di Vittoriano Di Luzio

Ricordi

I ricordi sono riflessioni e fotografie di momenti che circondavano la squadra e l’ambiente attorno ad essa. Non la parte agonistica o le gare ma piuttosto situazioni e fatti veramente accaduti, personaggi particolari che arricchivano la vita e l’essenza della squadra anche più del risultato sportivo, raccontati con nostalgia e licenza poetica.

L’Ape Maia

Erano i primissimi anni Ottanta e si rinnovarono gli assetti societari: presidente Enrico De Fabritiis e vice presidente Antonio Rietti. Antonio Rietti era un comandante nato: grandissima personalità, furbo, duro e generoso. Il duo Colangelo- Rietti era, a dir poco, scoppiettante.

Rietti decise che il Penne doveva avere il proprio autobus per le trasferte: detto e fatto. Arrivo’ un autobus d’altri tempi, un pezzo da museo. Aveva i bordi arrotondati, due grossi specchi in alto sul fronte anteriore che lo facevano assomigliare ad un elefantino. Aveva una “visiera”elegante, color caffè e rigida sul davanti e le tendine marroni ai finestrini laterali. La tappezzeria interna era stata di un colore medio scuro ma non si vedevano piu’ le coste originali del tessuto, specie nelle parti più usate come sedili e appoggiatesta. Aveva un portabagagli nero di metallo sul tettuccio che copriva meta’ autobus e c’era una scaletta fissa posteriore per l’accesso. Era anche dotata di autoradio, ma solo frequenza AM. Si poteva ascoltare la messa, la musica classica da suicidio e a Loreto Aprutino subentrava sempre un canale di lingua straniera che sembrava il russo…vai a capire perché. Era di diversi colori ma il marrone chiaro e il nero dominavano.

A furor di popolo fu chiamata l’Ape Maia. Una versione più moderna della nostra Ape Maia ce l’aveva la ditta “Nipote” e faceva la spola tra Civitella Casanova e Penne. La famosa “diligenza” di Civitella.

Un altro esemplare l’avevo visto anni prima e trasportava donne che dai vari paesini andavano a raccogliere fragole e pesche sulla costa durante i mesi estivi.

Una domenica mattina sul piazzale di S.Francesco trovammo questo esemplare di autobus parcheggiato e pronto per imbarcare. Non ispirava molta confidenza per via dell’aspetto piuttosto decadente. Chi la guida? Fu l’ovvia domanda che tutti ci ponemmo, visto che non si intravedeva nessun autista nei paraggi.

Una risata beffarda echeggio’ alle nostre spalle: “La guido io!”. Era Guido Colangelo. All’uopo si era addirittura vestito da pilota: camicia bianca con tasche sul davanti e spalline, pantaloni blu e scarpe nere. In realtà gli autisti di pullman avevano, generalmente, la camicia blu e pantaloni blu ma nessuno ebbe il coraggio di dirgli che era un pochino overdressed.

Aveva la patente? Credo proprio di no, ma la domanda non fu posta per paura dell’ovvia risposta. A volte si preferisce l’incertezza alla certezza che può far paura.

Guido, sin da ragazzo, aveva desiderato pilotare un aereo : l’Ape Maia non era un F35 ma era pur sempre meglio di una banale automobile. Era felice come un bambino a cui si regala la prima bicicletta.

Bisogna considerare che il mister alle 6 di mattina della domenica era già “ in partita” : diventava irascibile, scontroso , sospettoso, quasi insopportabile. Quella domenica, a tratti, ma solo a tratti, risultava persino simpatico. Era una trasferta per una partita di Coppa Italia nel Teramano: era fine estate e si giocava alle 16.00. Era cosi eccitato che ad un certo punto, rivolto a noi passeggeri, disse’ “ Orsu’ , intoniamo un canto”.

    (nelle foto Rietti e Colangelo)

Doveva essere verso le 13.30-14.00 della domenica pomeriggio e si viaggiava sulla statale che dal mare porta verso l’interno teramano. Ad un certo punto si intravedevano macchine parcheggiate su ambo i lati della strada, ( c’era un ristorante con uno sposalizio in corso) e una fila lunga di macchine che avanzavano nella direzione opposta alla nostra.

Il tutto faceva tre file di macchine e il nostro autobus che doveva attraversare questo imbuto: non c’era assolutamente lo spazio fisico per poter passare. Tutti i passeggeri, giocatori e non, seduti nelle prime file gridarono all’unisono: “ frenaaa!”.

Qualcuno, da dietro, evidentemente non completamente consapevole a cosa andavamo incontro, oso’ anche echeggiare con un “ friine Mario!”, tormentone tanto di moda in quegli anni. Nel gennaio 2009 un pilota della US Airways , Chesley Sullenberger( detto Sully), divenne famosissimo e celebrato in tutti gli Stati Uniti perche’ fece un ammaraggio perfetto sul fiume Hudson dopo che era appena decollato dall’aeroporto de La Guardia di New York.

