Alla fine sarà stato fatto solo un torto al sindaco uscito, Donato Di Marcoberardino che, commentando il risultato elettorale, si è affrettato, comprensibilmente, a sottolineare la “continuità del progetto politico”, rivendicando il “buon operato” della sua amministrazione, “premiata”, a suo dire, dagli elettori, con la “riconferma della fiducia”.

 

In effetti, concluso il primo mandato, all’esito del voto emerge che solo a lui s’è negata l’opportunità di fare un altro giro sulla giostra del potere. L’assalto del centrodestra è fallito, ancora una volta. Un nuovo tentativo, alle stesse favorevoli condizioni, vi sarà, forse, tra un po’ di lustri, esclusi accadimenti straordinari. In ogni caso, il voto di Penne si caratterizza per un suo tratto innegabile di originalità. Quasi ovunque, infatti, le difficoltà (o le incapacità) hanno penalizzato i “governi” uscenti. A Penne, viceversa, sono risultate una “variabile indipendente”. L’elettore locale non s’indigna né si disamora, dunque, a causa della carestia di opere e di risultati amministrativi se hanno buone o, comunque, prevalenti ragioni, per non curarsene.

E poiché una scelta “conservatrice” (di conservazione…) di questi tempi, in cui dal NordAfrica al Mediorente, da Piazza Tahrir a Puerta del Sol, è tutto un ribollire di sconvolgimenti dell’esistente, è una notizia per ciò stesso, è evidente che quelle ragioni consistano in valutazioni, da parte dell’elettorato, fortemente negative dei fattori alternativi di cambiamento disponibili. Da ciò l’accantonamento di ogni considerazione di merito sull’operato, in verità per molti, da gran tempo, piuttosto inerziale, dell’amministrazione Di Marcoberardino che di difficoltà ne aveva patite sin troppe. Anzitutto, sul piano politico, per le diverse variazioni di giunta e di maggioranza, e, poi, ancora di più, su quello amministrativo, a causa di un immobilismo più o meno forzato, per via dei bilanci dissestati, e ulteriormente aggravato dall’inconcludenza degli enti sovraordinati, Provincia in primo luogo, che negli ultimi anni, da queste parti, ha solo riparato qualche frana e abbaiato molti annunci.

 

 

Ciononostante, le notevoli criticità vissute con Di Marcoberardino non hanno pregiudicata la “riconferma” elettorale dell’azionista di riferimento della vecchia maggioranza, il Pd. Il suo successo, innegabile, gli consente, ora, di formare una giunta di fatto monocolore, almeno da mezzo secolo mai sperimentata e che non si riproponeva, se la memoria non inganna, da 41 anni, allorquando, nel 1970, la Democrazia Cristiana, a Penne, ottenne la maggioranza assoluta con sedici consiglieri su trenta. La differenza è che quella antica maggioranza assoluta allora era tale anche in termini di voto. E, in ogni caso, la Dc amministrò con una maggioranza e una giunta di coalizione. Dopo l’ultima tornata, invece, esse saranno praticamente “monocolori”. Non propriamente, dunque, una fase di espansione della rappresentanza delle istanze delle “masse popolari”, si sarebbe detto, un tempo! Appare sbrigativo attribuire l’esito del voto al “buon operato” dell’amministrazione uscente, della quale si dovrebbe rintracciare proprio l’operato stesso, che sfugge alla memoria dei più, prima ancora di contestarne, eventualmente, la qualità. Si può, però, da un lato, ipotizzare che l’esame comparato delle liste abbia suscitato nella maggioranza relativa degli elettori la pulsione “conservatrice”, tesa a rinnovare al Pd la funzione di riferimento politico-partitico, per maggioranza e giunta, pur essendo corresponsabile, in quota predominante, del magro risultato dell’azione ultradecennale di governo cittadino, e, dall’altro lato, si può rilevare che un vantaggio di notevole portata è stato regalato alla lista “Per Penne”, da quelle, anche solo le due principali, di riferimento del centrodestra o comunque del fronte cosiddetto moderato. In effetti, la somma dei loro voti non solo è superiore a quelli conseguiti dalla lista vincente, ma anche al totale dei voti delle altre tre liste messe assieme!

