di Ferdinando Giammarini

A Città Sant’Angelo, quand’ero bambino, imparare a suonare uno strumento musicale era quasi sinonimo di scuola Anzaghi e di fisarmonica. Il mio maestro, il famoso maštrë Nèrë, fece opera di convinzione sui nostri genitori affinché ci iscrivessero a questo corso di musica. A lu maštrë, allora, non si poteva dire di no. E così molti di noi si ritrovarono a studiare la fisarmonica che mio padre, previdente e conoscendomi come facilmente štufaréllë, pensò di non acquistare, ma di prenderla in affitto. E fece bene. Infatti dopo poco più di un anno abbandonai la scuola. I solfeggi e quelle note da ricordare: minime, crome, biscrome… E quel Carnevale di Venezia meno divertente di quello che festeggiavamo con le maschere di cartone di Pasqualuccë… E poi c’era lo scoglio del Ponte di Bassano che non riuscivo mai a portare a termine, per la disperazione di mia madre che, nel suo sarcasmo tutto angolano, mi rinfacciava l’insuccesso con una frase che ho ancora impressa nella memoria: “Quanda cazzë è lónghë ʼssu póndë di Bassènë chi n’arhiscë mi a passè a lu quartë di llè!” E infatti quel ponte non lo attraversai mai del tutto.

Ma la musica mi piaceva e con i miei compagni di scuola e di vita andavo tutti i pomeriggi ad ascoltare le prove della banda. Affacciati al ballatoio di quel fatiscente locale, un tempo refetto­rio dell’asilo che avevamo frequentato, seguivamo in silenzio le prove di quei bandisti seduti sulle pieghevoli sedie da osteria. Ave­vano di fronte traballanti leggii con ingiallite partiture fermate da li cchjappittë pi štènnë li pinnë. Il maestro, serio e compostissimo, ritto su vecchio baule coperto da un liso e polveroso tappeto, chiamava le entrate dei vari strumenti con una sottile bacchetta di bambù con la quale indicava anche la dinamica della melodia. Risuonavano così le notissime arie verdiane di Rigoletto, Traviata e Trovatore e quelle di Norma di Bellini e della Tosca pucciniana col suono delle campane tubolari colpite sapientemente dal martelletto di legno di Rucchitille, vera anima organizzatrice della banda angolana. A volte esplodevano litigi tra i bandisti per i motivi più banali, come quando il suonatore di grancassa cominciò ad inveire contro il piattista  che durante una pausa aveva iniziato a fumare nu mizzòne  di sigaro toscano. Il conflitto si risolse con una mazzata di lu rangascèrë sulla testa del suo collega che reagì con una piattata in pieno viso. Ridemmo a crepapelle e il maestro, approfittando della ritrovata tranquillità dei suonatori e della pausa non ancora terminata, venne verso di noi con aria divertita e ci disse:

«Vedo che venite ogni giorno a sentire la banda. Se tanto vi piace la musica, perché non pensate di studiare qualche strumento? Per voi andrebbe bene un clarinetto».

Passammo quel pomeriggio ad osservare con attenzione i suonatori di clarino, cercando di percepire i loro movimenti. Ognuno di noi esprimeva la sua impressione: «Ma l’avétë vištë coma te’ la vócchë chi sonë lu clarènë? Te’ lu musë appizzutitë come nu cunijë.» «E ssi dapù ci fe fe’ purë li camafrë?»

La mia voglia di studiare il clarinetto, nonostante queste conside­razioni che avevamo fatto, fu troncata sul nascere da mia madre: «Mbè nni si! Coma si nn’ avéssë avaštutë sciórë Scaprónë dendr’a šta chèsë come sunatórë di clarènë!»

Nei primi anni settanta dilagava la moda dei complessi musicali. E questa tendenza non si limitava all’ascolto delle canzoni dei gruppi allora in voga, ma ci contagiò a tal punto che cercammo in ogni modo di dar vita a loro imitazioni. Già da qualche anno avevamo questa fissazione: formare un complesso musicale, del tipo di quello che già esisteva in paese: i Delusi. E incomin­ciammo a elaborare le nostre fantasie in un piccolissimo locale par­rocchiale al quale si accedeva direttamente da li nghilaštre.

