(Nella foto: Penne, anno 1922 – Al centro il Prof. Aldo Matteucci con a sinistra il Prof. Angelo De Vico e a destra la Prof.ssa Maria D’Assergio)

di Luciano Gelsumino

Il Professor Aldo Matteucci visse a Penne un intervallo della propria esistenza conclusa poi, in altro luogo, in maniera drammatica. Lo ricordiamo a distanza di un secolo, quando venne designato direttore dell’allora Regia Scuola Professionale “Mario dei Fiori”

Aldo Matteucci era marchigiano, nato a Senigallia il 25 novembre 1885, da Domenico e da Francesca Giovagnoli. Aveva frequentato l’Accademia di Belle Arti e successivamente combattuto nella Grande Guerra col grado di Ufficiale, prima sul fronte orientale e dopo sul fronte francese.

Arrivò in Abruzzo nel 1919 quando venne nominato insegnante di disegno presso la Regia Scuola d’Arte Applicata alla Ceramica di Castelli. L’anno successivo prese servizio presso la scuola pennese la cui sede era ancora collocata nel vecchio edificio dell’ex Ospedale San Massimo, in zona San Panfilo. Forse, da giovane professore, aveva già insegnato in quest’ultima nel corso dell’anno 1912, quando la scuola occupava i locali in Piazza Luca da Penne.

Nel capoluogo vestino si fece subito conoscere per la sua intraprendenza, con la realizzazione, nel 1920, di un libretto illustrativo volto a promuovere le caratteristiche della scuola che dirigeva; nello stesso anno curò la veste artistica di una pubblicazione di versi e prosa di B. G. Amorosa edita per ricordare la visita che i congressisti del Club Alpino Italiano fecero a Penne;  successivamente, nel mese di settembre del 1922, col poeta Nicola De Leone e col fotografo Francesco Laguardia, rese possibile la stampa di un’artistica brochure che venne donata ai soci del Touring Club Italiano venuti in gita in Abruzzo. Sicuramente il maggior impegno del Prof. Matteucci fu quello profuso per il trasferimento della Scuola dallo stabile di S. Panfilo, attorno agli anni 1922/23, al ristrutturato edificio situato all’interno del centro storico, in precedenza occupato dalle suore di S. Giovanni in Gerosolimitano.

(Il Prof. Matteucci nel laboratorio di disegno professionale)

Agli albori del fascismo non ci figura che a Penne egli abbia aderito a questa formazione politica; forse perchè affiliato alla Massoneria della quale risulta maestro venerabile della loggia pennese: lo scopriamo da un rapporto prefettizio che relaziona sugli intervenuti al Convegno Massonico Regionale tenutosi a Castellammare Adriatico il 14 dicembre 1924 presso la sede della R. Loggia “25 marzo 1923” (pag. 179 – Storia della Massoneria in Abruzzo  di Elso Simone Serpentini ~ Loris Di Giovanni – 2019).

Dopo la parentesi pennese, il Prof. Aldo Matteucci, a settembre 1925, si trasferì nel Nord Italia per prendere servizio come Direttore titolare nella Regia scuola d’Arte Industriale di Mariano (Gorizia).

Dove, “… egli si accinge con fervore al nuovo compito: infondere alla Scuola, basata su metodi di insegnamento prevalentemente tecnici, un nuovo spirito adeguato al clima fascista per la elevazione della giovinezza italiana“. (pag. 27 – LA R. SCUOLA D’ARTE DI GORIZIA  di L. Ballaben ~ G. B. Novelli ~ A. Matteucci – 1941)

Altresì, assunse l’insegnamento del disegno professionale coordinato con le nozioni di storia dell’Arte. Nel 1932 si trasferì nella scuola di Gradisca d’Isonzo accorpata a quella di Mariano.

Diventa palese la sua adesione al fascismo nell’anno 1926; infatti si iscrisse al partito per il quale ricoprì la funzione  di sindacato di belle arti.

A questo punto non sappiamo se il Matteucci mantenne i piedi su due staffe: in quella del fascismo e in quella della massoneria. Fatto sta che Mussolini già nel 1925 aveva ufficialmente dichiarato lo scioglimento di tutte le logge massoniche ritenute incompatibili col nuovo corso politico. Per meriti suoi, oppure per l’aiuto prestato dai “fratelli” o dai “camerati”, nel 1936 il Prof. Aldo Matteucci fu nominato Direttore della Scuola d’Arte di Gorizia. Si stabilì in questa cittadina dove fece residenza con la famiglia in via Angiolina 20;  a questo indirizzo, forse perchè compromesso con il fascismo o per un eccesso di reazione, con l’occupazione di Gorizia da parte delle forze armate slovene, fu prelevato da casa da due individui la mattina del 3 maggio del 1945. Da quella data Aldo Matteucci risulta scomparso. Nella sua dimora dove l’aspettavano la moglie e una figlia nubile, non fece più ritorno; fu dichiarata la morte presunta come deportato all’età di 59 anni. Risulterà poi fucilato e il corpo non è stato mai trovato.

Di questo triste epilogo non si conoscono tanti particolari, ma da alcuni documenti scoperti in seguito (il verbale del processo e le domande che gli furono poste prima di essere fucilato) apprendiamo che in carcere occupò la cella n. 20 con matricola d’ingresso n. 119. Una volta incarcerato venne interrogato dagli armati slavi, subì un sommario processo e la sentenza emessa è riportata in un foglietto: “7.5.45 Mateucci (sic!) Aldo od Domenico da fucilare“.

(Gorizia, 7 maggio 1945 – Il foglietto con la sentenza)

(Il verbale dell’interrogatorio)

Aldo Matteucci di Domenico e di Giovagnoli Francesca. Nato a Senigallia il 25.9.1885. Residente a Gorizia in via Angiolina 20. Professione: direttore scuola d’arte. Ammogliato. Il figlio era tenente d’artiglieria, caduto in Russia. Una figlia di 30 anni, nubile, una sposata a Milano con l’ing. Savateri (architetto). Ha frequentato l’accademia di architettura. Non possiede alcuna sostanza. Nazionalità italiana. Iscritto al partito fascista dal 1926 fino ad ora (1945 ndr). Nel partito aveva la funzione di sindacato (belle arti).

Nel 1925 è venuto a Gorizia dagli Abruzzi. Non è stato iscritto alla Milizia nè è stato soldato. E’ stato a Lubiana a cercare suo figlio che si trovava nei pressi di Postumia, come ufficiale. Alla domanda se conosce degli elementi contrari al nostro movimento o che hanno denunciato delle persone alla Questura o alla S.D. ha dichiarato di no, all’infuori degli alti funzionari che sono noti a tutta Gorizia. Ha dichiarato di conoscere le persone che hanno ucciso De Ferri.

No, non ha saputo dire altri nomi.

Fa l’impressione di essere cocciuto e sfugge a tutte le domande tendenti a stabilire una certa rete d’indizi.

(La copertina della brochure realizzata nel 1922 per i gitanti del T.C.I.)

Pin It on Pinterest

Share This