Il tempo sospeso, conseguenza dell’emergenza pandemica, permette ricerca, studio e riscoperta. La desolazione dei teatri nazionali chiusi ad ogni tipo di arte performativa conduce alla più amara delle constatazioni: non è vero che in Italia ci sono troppi teatri, ce sono troppo pochi e quando ci sono non funzionano. L’atto del ricordo materializza lo sfogliare di un libro raffinato edito da Carsa Edizioni nell’anno 2002, curato, nei testi e nella scelta di foto e documenti, da Enrico Santangelo.

La data della pagina aperta a caso è quella del 5 febbraio 1882, oggi, 139 anni fa, quando nel Consiglio Comunale presieduto dal Sindaco Felice Sericola, si discute in maniera preliminare del terzo punto dell’ordine del giorno, quello relativo alla riduzione dei locali una volta addetti a fondaci e cantina degli ex conventuali ad una sala. Per comprendere meglio, il complesso intorno alla Chiesa di San Francesco dove ancora oggi ci sono, seppur chiusi, il Museo Antiquarium, il Museo della Antica Civiltà Contadina ed il Municipio.

Quel 5 febbraio si abbandona la dicitura della esigenza che la trasformazione avesse lo scopo di creare un teatrino che compariva in un verbale di un consiglio già dal 1869, esigenza non ritenuta prioritaria dai consiglieri di allora e perciò accantonata. Se ne torna a parlare 13 anni dopo, il teatro diventa generica sala, quasi a volerne sottolineare la destinazione ad un uso politico e pluralista, un compromesso che poteva determinare il voto favorevole ed al quale si aggiungeva l’esigua spesa da affrontare: 2000 lire come fondo di stanziamento. Non basta, e non passa: 13 i consiglieri presenti, 8 voti contrari 4 favorevoli.

Ci vogliono ancora tre anni per ritornare sull’argomento: 8 marzo 1885, il Sindaco Sericola trova un consiglio piu incline all’accoglimento della proposta, c’è un piano economico dettagliato ed il Progetto sarebbe stato seguito da uno dei consiglieri, Battista Beducci. Una opposizione ferma giunge dal consigliere Pasquale Treccia. Contrario anche Gaetano Rasetti che invece aveva votato a favore della prima mozione del 1869, quando si era parlato di teatro, appunto. Il provvedimento passa, 8 favorevoli e 4 contrari.

L’11 aprile 1886 i lavori sono già avviati, Sindaco di Loreto è Vincenzo Valentini e nel verbale del relativo consiglio si legge un ulteriore stanziamento di 1600 lire per la realizzazione della volta di vestibolo “di forma a mezza notte e lunette” e del pavimento in tavole d’abete. Loreto Aprutino avrà una Sala Comunale che, subito dopo l’ultimazione dei lavori, diventerà Sala teatrale con una prima stagione artistica quella del 1893, con ben 10 rappresentazioni.

Lo spazio editoriale non consente ulteriori cronache ma  l’intento è quello di fermarsi proprio qui, perché vi consigliamo di riprendere in mano questo libro, nella sua fattura elegante che resiste ai quasi 20 anni di editazione, ulteriore e spietata conclusione su quanto abbiamo perso nella qualità dei moderni progetti editoriali. Il Teatro Luigi De Deo è oggi al centro di riflessioni sociali e politiche, che esulano dai rilievi sullo stato di emergenza Covid. L’ultima risiede in un post di Fausto Roncone de Il teatro del paradosso, quasi l’ultimo urlo, quello del tutto il fiato possibile, delle parole di Garcia Lorca “Un popolo che non aiuta e non favorisce il suo teatro, se non è morto, sta morendo”

Vi consigliamo di riprendere in mano, allora, questo libro, di capire se le difficoltà storiche di costruire un teatro a Loreto Aprutino si ricolleghi ad una atavica propensione culturale solo agricola del popolo e dei suoi rappresentanti o se quel piccolo teatrino che ha raccontato, comunque, una storia moderna di vivacità culturale di spessore meriti di ritornare al centro di un dibattito pubblico. Quando tutto questo caos che stiamo vivendo finirà, sarà il Teatro, come spazio di  azione sociale che rinnoverà le coscienze del luogo e della società. La più alta delle azioni politiche dalla quale economia e società potranno ritrovare una linfa vitale.

S.d.L

Pin It on Pinterest

Share This