Questione morale e politica: è il tema centrale dei nostri giorni. Affrontare la questione morale sul piano politico, in termini generali e da classe dirigente, significa avere anche il coraggio di precisare cosa contiene la dimensione morale quando la si assume nelle attività pubbliche.

 

Una prima riflessione può essere questa: la dimensione morale è ben più ampia di quella legale. Non tutto ciò che si può fare nel rispetto della legge riesce a soddisfare l’impegnativa domanda etica; ad esempio i passaggi del dopo voto da una coalizione all’altra di soggetti al vertice di un partito o di un’istituzione. Le norme non prevedono sanzioni, ma le esigenze di coscienza personale di certo non possono ritenersi positivamente soddisfatte. E ancora. Ci sono coloro che nella comunità politica parlano di dramma o urgenza laddove il proprio disegno politico personale non trova immediata realizzazione. E spesso alla contestazione segue la minaccia o addirittura il cambio di collocazione politica. Tutto ciò non è sanzionato normativamente, ma è moralmente eccepibile. Non solo. Vi è la questione di coloro che per diverse legislature (o consiliature) hanno ricoperto funzioni elettive pubbliche e responsabilità istituzionali senza lasciare traccia di risultati o benefici conseguiti a favore delle collettività rappresentate. Nell’Italia rinascimentale, quella dei Comuni, le leggi pretendevano risultati concreti dall’esercizio del potere pubblico e chi, pur avendolo esercitato, non era in grado di elencarne, veniva allontanato ed umiliato dalla comunità al pari di chi si era macchiato di comportamenti ritenuti illeciti, contrari al diritto positivo. Ma anche questa inconcludenza oggi, nonostante il giudizio negativo dei cittadini, non è sanzionata. E allora la domanda che si fa largo è: qual è la dimensione morale di un individuo che ha avuto fiducia dalla cittadinanza?Non deve sentirsi obbligato a tentare di fare del proprio meglio e a conseguire risultati tangibili e concreti a beneficio della collettività?L’effetto per gli altri di ciò che si pensa, si dice e soprattutto si fa. Una consequenzialità che stabilisce un livello di valori laddove esista piena corrispondenza fra ciò che si è pensato, si è detto,  si è fatto. Prendiamo il caso della Napoli sommersa dai rifiuti a causa di un’approssimativa gestione pluriennale. Ripristinare semplicemente la normalità ha determinato la necessità di oltrepassare sia le regole comuni del vivere collettivo sia le procedure ordinarie. La dimensione e la eccezionalità della vicenda non hanno messo in discussione questo superamento delle norme. Ciò che è stato prevalente era a favore di chi si prendesse questa o quella decisione extra-ordinaria, ovvero della comunità campana. Poco tempo fa, in Germania, un amministratore pubblico è stato “dimesso” da un Land (uno dei sedici stati federali) a causa della sua improduttività. Da noi un magistrato che aveva impiegato otto anni per emettere una sentenza è stato rimosso. Casi di palese inadeguatezza, e di immoralità. Ma è anche immorale quella strumentalizzazione che oggi fanno pezzi di rappresentanza politica, mirata a guadagnare visibilità per sé, e forse qualche voto in più, piuttosto che a raccontare esperienza e risultati del proprio impegno politico per gli altri, per il territorio. In una parola: per il bene comune. Penne e Loreto Aprutino sono ad una svolta decisiva. Devono affrontare una fase particolarmente delicata. Per farlo hanno bisogno di una classe dirigente all’altezza della sfida, capace di disegnare un futuro, assumere impegni e mantenerli col sostegno di una pubblica opinione sempre più attrezzata nel giudicarne i risultati. Una classe dirigente con prerequisiti di moralità, certo, ma anche di competenza, esperienza e passione civile, sostenuta da un progetto di modernizzazione che sappia difendere l’identità e valorizzare le opportunità per la comunità intera. Sapendo prefigurare città capaci di funzionare.

 

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