Non so cosa mi riserva il domani. Domani: domani 28 marzo 2020. Non un domani lontano, quello prossimo, quello vicino. Il tempo mi va stretto come la tutina della mia nipotina Alessia. Il 6 gennaio di quest’anno ho compiuto 70 anni e, fino a ieri, non avevo ancora avuto il minimo sentore della vecchiaia.

Me lo ha suscitato un infinitamente piccolo virus. Il COVID-19, volgarmente denominato Coronavirus. Fino a qualche giorno fa lo percepivo lontano, poi è andato ad infilarsi dentro le corsie di quell’ospedale dove ho visto morire mia sorella e dove mio padre e mia madre hanno trascorso qualche “giorno di vacanza” prima della dipartita: il San Massimo di Penne. In quelle stanze ho respirato, ho parlato, confortato e mi sono anche lasciato andare al pianto. Lungo quei corridoi ho abbracciato e stretto al cuore la disperazione di mio cognato. Lì, in quella sala d’aspetto ho assistito alle celebrazioni del cappellano calandomi con anima e corpo nella parte del credente speranzoso di un miracolo. Volevo ad ogni costo che mia sorella vivesse e mi avevano detto di pregare. In una di quelle camerette mia sorella dormiva con la morte. Sapeva la fine che l’aspettava. “ Perché proprio a te?” Provai con voce querula a chiederle. E lei: “Perché non a me?” con voce più convinta della mia, con voce che aveva il timbro della fede. Sì, perché lei era credente, praticante e convinta. Fu, quella risposta, per me un grande insegnamento: non bastava neppure la fede più ferrea per sopravvivere ad un tumore.

Il 28 di marzo del 2012 mia sorella se ne è andata nella casa del Padre. Il 14 febbraio era già morta mia madre e nello stesso anno mia suocera. Era un anno bisesto, proprio come il 2020. La pensavano così anche i Romani. Per loro febbraio era il mese dei Feralia, i riti dedicati ai defunti, quindi un periodo dedicato alla tristezza e al lutto. Infatti in questo periodo si celebravano le Terminalia dedicate a Termine, dio dei Confini, e le Equirie, gare di corsa di cavalli con i carri da guerra, nell’antica ara del dio nel campo di Marte. La competizione celebrava la conclusione di un ciclo cosmico, entrambe le ricorrenze, infatti, erano legate alla morte. Scrivo nel primo giorno di applicazione del DPCM – 9 marzo 2020- che applica in tutta Italia le misure di emergenze per contenere il coronavirus. 

Non so cosa ci riserva il domani. I pensieri si accavallano alle preoccupazioni e alle raccomandazioni e, forse, mai sono state così attuali le parole di mia sorella: “Perché non a me?”

Sì, perché prima il virus ha attaccato la Cina, il Giappone, la Corea del sud, adesso l’Italia e per il resto si vedrà. Ed allora la domanda è perché non a noi? e non perché a noi? Proviamo ad invertire il senso del quesito e subito abbiamo la percezione profonda di qualcosa che ci illumina la mente e che ci fa comprendere un po’ di più tutto quello che ci sta succedendo in questi giorni. A mia sorella nient’altro replicai perché dentro di me avevo compreso il senso di quella risposta. Neppure per voi lettori ho un chiarimento, una replica, un discorso, una morale, una spiegazione scientifica, una parola da rifilarvi. Ognuno faccia uno sforzo per trovare dentro di sé il senso di tutto quello che sta accadendo o che dovrà ancora accadere. Perché non a noi Italiani? Perché non a loro cinesi? Perché non ai tedeschi, ai francesi, ai canadesi, agli africani e agli australiani ecc.? Questo è il vero interrogativo che dovremmo porci. Ognuno provi a darsi una risposta! Complotto? Un virus sfuggito ai ricercatori? Fatalità? Punizione divina? Il caso? Il caos? Avveramento di profezie o profezia che si autoadempie? Tutto può essere plausibile e tutto può essere reso verosimile con tanto di certificazione scientifica. Io ho trovato molto convincenti le parole dello psichiatra Raffaele Morelli. Ve le riporto con una avvertenza: “ Stretta è la “soglia”, larga è la via, dite la vostra che ho detto la mia”

Scrive Morelli: “Credo che il cosmo abbia il suo modo di riequilibrare le cose e le sue leggi, quando queste vengono stravolte. Il momento che stiamo vivendo, pieno di anomalie e paradossi, fa pensare… In una fase in cui il cambiamento climatico, causato dai disastri ambientali, è arrivato a livelli preoccupanti, la Cina in primis e tanti altri paesi a seguire, sono costretti al blocco; l’economia collassa, ma l’inquinamento scende in maniera considerevole. L’aria migliora; si usa la mascherina, ma si respira…In un momento storico in cui certe ideologie e politiche discriminatorie, con forti richiami ad un passato meschino, si stanno riattivando in tutto il mondo, arriva un virus che ci fa sperimentare che, in un attimo, possiamo diventare i discriminati, i segregati, quelli bloccati alla frontiera, quelli che portano le malattie. Anche se non ne abbiamo colpa. Anche se siamo bianchi, occidentali e viaggiamo in business class. In una società fondata sulla produttività e sul consumo, in cui tutti corriamo 14 ore al giorno dietro a non si sa bene cosa, senza più rossi del calendario, da un momento all’altro, arriva lo stop. Fermi, a casa, giorni e giorni. A fare i conti con un tempo di cui abbiamo perso il valore, se non è misurabile in compenso, in denaro. Sappiamo ancora cosa farcene? In una fase in cui la crescita dei propri figli è, per forza di cose, delegata spesso a figure ed istituzioni altre, il virus chiude le scuole e costringe a trovare soluzioni alternative, a rimettere insieme mamme e papà con i propri bimbi. Ci costringe a rifare famiglia.

In una dimensione in cui le relazioni, la comunicazione, la socialità sono giocate prevalentemente nel “non-spazio” del virtuale, del social network, dandoci l’illusione della vicinanza, il virus ci toglie quella vera di vicinanza, quella reale: che nessuno si tocchi, niente baci, niente abbracci, a distanza, nel freddo del non – contatto. Quanto abbiamo dato per scontato questi gesti ed il loro significato?

In una fase sociale in cui pensare al proprio orto è diventata la regola, il virus ci manda un messaggio chiaro: l’unico modo per uscirne è la reciprocità, il senso di appartenenza, la comunità, il sentire di essere parte di qualcosa di più grande di cui prendersi cura e che si può prendere cura di noi. La responsabilità condivisa, il sentire che dalle tue azioni dipendono le sorti non solo tue, ma di tutti quelli che ti circondano. E che tu dipendi da loro.

Allora, se smettiamo di fare la caccia alle streghe, di domandarci di chi è la colpa o perché è accaduto tutto questo, ma ci domandiamo cosa possiamo imparare da questo, credo che abbiamo tutti molto su cui riflettere ed impegnarci.

Perché col cosmo e le sue leggi, evidentemente, siamo in debito spinto. Ce lo sta spiegando il virus, a caro prezzo.” Ed allora…perché non a noi?

Pin It on Pinterest

Share This