di Fernando Di Fabrizio

Alla domanda del malato “perché devo essere privato della libertà, picchiato, umiliato, tormentato?”, il dottore esorta il suo paziente a fare della filosofia uno strumento per non lasciare che le impressioni sgradevoli lo dominino. Bisogna evitare di soffermarsi su tutto ciò che vi è d’ingiusto, di sbagliato e di malvagio nella società…

Checov denunció la terribile realtà dei manicomi, mettendo in contrapposizione due diverse istanze dell’esistenza, l’indifferenza di chi vive nel benessere di una comoda e annoiata, ma anche sterile e vuota, esistenza e il pazzo Ivan che si fa portavoce di quella verità che è davanti agli occhi di tutti, e che tanto più è evidente tanto meno viene creduto, un grido di denuncia degli gli orrori di cui è testimone e vittima. La prima e unica legge quadro in Italia (Legge 180), impose la chiusura dei manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio, istituendo i servizi di igiene mentale pubblici. A Penne nel 1978, per gli effetti della citata legge Basaglia, venne bloccata e annullata l’apertura dell’Ospedale Psichiatrico del Carmine, costruito su una bellissima posizione paesaggistica, al posto di di una vecchia discarica a cielo aperto.

All’epoca la grande struttura venne  dotata di servizi ed arredi, con ingenti spese pubbliche. Oggi il piccolo “Progetto Armonia”, con l’impegno sociale di una decina di giovani, garantisce un nuovo rapporto tra il disagio mentale, l’ambiente e la comunità locale, nelle strutture della Riserva Naturale Lago di Penne, a confine con l’ex ospedale del Carmine. Ma è solo un piccolissimo esempio, simbolico. La grande struttura invece, solo in parte utilizzata da uffici e servizi pubblici, quale destinazione pubblica potrebbe avere, dopo ormai quasi mezzo secolo di “stallo”?

Non si potrebbe istituire un Centro sanitario per le emergenze territoriali? Dopo la terribile valanga di Rigopiano si era ipotizzato a Penne ad un centro operativo per le emergenze del territorio. Le emergenze purtroppo non mancano e comprendono una vasta area collinare a cerniera tra la montagna e il mare. Terremoti, frane e dissesti idrogeologici, incendi e calamità naturali, e adesso anche virus e i pericoli sanitari dovrebbero bastare per evitare disagi e pericoli ad una nutrita comunità distribuita su un’area piuttosto vasta. Si era parlato nel passato di un centro di accoglienza per anziani che sono stati localizzati in molte località della regione, anche in comuni piccoli di montagna. E poi si era parlato anche dell’eventuale trasferimento dell’Ospedale San Massimo.

Invece assistiamo inermi ad una lenta agonia di una gloriosa comunità, dove l’antica capitale dei Vestini, sopravvissuta nei millenni di storia tormentata, adesso rischia il declino definitivo per la mancanza di una politica attiva e concreta. Eppure sono sempre più numerosi singoli cittadini, spesso riuniti in associazioni o semplici gruppi informali, che si battono per la difesa del Presidio Sanitario di Penne. Purtroppo in tanti sostengono che siamo precipitati dal Manicomio ad una nuova Babilonia. Quando si dice Babilonia si intende segnalare una situazione fuori controllo, dove confusione, caos e disordine sono ovunque e governano imperturbati. Qualunque tentativo di comunicare è impossibile, qualunque tentativo di prendere una decisione o, più in generale, di progredire, è vanificato dall’impraticabilità del confronto. 

L’Ospedale San Massimo di Penne rischia di precipitare in qualcosa del genere. Grossman nel suo libro “Uno scrittore in guerra” affermava che “Chi scrive ha il dovere di raccontare una verità tremenda, e chi legge ha il dovere civile di conoscere la verità”: attenendosi scrupolosamente a tale principio, a dispetto della censura e dei gravi rischi, Vasilij Grossman narrò in presa diretta le vicende del secondo conflitto mondiale sul fronte Est europeo. Lo scrittore era sottoposto alla continua oscillazione tra adesione e disgusto, critica e autocensura, frustrazione e tentativi di liberazione; come ancora una volta Cechov, ci descrive lo schiavo che è in noi, per “rappresentare la vita così com’è”, per coglierla nella sua nudità, nella sua durezza, senza abbellimenti, senza eccessive drammatizzazioni. Queste citazioni sulla guerra sembrano eccessive ma si adattano al dramma collettivo che peggiora di anno in anno. Ecco, quando  oggi cerchiamo in un dizionario, le prime definizioni del termine Presidio, non troviamo al primo posto, esattamente come ognuno si aspetta, la “Protezione, tutela, difesa, da salvaguardare: delle istituzioni, della salute pubblica”, ma piuttosto “Contingente militare o paramilitare di stanza in un luogo per garantirne il controllo e la difesa:  di polizia; luogo in cui si trova un presidio, una pattuglia. Circoscrizione territoriale sottoposta a un’unica autorità.

