DAL SITO ABRUZZOWEB.IT - "Erano le 16.47 del 18 gennaio 2017: solo in 11 riusciranno a salvarsi, gli altri 29 verranno estratti morti dalle macerie". Il programma di Italia Uno Le Iene torna sulla tragedia dell'Hotel Rigopiano con Roberta Rei e Marco Fubini e, in un servizio andato in onda domenica sera si parla delle "carte e testimonianze che dimostrerebbero come tanti fossero a conoscenza del pericolo per gli ospiti della struttura ma nessuno avrebbe fatto niente per salvarli".

Viene ricostruita così l'intera vicenda. "Si poteva evitare tutto questo", chiede la Rei per poi sottolineare, "quello che è sicuro è che ci sono una miriade di cose che non hanno funzionato e molte sono state nascoste".

"Si parlerebbe di un vero e proprio depistaggio. L'hotel era circondato da due metri di neve e 40 persone erano in trappola perché le strade erano bloccate. Ma la situazione è diventata tragica quando alle 10.25 del mattino la terra ha cominciato a tremare. Le prime tre scosse tra le 10.25 e le 11.25 sono state molto forti, parliamo 5,5 gradi della scala Richter".

"Gabriele D'Angelo, volontario della Croce rossa e cameriere dell'hotel, chiama la prefettura al centro coordinamento soccorsi e non solo non sono partiti gli aiuti ma durante le indagini quella telefonata sparisce nel nulla. E' stata nascosta". E mostra il foglio della Prefettura dal quale è stato strappato l'appunto annotato dopo la chiamata di D'Angelo. Nessuno ha mai preso in considerazione la sua chiamata.

"C'è stata una manovra di depistaggio - spiega ai microfoni delle Iene Pierfrancesco Muriana, capo della Mobile - ed è questo il tema dell'inchiesta bis, che riguarda appunto l'occultamento di questa telefonata".

Ma c'è un'altra telefonata fatta da D'Angelo ai volontari della Croce rossa, aggiunge Rei, "di cui il tenente colonnello Annamaria Angelozzi, che ha diretto il secondo filone di indagine, aveva notizie tramite Pec della Polizia già da 22 mesi ma non l'ha messa agli atti".

La Iena quindi l'ha raggiunta per chiedere "se si fosse dimenticata": "Assolutamente no - la riposta di Angelozzi, che ha aggiunto - può stare tranquilla e serena come i parenti delle vittime".

Che però, tan.to sereni non sono. Dopo il servizio però, sono arrivate alla redazione carte che renderebbero ancora più gravi quelle dimenticanze, continua Rei: "pare che Angelozzi avesse in mano i tabulati con tutte le telefonate che D'Angelo aveva fatto quella mattina ed erano stati proprio i Ris a mandarglieli con tanto di screenshot e sottolienandole che c'erano 'numerosi contenuti di potenziale interesse investigativo'. Ma solo due anni dopo l'accaduto Angelozzi inserisce i tabulati nelle indagini. Poi sul Tgr Rai esce la foto del foglio su cui i volontari del 118 avevano segnato la telefonata di D'Angelo e solo in quel momento Angelozzi lo mette nelle indagini. Anche se lo sapeva da molto prima".

"Ma è venuto fuori che oltre ad Angelozzi c'era anche un maresciallo dei carabinieri che aveva tutte queste informazioni

Dopo le chiamate al Coc, i volontari della Croce rossa chiamano la Prefettura e viene loro spiegato che la questione non è di competenza di quegli uffici e di chiamare, quindi, la Provincia.

Ma in Prefettura, in quel momento, c'era il centro coordinamento soccorsi, "ed erano loro che si dovevano occuparedi gestire quella richiesta, non la Provincia", incalza Rei.

E ancora, c'è un'altra figura che avrebbe saputo più di quanto ha detto poi, si tratta dell'ingegner Luca Verna, coordinatore del Posto di coordinamento avanzato presso la sede della Croce rossa italiana, voluto dalla Prefettura: "Verna è stato inviato come braccio operativo del Prefetto. Quindi ci sarebbe un altro importante funzionario dello Stato, coordinatore dei soccorsi, che sapeva della telefonata e non ha fatto niente?

Così D'Angelo ha chiamato lui stesso la Prefettura per oltre 3 minuti, poi i volontari della Croce rossa che, a loro volta, hanno informato la Prefettura e, insieme a loro, c'era anche l'ingenere mandato dalla stessa Prefettura. Prefettura da cui sono sparite queste prove importanti: "ma perché nasconderle?, Rei lo chiede proprio all'ingegner Verna, che non è masi stato ascoltato da nessuno.