L’aereo aveva perso i motori a causa di uno stormo di oche canadesi subito appena il decollo. Al di là della manovra perfetta di ammaraggio, colpì il fatto che Sully, negli ultimi minuti ignoro’ completamente le richieste della torre di controllo, stacco’ la comunicazione radio e si concentro’ esclusivamente sulla manovra di emergenza che doveva compiere.

Compi un vero capolavoro e il silenzio radio fu la ciliegina sulla torta di una manovra da manuale. Il nostro mister fece qualcosa del genere in quel di Mosciano Stazione: non rispose alle urla e alle richieste di frenata della ciurmaglia , volse velocemente la testa all‘indietro, lancio’ uno sguardo di disprezzo verso tutti noi uomini di poca fede, allargo’ le spalle, si inarco’ sul manubrio quasi a volerlo abbracciare, punto’ lo sguardo verso quell’orifizio non abbastanza largo per il nostro mezzo, e accellerò…..

Tutti chiusero gli occhi e gli invitati che facevano capolino di fronte al ristorante si misero ad urlare.Io tenni gli occhi chiusi e le mascelle serrate, mi aggrappai al sedile di fronte ( la prudenza del montanaro) e sentii solo una raffica di mitraglia infinita “ bang!bang!bang!” un trentina di colpi a distanza ravvicinata. Passarono circa trenta secondi ma sembrarono una vita. Un applauso scrosciante mi fece riaprire gli occhi : “ E vai!” “ Grande!”

Il mister in piedi che batteva il cinque alle prime file dei passeggeri mentre l’autobus continuava a viaggiare senza nessuno alla guida per circa un minuto. Eravamo riusciti a passare indenni dove non c’era lo spazio fisico per farlo? Quasi.

Infatti avevamo trascinato con noi tutti gli specchietti retrovisori delle macchine parcheggiate sulla nostra destra. Una trentina. Ci lasciammo dietro una strage di specchi e una marea di gente terrorizzata con le mani sui capelli . Probabilmente rovinammo anche un matrimonio: che speranza può avere un matrimonio che parte con queste premesse?

Passato il pericolo (avevamo rischiato una strage) più di qualcuno disse di aver tenuto almeno un occhio aperto e le testimonianze furono scioccanti. Si disse che il pullman si era sollevato da terra, che il pullman si era ristretto, qualcuno disse che al mister erano venuti i capelli dritti e le orecchie pelose e a punta …la paura forte aveva scatenato allucinazioni ed emozioni difficili da ricollocare nella realtà.

Non sappiamo cosa successe veramente ma, nel 2009, quando l’areo della US Airways ammaro’ sul fiume Hudson, io ripensai immediatamente all’imbuto di Mosciano e conclusi che il Sully vestino aveva fatto trent’anni prima con l’Ape Maia, più o meno quello che il pilota della US Airways aveva fatto a New York con il Regional Jet.

E’ attribuita a Galileo Galilei la teoria che le cose sono unite da legami invisibili e non si puo’ cogliere un fiore senza turbare una stella: l’incidente ebbe ripercussioni sociali notevoli. Al lettore il giudizio dei fatti che avvennero negli anni seguenti e quanto potevano avere a che fare con la strage degli specchi.

Il consiglio provinciale di Teramo si riunì in seduta straordinaria e delibero’ l’assunzione diretta di una dozzina di cantonieri e una cinquantina di impiegati di concetto. Cosa c’entrava con l’Ape Maia ? Poco o nulla. Ma erano gli anni Ottanta e l’Italia cercava disperatamente di costruire il debito pubblico più alto del mondo.

Tutti cercavano di dare una mano. Il parroco, anche lui al ristorante in attesa degli sposi, chiese l’autorizzazione a costruire il Santuario della Madonna degli Specchi: disse che aveva visto il miracolo del cammello che passa per la cruna di un ago. La Curia boccio’ la richiesta classificandola come blasfemia: contraddiceva quanto detto da Gesù.

L’incidente scateno’ la politica a cui si diede il motivo per avviare la costruzione di superstrade a scorrimento veloce a destra e a manca. Tutti parteciparono alla abbuffata: negli anni a seguire furono avviate opere importanti. Addirittura ad Alanno ( si, proprio Alanno) ne furono costruite due, una dai democristiani e una dai socialisti, anche la Mare-Monti che doveva collegare l’area Vestina alla costa fu approvata…evidentemente poi qualcosa si perse per strada.

Il sindacato unito ( la Triplice) dichiaro’ una settimana di sciopero a singhiozzo per solidarietà a quei lavoratori agricoli ( che eravamo noi) costretti a raccogliere frutta di domenica sotto la minaccia di un caporale ( in realtà Guido Colangelo era un sergente di ferro).

