RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO - La Green Economy dai territori all’ambiente è stato il tema che ha guidato i lavori dell’ultimo  Congresso Regionale di Legacoop Abruzzo, con alcuni cenni sull’Economia circolare, una definizione sempre più utilizzata dopo l’Expo di Milano del 2015, riferita ad un nuovo modello di sostenibilità che tiene conto dei Limiti dello Sviluppo (Peccei 1974), delle fonti rinnovabili, della rigenerazione, dei prodotti di scarto (riuso dei rifiuti dove é possibile) ma anche un nuovo modello di comportamento individuale e sociale capace di rispettare davvero l’ambiente naturale e i territori straordinari dell’Abruzzo.

Possiamo definire l’economia verde (in inglese green economy), quella economia di natura ecologica, un modello teorico di sviluppo economico che prende origine da un'analisi bioeconomica, dove oltre ai benefici (aumento del Prodotto Interno Lordo) di un certo regime di produzione, si prende in considerazione anche l'impatto ambientale cioè i potenziali danni prodotti dall'intero ciclo di trasformazione delle materie prime, a partire dalla loro estrazione, passando per il trasporto, trasformazione e prodotti finiti, fino ai possibili danni ambientali che produce la definitiva eliminazione o smaltimento.Tali danni spesso si ripercuotono, in un meccanismo tipico di retroazione negativa, sul PIL stesso, diminuendolo a causa della riduzione di resa di attività economiche che traggono vantaggio da una buona qualità dell'ambiente come agricoltura, pesca, turismo, salute pubblica, soccorsi e ricostruzione di disastri. Le diverse relazioni tra l’economia verde, la sostenibilità ambientale, i cambiamenti climatici, la riduzione delle risorse naturali hanno spinto Legacoop Abruzzo a considerare come una vera criticità la proposta di realizzare il nuovo impianto a biogas nel comune di Loreto Aprutino, in un area destinata all’agricoltura di pregio, con importanti vocazioni e valori ambientali e naturalistici. Basterebbe ricordare che la nostra preziosissima agricoltura, distribuita nella fascia collinare delle colline argillose nell’area del Tavo e del Fino, con la straordinaria biodiversitá di semi che venivano tramandati da una generazione all’altra, è un vero modello dove le capacità di molti imprenditori agricoli di Loreto Aprutino e dintorni hanno portato alla ribalta nazionale il territorio del paesaggio a mosaico mediterraneo, con prodotti di vera eccellenza. In questo ambito anche il recupero del Tondino del tavo appare una vera novità visto che molti scienziati sostengono che ormai è iniziata la sesta estinzione con la perdita di tremila specie ogni anno. Estinzione di massa del 75% dell’intero patrimonio in pochi anni (in un parco del Portorico le specie degli insetti sono diminuiti  del 92 % in 35 anni). Legacoop Abruzzo ha inoltre promosso un nuovo progetto L’olio buono presentato al pubblico il 15 novembre 2019 dove verrà individuata una mappa degli uliveti abbandonati da riprendere per una nuova produzione sostenibile. La nostra regione è attraversata da una grave frattura sociale ed economica tra le aree interne e le zone urbane, localizzate lungo il breve tratto del litorale adriatico (il divario tra Nord e Sud adesso si vede anche tra Est ed Ovest. Nell’undicesimo Congresso di Legacoop Abruzzo (2019) sono state individuate le linee programmatiche per una nuova rete sociale nei territori più minacciati dall’esodo delle comunità interne che si spostano nella fascia costiera. Anche la rigenerazione urbana, è stata presa in considerazione poiché aggrega le cooperative di produzione e lavoro, con le abitazioni e le sociali, e contribuisce al riequilibrio delle città azzerando il consumo di suolo, un’altra piaga dei nostri tempi.

Realizzare un impianto industriale consumando il prezioso terreno agricolo a Loreto Aprutino ci lascia piuttosto perplessi, trasportare una massa di rifiuti organici dalle aree urbane verso le zone interne, maggiormente vocate all’agricoltura di qualità ed alla tutela ambientale, significherebbe sfidare le leggi dell’entropia, lasciando sul posto rifiuti di secondo livello, ancor più difficile da trattare. Troppo spesso in Italia la gestione dei rifiuti è finita in conflitti sociali terribili non solo nella Terra dei fuochi, in Abruzzo ci sono molte località agricole compromesse da una scellerata gestione del territorio con rifiuti sparsi nei terreni agricoli. Molti impianti sostenuti da generosi incentivi statali in nome delle fonti rinnovabili, localizzate in aree di pregio servono più agli imprenditori che realizzano l’opera, per beneficiare di generosi incentivi statali previsti per le “fonti rinnovabili”. Senza incentivi verrebbe meno la ragione economica principale di questa attività. In ogni caso è possibile ritenere che la generalizzata propensione alle centrali a biomassa e biogas rientra anche in una più generale prospettiva di riutilizzo di queste centrali per il trattamento di rifiuti. Infatti, la frazione organica dei rifiuti solidi urbani (Forsu) è equiparata alle biomasse con decreto ministeriale. Facile prevedere che una volta costruite queste centrali, invece di essere alimentate con biomasse agricole, di cui l’Italia non dispone e che hanno un costo sempre maggiore, potranno essere alimentate con Forsu, il cui costo di smaltimento è già una prima fonte di redditività. Il conferimento della Forsu vale da 80 a 110 €/t, il verde circa 60 €/t e i fanghi da depurazione circa 90 €/t. Inoltre gli impianti di bio-digestione non riescono a neutralizzare completamente i batteri presenti, in particolare i clostridi che sono batteri termoresistenti (a questa famiglia appartengono i batteri che provocano botulismo e tetano). In Germania alcuni ricercatori hanno suggerito che l’epidemia di Escherichia coli del 2011, causando 18 morti e le migliaia di casi di botulismo osservato negli animali, sarebbero state causate dalla presenza di centrali a biogas.

