di Vincenzo Amato

La colazione da Cenzino Macinelle, quella di mezza mattina, non era solo una cosa speciale ma una vera opera d’arte. Faceva il ciabattino Cenzino Macinelle, uno degli scarpari del paese, piccolo e scattante nonostante l’età avanzata, e per arrivare alla sua bottega, al suo studio come lo chiamava con una punta d’ironia frammista a orgoglio, bisognava percorrere un dedalo di ruvelle sempre più strette che, di colpo, si apriva su una piazzetta raccolta e confortante. La bottega era piccola anch’essa e quindi lui lavorava quasi sempre fuori dall’entrata col suo banchetto: un ripiano basso zeppo di scarpe da aggiustare e straboccante di attrezzi da calzolaio apparentemente in disordine, sapientemente mischiati come in un dipinto di Pasquale Celommi.

Quando arrivavano le dieci del mattino, tutti i giorni che Dio mandava sulla terra, Macinelle sgomberava il tavolino e ci allungava su una tovagliaccia da battaglia sulla quale metteva poi quattro bicchieri, un paio di piatti, qualche forchetta e un coltello di quelli buoni; sistemava quindi altre tre sedie attorno e si metteva ad aspettare gli altri all’appuntamento fissato alle dieci e un quarto. Il primo ad arrivare era Dina’ il piattaio, così soprannominato per il negozio di casalinghi che aveva lungo Corso Vittorio: sessant’anni portati in modo superbo, testimoniati da una chioma bianca e folta, ondulata e leonina che gli contornava il capo. -Iecco ‘u lione con la sua chioma…- gli dicevano tutti salutandolo quando l’incontravano imitando la cadenza del suo dialetto originario, quello di un paesino dell’interno nel teramano; e a ogni saluto lui ricambiava e respirava a polmoni pieni saziandosi d’aria e d’orgoglio. Così lo salutava anche Cenzino Macinelle quando Dina’ arrivava alla piazzetta, la mano destra stretta a tenere un bottiglione da due litri di Montepulciano prodotto da lui, perché era quello che gli toccava portare, quello il suo compito per la colazione.

Al pane ci pensava Macinelle che, prima di aprire la bottega passava, praticamente all’alba, da Giacomino il fornaio per un paio di filoncini caserecci. Il companatico invece, costituito da affettati vari e abbondanti con l’accompagnamento immancabile di una formetta di cacio, era compito di Chicchino, il vicedirettore delle Poste del paese: un omone robusto di quasi due metri, con la faccia grossa e radiosa sempre ornata da un sorriso, con un’espressione sul viso che esprimeva bontà al solo guardarla. Chicchino non era solo il vicedirettore delle Poste, era lui stesso l’Ufficio Postale, nel senso tradizionale che quel luogo rappresenta da un punto di vista sociale e culturale nei piccoli paesi della bella provincia. Sempre disponibile con tutti, non si tirava mai indietro con nessuno; per una raccomandata, un bollettino, un’informazione sulla data di pagamento delle pensioni. Tutti gli volevano bene in paese per questo suo modo di essere, cosa assolutamente meritoria, ma anche causa, nello specifico argomento, del sistematico ritardo con cui arrivava all’appuntamento quotidiano della colazione; perché se per arrivare dalle Poste alla bottega di Macinelle non ci volevano più tre minuti, lui ce ne metteva almeno il quadruplo a causa di tutti quelli che lo fermavano nel tragitto per chiedergli qualcosa o solo per salutarlo. Il quarto del gruppo era esentato dal vettovagliamento, giusto per un problema organizzativo; don Valentino infatti, viceparroco della chiesa di San Michele, alle nove e mezza diceva messa e, quando finiva, faceva appena in tempo a togliersi i paramenti e affrettarsi verso la piazzetta della colazione dove arrivava sempre trafelato, col suo tonacone nero e lungo fino a terra che svolazzava e nascondeva a malapena le forme di un pretone corpulento e massiccio. Viveva nel terrore di arrivare sempre in ritardo don Valentino e, come sempre, si sbagliava; infatti, al suo arrivo all’appuntamento, c’erano sempre e solo Cenzino Macinelle e Dina’ seduti al banchetto.

Allora,  capendo che non era lui a essere ritardo ma come al solito Chicchino, rallentava il passo e si avvicinava sornione alla sua sedia condividendo con gli altri due l’espressione scherzosa di insofferenza, che era sempre la stessa, prima di cominciare a parlare.

