001, Pescara il Premio Flaiano alla carriera nel 1997 e Francavilla al Mare il Premio Cicognini nel 2017. A Picciano era di casa per l’amicizia fraterna con il Prof. Franco Di Silverio, il famoso urologo  testimone del legame del paese con i propri figli talentuosi e fondatore del MUTAC, Museo delle tradizioni e Arti contadini. Anche qui la cittadinanza d’onore conferita a Morricone ed a Giuseppe Tornatore parlava la lingua dell’amore e della riconoscenza tra gentiluomini. Un concerto speciale gli è stato dedicato a Fossacesia, l’11 luglio scorso, mentre all’Aurum di Pescara, nelle serate del 12 e 13, la  Colibrì Ensemble ha omaggiato il Maestro suonando le sue più belle colonne sonore, storia del cinema.

Di Loreto Aprutino apprezzava la buona cucina del ristorante Loreblick ma qui, era lui a riconoscere un debito simbolico al paese, per aver dato i natali ad un uomo il cui nome si lega ad altri giganti della musica come Riz Ortolani, Piero Piccioni, Franco Piersanti, Armando Trovajoli, Nicola Piovani, Luis Enríquez Bacalov, Manuel De Sica, Carlo Rustichelli, Carlo Savina: Donato Salone, classe 1914, nato  il 25 gennaio nella ventosa via Cesare Battisti e deceduto a Roma il 25 aprile 2008. Sommando i numeri dell’anno di nascita e di morte, il risultato è di nuovo 25, cifra alla quale Sant’Agostino riconduceva l’unità dello spirito e della materia. Non crediamo alle casualità: il nome ci è già caro –participio passato, eppur infinito del verbo donare– e il traguardo della scoperta è il personale pertugio di ricchezza lungo il sentiero iniziato dal trombone di Otello Farias, dalla visione di Zopito Valentini, da quelle bande musicali di artigiani omaggiate dallo studio contemporaneo di Antonio Acciavatti, dal credere nel valore formativo dell’ascolto rituale e collettivo della musica e di volerlo raccontare disegnando speranze.

Il maestro Morricone partecipò ai funerali di Donato ed ora che anche lui se ne è andato (ndr.altra  coincidenza, se ne sono andati dopo una caduta che ad entrambi ha causato la rottura del femore) c’è un componimento lasciato a Claudio Orazi, sovrintendente del Teatro Carlo Felice di Genova e residente a Loreto Aprutino, le cui note e parole risuoneranno il 31 luglio, a ricordare le vittime del ponte Morandi crollato. “Tante pietre a ricordare”, questo è il titolo la cui direzione di Orchestra e Coro  verrà onorata dal figlio Andrea.

E nel percorrere cerchi che si aprono e si chiudono in questo lembo di terra che calpestiamo, c’è un altro figlio che compie un gesto altrettanto generoso, è Claudio Salone, unico di quel Donato, il quale circa un anno fa dona il fondo di 432 cartelle del Maestro alla Biblioteca Luigi Chiarini del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Partiture, parti orchestrali, brogliacci, spartiti, documenti e corrispondenze, una storia tutta italiana di un genio. La vita di un uomo che visse di musica e per essa. Allievo di Giuseppe Pranzo, Donato entra, giovanissimo, a far parte della compagine musicale paesana ed impara a suonare il clarinetto Sibemolle con il quale, a 18 anni, si arruola nella banda della Marina Militare e nella quale resterà per oltre 15 anni.

“Di quegli anni papà aveva dei ricordi bellissimi e me ne raccontava ogni particolare, dai concerti eseguiti al cospetto di Vittorio Emanuele III, alle tournée europee a bordo dell’Amerigo Vespucci “ ci dice il professor Claudio raggiunto al telefono. “Abitavamo a Carrara dove mia mamma, Ultima, faceva la maestra e papà, congedatosi giovane, passava molto tempo con me insegnandomi a costruire aquiloni ed anche a farli volare, proprio come i suoi sogni, che coltivava in un animo a cui quella provincia toscana stava molto stretta”

Quei sogni si intrecciano di nuovo alla musica, è lei ad allungare i fili che, nei primi anni ’50, lo inducono a trasferirsi a Roma mentre Ultima e Claudio lo raggiungeranno nel 1958. Donato mette a frutto la sua competenza e diventa un copista, cioè trascrive le partiture della musica per ogni singolo strumento, e sia per le esecuzioni dal vivo che per quelle da registrare o da editare. Un lavoro da bottega artigianale compiuto con speciali pennini ad inchiostro, minuzioso e accurato e con tale perizia calligrafica da far circolare il suo nome come garanzia di spartiti perfetti e senza errori.