Ma c’era solo la voglia di suonare. Mancavano gli strumenti mu­sicali: solo una vecchia fisarmonica di un ragazzo che faceva ancora gli esercizi sulle scale. «Chi qua, chi se fe’ sólë li schèlë, si tuttë ve’ bbonë,  ci putamë je’ sunénnë lu Sand’Andónjië e lu Ggiuviddè Sandë!»

Dopo arrivarono due chitarre, una pianola, un vecchio piatto re­cuperato in uno scantinato dove alcuni anni prima faceva le prove la banda. Due tamburelli, di quelli che si usavano per giocare in spiag­gia, legati tra loro e avvolti con una molla, sostituirono il rullante. La cassa di quella improvvisata batteria fu una tanica  di plastica vuota che serviva per trasportare il kerosene e dopo un po’ una vecchia ar­rugginita asciugatrice di un fotografo servì per il charleston.

Provammo per più di un anno tra il tanfo stantio delle sigarette e di quel kerosene che aveva impregnato la tanica. Ogni giorno, sem­pre alla stessa ora, sempre gli stessi brani. I polpastrelli cominciarono ad indurirsi con lo sfregamento sulle corde di metallo della mia chitarra basso. Ancora non eravamo pronti per una vera e propria esibizione, ma nell’attesa sentimmo l’esigenza di dotarci di una divisa. Ma quando chiesi i soldi a mia madre, mi sentii rispondere: «Ti vu’ cumbrè lu frustènë e nin ti’ manghë lu cavallë! Prèmë ambèretë a sunè e dopë si ni parlë della divisa.»

Ma non ci arrendevamo a nessun rifiuto. E così, un pomeriggio scendemmo a Pescara con un fascio di vecchissimi numeri di Oriz­zonti Angolani di qualche anno prima. Riuscimmo a venderli tra la gente che passeggiava a Piazza Salotto. Col ricavato acquistammo alla Upim 5 maglie in acrilico giallo col collo a lupetto per i suona­tori e 2 identiche rosse per i cantanti. Non erano le divise dei Delusi, ma per iniziare potevano andar bene, nono­stante il solito sarcasmo di mia madre: «ʼSsa majéttë è lu di sóprë. E sóttë? Jétë a sunè chi li mutannë?

Quelle magliette non le indossammo mai. Dopo alcuni anni arrivò il momento della prima esibizione alla selezione per il Concorso Voci Nuove per l’Abruzzo. Superammo, inaspettatamente la selezione e in modo altrettanto inatteso vin­cemmo la finale per la categoria “gruppi musicali”. Fu una serata indimenticabile, condotta da Corrado, noto presen­tatore della Rai. L’ospite d’onore fu la signora Giuliana Longari, po­polarissima campionessa di Rischiatutto.

Piacque quella “Folle corsa”, un brano molto ritmato della For­mula Tre. Da quel giorno diventò quasi il nostro inno e fu sempre presente nel nostro repertorio insieme ai brani dell’Equipe 84, dei Dik Dik, Nomadi, Battisti e tutti i pezzi dei New Trolls. Ci chiamammo “I 109”, dalla somma delle nostre età. Suonammo insieme per alcuni anni e riuscimmo anche a com­prarci degli strumenti veri, dopo aver suonato sempre con quelli che gentilmente ci prestavano gli ex componenti dei Delusi che avevano già cessato le loro esibizioni.

Furono anni molto belli fatti di divertimento, di voglia di stare in­sieme e provare e suonare e suonare e riprovare, ogni giorno a qual­siasi ora, anche a costo di rintronare i vicini di casa: «Li bbardì, nin putassètë sunè cchjiù piènë e fe’ cacchë puli­chéttë, ʼna mazurchë, nu bbéllë valzer, immècë di fe’ simbrë si tummë e tummë!

 

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