La “dispersione” delle forze moderate in più liste, almeno due (posto che della lista dell’ex sindaco di Picciano, Marino Marini, possa predicarsi un ruolo politicamente neutro) non poteva certo essere il miglior viatico per tentare la conquista del comune. Sarebbe occorso un esperto in “passi indietro” per coordinarle, ma erano in troppi a sentirsi dei Zatopek, col conforto dei loro mentori. La mancata rappresentanza nel nuovo consiglio comunale del partito di maggioranza relativa in Italia, il Pdl, nonostante il favore delle circostanze, quest’anno come non mai, è sintomatica dell’insufficiente spinta impressa dagli avversari della lista del Pd alla corsa per una vittoria che, a questo punto, si sarebbe connotata come “storica” per il centrodestra. Dunque, per paradosso indotto dal meccanismo elettorale, si è affermato un monocolore, tuttavia minoritario tra gli elettori, avendolo prescelto meno di un votante su tre.

Il voto medio di preferenza, ovviamente il più elevato, espresso dalla lista del Pd si attesta su 136,9, dato che ne testimonia la “forza”; la stessa lista del Pd ha pure registrato il numero più elevato di voti espressi per il solo candidato sindaco e non anche per la lista (ben 342). Vanta pure il candidato con il più alto numero di preferenze in valore assoluto, Ennio Napoletano, con 403 voti, anche se il primato del rapporto più alto tra voti di preferenze e voti di lista appartiene a Guglielmo Di Paolo che, con le sue 170 preferenze sui 766 voti presi dalla sua lista, ha aggregato attorno alla sua candidatura il 22,1% degli elettori di “Penne sì”. Per completezza di esposizione, secondi assoluti si sono piazzati, il tributarista Giovanni Severo, per preferenze, con 320 voti, e Gabriele Cantagallo, della lista “Forza e Libertà – Per Penne”, per rapporto tra voti di preferenza e quelli alla lista di appartenenza, pari, per lui, al 21,8%. Altrettanto ininfluente, quanto la prova fornita dal Pd nei mandati precedenti, con la partecipazione alla guida della Città, è apparsa la trascuratezza del territorio vestino e dei suoi problemi da parte dei governanti degli enti locali sovraordinati che hanno sostenuto, con le rituali, per certi versi comiche, “visite pastorali”, la lista seconda arrivata, la quale, benché sconfitta, è pur sempre stata scelta per il ruolo di damigella d’onore. Sembrerebbe, a tutta prima, una sorta di curioso masochismo che sospinge a premiare chi ha fatto male e, come non bastasse, pure chi ha fatto meno. In realtà vi si rispecchiano le dinamiche del voto locale, specie nei centri minori, nel quale contano elementi oggettivi e soggettivi alquanto lontani, sul piano motivazionale degli orientamenti elettorali, dalle speculazioni intellettuali e dalle analisi politologiche

Naturalmente, la personalità dei candidati conta anch’essa parecchio. Se ci limitiamo a considerare il voto ai candidati sindaci, si osserva hanno tutti ottenuto consensi superiori a quelli delle liste capeggiate ma che questo ruolo di “trascinamento” è ben differenziato tra di essi e non riflette meccanicamente la forza espressa dalle singole liste. La graduatoria dei sindaci, in rapporto alle rispettive capacità di “tirare” la propria lista, è così stilata: D’Alfonso (+342), Tresca (+232), Ferrante (+217), Bianchini (+216), Marini (+125). Anche da quest’ottica, la scelta del Pd risulta premiata. Forse, qui, la spiegazione è più semplice, essendo la candidatura di D’Alfonso in linea con gli aneliti, oggi di respiro internazionale, al cambiamento. Di fatto, la sua persona rappresentava l’unica concreta novità di rilievo. E il suo vero punto di forza è consistito nell’essere “estraneo” rispetto al vissuto amministrativo e finanche cittadino di Penne.