Nella Roma di Cinecittà che non teme Hollywood, il bagno nella fontana di Trevi di Marcello Mastroianni e Anita Ekberg ha da poco consacrato al mondo la bellezza della capitale e la straordinarietà  della creatività italiana.

Salone comincerà ad assistere, organizzare e realizzare le registrazioni per conto delle più importanti produzioni cinematografiche, fino ad avere una sua società Diafonia, punto di riferimento per l’ambiente del Cinema nazionale ed internazionale. In quella fucina di fermenti e di impulsi, lui diventa un maestro dei maestri, l’alter ego dei più grandi compositori italiani e stranieri. Non esistevano i computer, i musicisti scrivevano a matita le composizioni e Salone decodificava, dava disciplina ed ordine al senso estetico della creazione musicale, rendeva la musica, come la definiva Bernstein, una matematica da ascoltare.

Casa nostra era frequentata dai più grandi compositori del mondo con alcuni dei quali papà instaurò delle vere amicizie, come con Ennio Morricone, con il quale condivideva non solo un carattere schietto ma anche il medesimo approccio nei confronti della vita. Entrambi umili di origini, venivano dal quel mondo di formazione bandistica scuola di vita, entrambi avevano conservato, seppur da laboratori di pensiero diversi, quella semplicità il cui emblema era rappresentato dall’amore per il proprio mestiere, mai compromesso dalle lusinghe del successo o  irretito dalle luci della ribalta. Ricordo anche l’amicizia con Alessandro Cicognini, che aveva come papà origini abruzzesi, Riz Ortolani e sua moglie Katina Ranieri frequentavano normalmente la nostra casa, e poi Enzo Masetti, Carlo Rustichelli, Giovanni  Fusco, Carlo Savina  ed il maestro Lavagnino di Genova”

Donato lavorerà sempre, notte e giorno, fino all’età di 89 anni: ritorna a Loreto Aprutino tre volte l’anno in occasione delle festività natalizie e pasquali e durante le vacanze estive. Prova anche a srotolare un filo di aquilone che crei occasioni per portare il mondo magico della grande musica nel borgo natio: organizza un concerto con l’Orchestra di Roma presso la sala del cinema.

Ma per interpretare le grandi storie e riavvolgere i fili ci vogliono intuito, volontà e lungimiranza. Merce rara da queste parti.

Ed infine Donato amava terribilmente la gioventù ed i giovani musicisti, ne riconosceva il talento, li aiutava insegnando tecniche e segreti,  mentre esortava i “vecchi”a fare loro spazio.

Papá era sempre circondato dai giovani che lo amavano e lo ascoltavano attenti, penso a Nicola Piovani o a Stefano Mainetti. Io non ho seguito le sue orme ma il suo dedicarsi completamente, onestamente e con profonda discrezione al suo mestiere è stato comunque una eterna lectio magistralis di approccio alla vita”

Ci lasciamo con l’ultimo ricordo del maestro Morricone che ha voluto donare la sua musica a Genova e, soprattutto, ai familiari delle 42 persone morte a causa del crollo del ponte.

“Lo trovo giusto e non mi sorprende la nobiltà d’animo del Maestro Ennio. Come papà, apparteneva a quella generazione in cui la signorilità d’animo prevaleva anche sulle particolarità caratteriali e sulle inclinazioni individualiste”

Parleremmo ore ed ore con il professor Claudio Salone tanto la sua parola elegante appaga lo spirito curioso. In un attimo prepondera la malinconia per l’incapacità di una politica culturale di non mettere a frutto queste testimonianze straordinarie di legami con un territorio ridotto ad un involto lessicale, trito e ritrito di retorica. Prevale una speranza, che l’inutilità delle nostre parole  possa servire a compiere l’ultimo salto per riacciuffare il capo del filo. Si può morire e rimorire, come dice Carmen Pellegrino, così come decidere di ripartire anche dalla bellezza di un luogo abbandonato.

Sabrina De Luca

 

 

Pin It on Pinterest

Share This