-Non è ancora arrivato? -, faceva fingendo ogni volta stupore.

-E che c’è di nuovo?!-, gli rispondeva Dina’ con sarcasmo, -tanto è sempre così, tutte le mattine così! Si sarà ancora fermato per strada a parlare con questo, con quello e con quell’altro ancora…- -Tutti mi vogliono, tutti mi cercano, Chicchino di su, Chicchino di giù, Chicchino di qua, Chicchino di là; roba che neanche il Barbiere di Siviglia, neanche il Papa…-, motteggiava Macinelle.

-Non scherzare col Papa., – rispondeva allora don Valentino facendosi serio in volto.

-Si, intanto, – mugugnava insofferente Dina’, -Papa o non Papa, qui si frigge. Ma perché non cambiamo le regole? – continuava poi, “Nel senso che qualcuno di noi compera anche mortadella, lonza e formaggio, così almeno noi cominciamo e quando lui arriva si mangia quello che rimane e…, e…, e chi vuole Cristo, che se lo preghi…!-

-Ancora?!-, reagiva piccato don Valentino, -Basta o no?! Scherzate con i fanti e lasciate stare i santi, dice il proverbio; versatemi un po’ di vino piuttosto, invece di di stare a scomodare il Papa, Gesù Cristo e pure il Barbiere di Siviglia, che ho ancora in bocca quella roba che l’arciprete compera per dire messa e che lui chiama vino ma che, secondo me, l’uva non l’ha vista neanche passare da lontano.- Cenzino Macinelle allora, preso il bottiglione, faceva il giro dei tre bicchieri e, arrivato da don Valentino, non si faceva mancare la battuta provocatoria che ripeteva tutte le volte: accompagnava la mescita con poche parole sospese, sempre le stesse, cui non poteva fare a meno spinto dall’irrefrenabile voglia di sfottere: -Prese il vino, lo versò, lo versò, lo diede…-

-Adesso basta, adesso me ne vado…”, faceva allora don Valentino alzandosi di scatto col viso apparentemente irritato e rubizzo più di quello che aveva già di suo, ma tenendo ben stretto il bicchiere in mano e senza fare un passo, segno che non aveva nessuna intenzione di muoversi.

-Va bene, dai, adesso basta,” chiudeva allora Dina’ provando a riportare tutto alla normalità anche se non ce n’era alcun bisogno, “alla salute, alla salute e basta chiacchiere…” diceva enfaticamente prima di portare il bicchiere alle labbra, seguito fedelmente dagli altri, e buttare giù il vino d’un fiato in un solo sorso, bicchiere vuoto e via. Quando arrivava Chicchino col consueto ritardo, di giri di bevute ne erano passati due. Arrivava con passo veloce col cartoccio dei viveri sotto al braccio ma si bloccava all’entrata della piazzetta fissando con lo sguardo, prima di ogni cosa, il bottiglione del vino ormai già violato; non osava mostrarne rammarico però, ché altrimenti si sarebbe preso una tempesta di rimbrotti dagli altri tre che, superata abbondantemente la soglia più nobile della sensazione di appetito, erano ormai passati tranquillamente a quella più umana della fame.

Di lì in poi, tutto accadeva in pochi minuti. Mentre Chicchino apriva i cartocci, Cenzino Macinelle spezzava il pane e Dina’ versava il vino, e don Valentino li guardava lavorare sorseggiando dal suo bicchiere. Osservandoli pensava, con un sorriso bello e sincero sulle labbra, che il versare il vino e lo spezzare il pane della colazione da Cenzino Macinelle non doveva poi essere tanto diverso, almeno nelle intenzioni e nella predisposizione dell’animo, da quelli fatti da Nostro Signore un po’ di tempo prima la sera nell’ultima cena. Sorrideva e meditava, dentro sé, che quel parallelismo che gli era venuto in mente era tutt’altro che blasfemo e scaturiva invece dalla semplicità che si respirava nei paesi di provincia, fatta di cose umili e grandiose allo stesso tempo; grandiose come tutte le cose umili d’altronde.

Un pensiero alto e repentino, bruciato dagli eventi che, in appena pochi minuti, portava alla fine di quel magico consesso con un risultato scontato: cartocci puliti, bottiglione vuoto, sigaretta di rito tranne che per don Valentino che si accendeva il suo solito mezzo toscano. Poi, velocemente, ognuno via per la sua strada, tranne Macinelle che rassettava e ripristinava il suo banchetto da scarparo, pronto al lavoro.

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