Il contrario preciso di quel che pensava chi in quell’“estraneità” ravvisava una pecca impresentabile, additandola, come calando un asso a briscola, in campagna elettorale. Quell’asso era un boomerang! D’Alfonso avrebbe persino potuto sfruttarlo più incisivamente: a tratti è parso subirne la suggestione. Mentre, avrebbe ben potuto lui additare la corresponsabilità altrui nel degrado della realtà cittadina e rivendicare all’intelletto, che non ha patria, la capacità di conoscere e affrontare i problemi. Riflessioni a parte s’impongono per Marino Marini, anch’egli elemento di novità in senso assoluto se la sua candidatura non fosse apparsa velleitaria, non per le impostazioni politiche poste alla sua base ma per il contesto di proposizione di quell’offerta, sfasato rispetto alle sue stesse premesse, per essere, Marini, sindaco uscente, al primo mandato, di un altro comune e, di conseguenza, per un’inevitabile contraddizione di metodo. Picciano forse non meritava più di essere governata muovendo dagli stessi presupposti politici e ispirandosi ai medesimi diagrammi concettuali? Il problema non era essere o no di Penne ma: perché a Penne e non più a Picciano?

Questa sorta di contraddizione ha, probabilmente, determinato un vulnus di credibilità al progetto politico e alla sua rappresentanza, pur essendo da sottolineare che il risultato, proprio alla luce delle riflessioni svolte, sembra persino ragguardevole. Evidentemente, anche questo dato manifesta un’ansia di rinnovamento, ancora latente, però, sulle colline vestine. Senz’altro hanno influito molto non i poteri forti, anch’essi, ormai, in affanno, a Penne, ma le forti organizzazioni: sindacali, di categoria e congreghe ecclesiali. Lo confermano i voti di preferenza. Per questo verso, quindi, si è trattato di un voto in una certa misura anche neocorporativo; ma in fondo è sempre stato così, soprattutto in una realtà, locale e nazionale, come la nostra, nella quale i principi liberali sono stati, distrattamente, solo sentiti enunciare nelle “inutili prediche” di Luigi Einaudi, ma non sono mai stati praticati. Su questo piano, quindi, niente di nuovo sotto il sole né di scandaloso, peraltro. Ripugnante sarebbe solo il voto di scambio, per la deriva patologica della democrazia che manifesta, non certo la rappresentanza, di per sé, di interessi organizzati.

Comunque, è da presumere che almeno avremo un governo cittadino coeso e compatto, anche se in una cornice poco incoraggiante, non solo per un successo che si fonda su una posizione minoritaria e per la debolezza intrinseca di tutte le liste nella quale è maturato ma anche per l’assenza di proposte e progetti significativi, per contenuto e per innovazione, circa la gestione degli enormi problemi che l’amministrazione comunale ben conosce, essendo figlia e, quindi, erede diretta della de cuius che l’ha preceduta. Certo, francamente appare problematico immaginare che dall’alveo di una medesima esperienza politica, alquanto immutata, possano scaturire, insieme, problemi e soluzioni, essendo, però, i primi, già ampiamente emersi e consolidati e le seconde neppure abbozzate, se non per generiche asserzioni. Vedremo quanti passi avanti saranno stati fatti “nei cento giorni successivi all’elezione” per:

  1. Rilanciare il turismo
  2. Realizzare pienamente e sviluppare le potenzialità dell’alta moda
  3. Difendere con energia e convinzione il presidio ospedaliero, come è stato dichiarato in campagna elettorale. Basti dire, in relazione al solo ultimo punto, che si tratterebbe di una svolta rispetto a un diverso orientamento, nei fatti, dell’amministrazione precedente e della sua maggioranza, le quali, alla luce delle successive vicende giurisprudenziali, suscettibili di azzerare tutto l’operato della gestione commissariale per la sanità, se solo avessero replicato a Penne, mutatis mutandis, le iniziative decise a Guardiagrele per la difesa del presidio ospedaliero di colà, avrebbero persino reso un grande servizio a tutti gli abruzzesi.

Tutto ciò premesso e detto, comunque habemus papam. Auguri a lui e alla sua giunta (una volta formata), di buon lavoro, con l’auspicio che prevalgano, su ogni altra cosa, nel rapporto con i cittadini, l’onestà intellettuale e la correttezza dei comportamenti amministrativi. Non sempre in passato è stato così, tutt’altro. E sarebbe ora di ricordarsene bene, prima che spunti l’alba di un giorno di gloria mediatica anche per Piazza Luca da Penne.

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