I carabinieri del Gruppo Investigativo di di Teramo diedero la caccia al pirata per mesi, invano: cercavano un “caporale”presso le aziende agricole e nessuno immagino’ che si potesse trattare di una squadra di calcio.

La gara naturalmente quel giorno passo’ in secondo piano : il mister era così felice che si dimentico’ persino di darmi la solita benedizione prima della partita. Guido Colangelo, infatti, era un credente fatalista e prammatico: aveva chiaro in mente che sulla terra siamo solo di passaggio, che la natura degli umani e’ appesa ad un filo sottile e che prima o poi moriremo tutti. Il prima o poi, spesso, poteva dipendere dalle nostre azioni.

Io ero un ragazzino dribblomane ed irriverente e così prima di scendere in campo, ad ogni partita, il mister mi si avvicinava con aria paterna, sorriso dolce e rassicurante e mi diceva: “ Al primo dribbling di troppo entro in campo e ti sfragggello di botte”. La voce del verbo sfracellare con tre “g”, nell’idioma colangeliano, era l’equivalente del pestaggio a morte. Quel “ prima o poi moriremo tutti” non era prima, non era poi, ma poteva essere subito. Sweet, sweet Mister….

La Firssore

Dopo l’impresa di Sant’Omero, l’Ape Maia inizio’ un lento ed inesorabile decadimento e in pochi mesi fu dismessa. Nel corso degli anni succedeva che per qualche mese si aggregavano personaggi nuovi, vogliosi di dare una mano. Qualcuno voleva solo partecipare alla vita della squadra e delle trasferte.

Uno di questi, un artigiano che per ragioni di riservatezza chiameremo Anselmo (ma non era il suo vero nome), rimase con noi quasi per una intera stagione e viaggiava con la squadra in tutte le trasferte.

Sul pullman c’erano solitamente tre gruppi: i viziati del poker che siedevano di dietro e a Loreto già davano le carte, il gruppo dei giovani e dei distaccati che occupavano la parte centrale del pullman, e le file davanti occupate dai dirigenti , curiosi e pettegoli.

Naturalmente il gruppo frontale era il più interessante: si sciorinavano storie e pettegolezzi a go-go, si parlava di donne e fatti che per la maggior parte erano inventati ma erano giustificati dal fatto che si dovevano passare lunghe ore sul pullman. Erano sempre discorsi “grassi”.

C’erano sempre quelli che ne sapevano di più e guidavano le discussioni. Pare che uno di questi dotti, in una trasferta sull’Ape Maia, sentenzio’ che il seno perfetto di una donna era quello che entrava in una coppa di champagne. Anselmo ascoltava in silenzio religioso senza fare nessun commento.

Due settimane dopo, nella trasferta successiva, quando il discorso cadde ancora sulle donne, Anselmo volle dire la sua e aggiunse: “ Io non ho coppe di champagne a casa, ma ho misurato il seno di mia moglie e ‘ngoppe just just na na’ firssore ”.

Na firssore?” ribatterono tutti. Anselmo replico’: “ Ehh, na firssore ve je’”, ossia na firssore di media taglia.

Fu uno squarcio di luce in un cielo nuvoloso: un artigiano vestino aveva introdotto una nuova unita’ di misura, un sexy toy discreto, “non invasivo”, uno strumento erotico, non hard, alla portata di tutti e che segno’ l’avvento dei sexy toys nell’Italia provinciale e bucolica, un’ispirazione improvvisa geniale e divertente. La frissore di Anselmo diede il “la”alla disinibizione provinciale così come “L’ultimo Tango a Parigi” aveva fatto per le grandi metropoli.

Si narra che nelle settimane seguenti i tegamini da due uova andarono a ruba e pare anche che i tegamini da tre-quattro e cinque uova finirono in fretta. Francamente e’ difficile stabilire se questi tegamini furono una moda del momento, un fuoco di paglia che si spense da solo, ma pare che i più creativi lo usarono anche come strumento di marketing.

Infatti alcuni concessionari di auto usate, amavano mostrare la ruota di scorta, il “crick” e il tegamino da due uova per indicare che la macchina era dotata di tutto il necessario per le emergenze.

Eravamo all’inizio degli anni 80, non esistevano lo stress e la depressione, cominciava ad emergere il logorio della vita moderna e si curava con un Cynar, gli psicologi facevano la fame. La vita era semplice, economicamente si stava meglio e si scioperava a giorni alterni, invece di Amazon c’era Postal Market e le previsioni del tempo erano date dal Colonnello Bernacca. I telefoni erano solo fissi e avevano la rotella per fare I numeri. La cosa più vicina al telefonino era il gettone telefonico. La maggioranza dei giovani aveva come idolo Karl Marx e sognava di vivere in URSS. La televisione nazionale chiudeva I programmi abbastanza presto e, dopo, ti restava solo Capodistria o, appunto, il tegamino.

Pin It on Pinterest

Share This