PIANELLA – Paola Andreoli si sfoga. La ventitreenne di Pianella ha perso per covid la madre di 44 anni, Marisa Di Quinzio, il 19 marzo all’ospedale di Pescara. La donna, una badante, aveva contratto il virus assistendo al San Massimo di Penne un uomo di 68 anni, anch’egli deceduto nei giorni in cui il nosocomio vestino venne sorpreso dal coronavirus diventando un pericoloso focolaio. La giovane a tutt’oggi non è riuscita a recuperare gli effetti personali della madre che non è stata cremata. “C’è un’inchiesta in corso”, sottolinea Paola sul suo profilo facebook. “ Mia mamma è stata contagiata all’ospedale di Penne, facendo assistenza ad un signore che purtroppo si è scoperto contagiato solo dopo il decesso. L’8 marzo iniziarono i primi sintomi, febbre molto alta e malessere generale. Contattammo il medico curante, di cui non faccio il nome, ma che con grandissima incompetenza non riuscì ad indicarci una via da seguire. Il giorno seguente mio padre accompagnò mia madre al tendone allestito fuori dall’ospedale di Penne, ma la rimandarono a casa perché: “I tamponi vanno prenotati, sono contati”. Il giorno dopo cercammo di contattare la Asl, da tre cellulari diversi, per riuscire a prendere la linea e prenotare il tampone. Nessuna risposta. Il 118 diceva di chiamare la Asl e il numero d’emergenza non poteva fare nulla. Arrivò la prima crisi respiratoria: mio padre, in preda al panico, la portò all’ospedale di Pescara dove avevano allestito il triage covid all’esterno del pronto soccorso. La fecero entrare alle 17 circa, ma la visitarono all’1,30 di notte. Dagli esami riscontrarono una polmonite, la ricoverarono dall’11 al 16 marzo nel reparto di malattie infettive: il tampone diede esito positivo nei giorni seguenti, ma ormai la situazione era chiara. Il 17 marzo la intubarono, senza farcela salutare. In quei giorni si era ammalato anche mio fratello di 13 anni, febbre alta, tosse con esito del suo tampone positivo. Il 19 marzo ci comunicarono l’aggravamento improvviso ed il decesso di mia madre dopo vari tentativi di rianimazione.

Abbiamo potuto vederla? No, assolutamente. Il suo “funerale”? Lo abbiamo visto in streaming dal cellulare, perché eravamo in isolamento. Cosa le abbiamo messo addosso? Nulla, un lenzuolo bianco d’ospedale.
Questa storia inverosimile non finisce qui. A più di un mese dalla sua scomparsa noi non abbiamo ancora i suoi effetti personali, stiamo muovendo mari e monti per farli uscire, ogni persona dell’ospedale che sentiamo ci dà una versione dei fatti diversa. Dicono che la bolla (busta con gli effetti) sia partita dal reparto, ma nel deposito non è mai arrivata; chi sostiene che questa busta segua la salma, chi dice che venga mandata in obitorio, altri dicono che sia nel deposito. Sta di fatto che le sue cose non vengono fuori.  Noi le rivogliamo!”.

Berardo Lupacchini

 

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