"Abbiamo cercato di gestire tutte le emergenze che abbiamo trovato, ci simao messi a disposizione della popolazione", risponde Verna che in un primo momento non capisce dove voglia arrivare a parare il discorso ma che poi, messo alle strette, preferisce andarsene senza rispondere alla domanda chiave: "Lei sapeva di queste chiamate, non poteva non saperne niente, deve aver letto anche il nome di D'Angelo sul foglio, era lei a coordinare le operazioni".

Inoltre, come ricordato dai ragazzi volontari, "quella era la richiesta di un nostro collega. L'apprensione era tanta, la notizia oltremodo amplificata".

Alla fine Verna chiosa con un "non mi ricordo di questa telefonata".

Insomma, tutte le richieste di aiuto fatte da Gabriele D'Angelo sono scomparse, nonostante in molti ne fossero a conoscenza. 

"Quello che è sicuro è che sono state fatte 5 ore prima della valanga e che, se qualcuno le avesse ascoltate, i soccorsi non sarebbero arrivati 7 ore dopo e non avrebbero fatto tutta quella fatica per capire dove iniziare gli scavi. E alle difficoltà oggettive si è aggiunta anche la mala organizzazione: la colonna dei soccorsi si è fermata per più di un'ora perché la turbina che apriva la strada ha finito il carburante e la cisterna con il gasolio era in coda, per cui hanno dovuto fare una catena a mano con le taniche. Insomma, un disastro. E ci metteranno più di 30 ore prima di individuare i primi sopravvissuti".

E' Adriana, la mamma di Gianfilippo, il piccolo estratto dai vigili del fuoco, a raccontare l'arrivo dei soccorritori. Poi è stata estratta lei: "là sotto c'è mia figlia, stava giocando con altri due bambini nella sala biliardo", ha urlato. Adriana al momento del crollo però si trovava all'ingresso, ed erano quindi due giorni che non sentiva la voce di sua figlia. In realtà non sapeva neanche se fosse viva ma aveva paura che se lo avesse detto avrebbero smesso di cercarla. 

Timori comprensibili ma infondati perché i vigili del fuoco non si sono mai risparmiati in quelle ore e hanno continuato a scavare senza sosta, fino a quando hanno sentito la voce della bambina.

Giampiero Parete mostra la stanza di Ludovica e Gianfilippo con i cartelloni di bentornato ai figli scritti dai compagni di scuola, le foto dei pompieri che li hanno salvati e poi gli elmetti che sorvegliano i loro letti, facendoli sentire sicuri.

Parete, dopo la valanga fa diverse telefonate ma, anche lì niente, nessuno gli crede. "I soccorsi - ricorda Rei - partiranno con due ore di ritardo".

"Riproviamo a fare il 118 e dico: 'qua sono morte le persone'. In quel momento ho capito che non erano ancora partiti dopo due ore dalla prima chiamata".

E partono ma senza aver rifornito le turbine, così i vigili del fuoco sono costretti a salire a piedi.

"Sono passati due anni, il processo è appena iniziato e le persone che avrebbero dovuto gestire l'emergenza sono ancora tutte ai loro posti", ribadisce Rei.

Giampaolo Matrone, una "non vittima" di Rigopiano che ha perso la moglie nella tragedia, ne sa qualcosa, tanto che affronta Daniela Acquaviva, funzionaria della Prefettura che alle prime richieste di soccorso dopo la valanga che ha sotterrato 40 persone, aveva risposto: 'allora guardi, questa storia va avanti da stamattina, i vigili del fuoco hanno fatto le verifiche e non c'è nessun crollo all'Hotel Rigopiano".

Ma come facesse lei a sapere che i vigili del fuoco avessero fatto i controlli, ancora oggi, non si capisce.

"Sono rimasto 62 ore sotto le macerie - le dice Matrone mentre lei lo ascolta da dietro la scrivania del suo ufficio - lei è la signora che ha risposto al telefono, che ha lasciato correre, che non ha dato subito l'allarme e ha detto che aveva cose più importanti da seguire".

Oltre al danno la beffa: "Purtroppo la moglie...la mamma dell'imbecille è sempre incinta", aveva aggiunto la funzionaria al telefono.

"Questo è un braccio fuori uso e questa è una gamba fuori uso - le dice oggi Matrone - lei continua a stare qua, a prendere lo stipendio, mentre per colpa sua io miritrovo così: con una figlia e senza una moglie".

"E ora che l'inverno è alle porte e il terremoto si può ripresentare in qualsiasi momento, la paura è che qualora fosse necessario, l'emergenza sarebbe gestita dalle stesse identiche persone. Sarnno i giudici a capire chi ha sbagliato e se qualcuno è responsabile di questa strage", chiude Rei.

"Quando lavori onestamente si può sbagliare ma la cosa che più fa paura sono i depistaggi e le omissioni. Qualsiasi condanna arriverà non ci restituirà queste vite", dice Pino Pomponio, volontario della Croce rossa.