Legacoop Abruzzo ovviamente sostiene le numerose cooperative turistiche, sociali ed agricole della zona vestina che hanno manifestato loro preoccupazione per un impianto di trattamento dei prodotti di scarto e dei rifiuti urbani in un area agricola a ridosso del fiume Tavo, chiedendo con forza un nostro intervento puntuale che anticipiamo fin da ora in attesa di verificare il progetto nei dettagli.

Si ricorda inoltre che con il Rapporto “L’economia reale nei parchi nazionali e nelle aree naturali protette” Il Ministero dell’Ambiente e Union Camere hanno voluto individuare, valutare e valorizzare iniziative economiche in grado di affiancare la conservazione della biodiversità alla produzione di beni comuni e alla creazione di valori socio-economici. Il Rapporto rappresenta pertanto un originale strumento di analisi e monitoraggio economico-statistico dell’evoluzione del mondo delle imprese private operanti nelle aree protette ( che noi per similitudine vorremmo affiancare alle aree agricole di pregio) al quale viene affiancata (attraverso specifici casi aziendali) l’illustrazione di buone pratiche in materia di green economy e di valorizzazione delle professioni verdi. Le analisi svolte hanno evidenziato come la conservazione della biodiversità può affiancarsi non solo alla produzione di beni comuni ma anche alla creazione di valore economico, facendo leva su un capitale naturale e culturale che rappresenta un giacimento unico al mondo: che non si esaurisce se ben fruito e che, se ben valorizzato, crea benessere diffuso per il territorio. Nella sostenibilità e nell’economia a dimensione delle comunità locali c’è quindi l’essenza stessa - la “natura”, appunto - del modello produttivo italiano. Ed ecco perché l’attenzione alle aree naturali protette è congeniale al tema dello sviluppo e del rilancio dell’economia su basi nuove. Le aree protette nel nostro Paese sono circa 900, per una superficie protetta a terra di oltre 32.000 kmq (circa il 10,5% del totale), ai quali si aggiungono gli oltre 28.000 Kmq di superficie protetta a mare e i circa 2.300 Siti di Importanza Comunitaria (SIC) individuati dalle Regioni. Questo sistema tocca, con intensità differente, oltre la metà dei comuni italiani, costituendo così un importante polmone verde anche per le grandi città. Poiché si va da comuni la cui totalità della superficie è da considerarsi protetta ad altri che presentano invece quote inferiori al 10%. Il rapporto ha segnalato alcune criticità per i parchi nazion

ali, frutto in primo luogo di una marginalizzazione culturale - per alcuni versi legata a una loro profonda caratterizzazione montana e meridionale - e, talvolta, di un limitato riconoscimento della loro identità e delle loro funzioni essenziali.

Se volessimo lanciare una sfida del 10% in ogni comune italiano, come quella lanciata a livello nazionale a Camerino nel 1980 quando il territorio tutelato era solo 1,5 % (oggi siamo al 13%), non vi alcun dubbio che il tratto delle campagne a ridosso del fiume Tavo nel sito ipotizzato per la localizzazione della centrale a biometano a Loreto Aprutino dovrebbe essere tutelato e protetto. Del resto a pochi km sullo stesso fiume insistono sia la Riserva Naturale Regionale Lago di Penne dove hanno trovato  l’affermazione da oltre trenta anni alcune cooperative ambientali, sia il grande Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga dove ovviamente gli impianti di trattamento di questo tipo non sono consentiti. L’economia circolare in un piccolo comune parte dal basso, a nessuno è consentito modificare un territorio e un paesaggio in maniera irreversibile solo perché ci sono finanziamenti e incentivi economici pubblici, soprattutto quando, come in questo caso, i residenti, le forze imprenditoriali e culturali, le associazioni di categoria e i rappresentanti legittimi di interessi collettivi esprimono perplessità e si dichiarano contrari ad un impianto dannoso per l’economia legato allo sviluppo sostenibile.

 

Luca Mazzali

Presidente Legacoop Abruzzo