L’Ospedale “San Massimo” di Penne, si legge dal sito istituzionale, è un presidio appartenente all’Azienda Sanitaria Locale (A.S.L.) di Pescara. L’Ospedale eroga prestazioni sia in regime di ricovero che in forma ambulatoriale in numerose branche specialistiche di medicina e chirurgia. L’accesso all’attività convenzionata dell’azienda si effettua tramite prenotazione presso il Centro Unificato di Prenotazione (C.U.P.), muniti di richiesta del medico generico su ricettario regionale. In alternativa è possibile sottoporsi all’attività libero-professionale dell’equipe aziendale… Purtroppo all’eccellenza dei servizi garantiti da medici, infermieri, tecnici e collaboratori dopo l’inaspettato evento dei primi mesi del 2020, con la tragica diffusione dell’epidemia Covid19, che ha visto Penne e l’area limitrofa tra le prime Zone Rosse dell’Abruzzo, non è affatto seguita una lenta e progressiva ripresa, come tutti si aspettavano, dopo la tragica emergenza sanitaria.

Il personale medico e paramedico ancora oggi è  costretto a turni incredibili, in un clima quasi da “regime di guerra”. Un triste percorso avviato certamente dallo scellerato Decreto Lorenzin che ha previsto lo smantellamento delle strutture ospedaliere dei territori interni. Non bastano dichiarazioni rassicuranti sulla stampa come quella novembre scorso  che ha annunciato una NUOVA VITA PER OSPEDALE DI PENNE, AD APRILE LAVORI PER 13,4 MILIONI E 40% POSTI IN PIU’. Credo che i cittadini siano ormai stremati ed esausti e solo ieri  ho ascoltato la possibilità di riaprire di nuovo a Penne un reparto Covid, con tutti i disagi non solo per i reparti stremati, ma anche per un’intera comunità offesa, maltratta ma anche ormai piuttosto stanca ed arrabbiata.

È anche vero che da Popoli, sempre in prima linea contro le conseguenze del Decreto Lorenzin che puntava alla chiusura anche dell’Ospedale cittadino, si afferma lo stesso monito: “hanno bisogno di tutti i presidi sanitari pienamente operativi per tenere testa alla pandemia, piccole strutture capaci di affiancare e di essere di supporto rispetto ai Poli ospedalieri centrali, per garantire a tutti i malati condizioni di ricovero dignitose e pari diritti di accesso alle cure sanitarie. Bisognerebbe riuscire a comprendere che in Città un grande Ospedale, per quanto capace di accentrare tutte le funzioni possibili, non potrà mai essere esaustivo di tutte le funzioni, culturali, economiche e sociali. Mentre in una piccola comunità la perdita dell’Ospedale pubblico rappresenta l’inizio di una inesorabile condanna che porterebbe in pochi anni ad un vero crollo demografico delle aree interne dove lo spopolamento è già tristemente in atto da alcuni decenni. Per chi si occupa di turismo, innovazione, sviluppo sostenibile, cultura, ricerca e ambiente la presenza di un Ospedale ridotto e depotenziato nelle funzioni, rappresenta un ulteriore sconfitta territoriale. Con inutili costi aggiunti per la mobilità, abbandono dei luoghi e quindi dissesti vari anche sul piano sociale. Chiudere dunque un ospedale e ridurlo ai minimi termini significa aumentare le spese e rappresenta per le  zone interne un vero “crimine per l’umanità”.

Chi segue ostinatamente un simile progetto dovrebbe essere “processato” senza attenuanti generiche. E comunque verrà giudicato dalla storia. Credo che ognuno debba fare la propria parte per difendere un bene comune. La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo per il benessere psico-fisico inteso in senso ampio. L’Art 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Il problema vero sono stati gli estremi degli atti normativi che negli ultimi anni hanno, determinato la riduzione del finanziamento per il SSN, d. l. 98/2011 “Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria”; d. l. 138/2011 “Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo”, d. l. 95/2012 “Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini”, c.d. decreto sulla spending review, l. 228/2012 c.d. Legge di stabilità 2013.

E’ sotto gli occhi di tutti il pregiudizio nel settore dell’assistenza sanitaria con una azione pericolosa capace di tagliare l’investimento nella sanità; se si continuasse così non si potrebbero evitare delle ripercussioni gravi sulla qualità dei servizi sanitari: si è verificata una riduzione quantitativa, per cui vengono messi a disposizione meno servizi, ma quando le risorse diventeranno davvero troppo poche per finanziare l’intero SSN le conseguenze saranno quasi certamente un peggioramento anche qualitativo del servizio che non ci permetterà più di considerare il nostro sistema di assistenza sanitaria quale punta di diamante del sistema di Welfare italiano, da sempre uno dei più garantisti in Europa e nel mondo.

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