di Sabrina De Luca

Otello Farias nasce a Loreto Aprutino il 16 giugno 1897. Suo padre Diego è un falegname ma soprattutto un valente clarinettista. Sposa Olivia Presutti – nonna Livetta  per i futuri discendenti- che lo rende padre di due figli, Filomena, classe 1895, che diventerà madre di  Venanzio- anche lui indirizzato allo studio della musica- , ed Evalda ed il nostro Otello, il cui nome fu ispirato non tanto dal Moro di fonte shakespeariana, ma dal capolavoro musicale che ne fece Giuseppe Verdi nel 1886, accalorando gli animi dei melomani del Teatro La Scala di Milano.

(Da sx- nonna Livetta, Edmondo, mamma Antonietta e le sorelle Enia, Eliana, Elda)

La passione di Diego per l’opera  è così profonda che, il II e III nome, furono Cassio e Jago, quasi a conferire alla futura personalità del giovane una  alcova di più inclinazioni: passione, sincerità e caparbietà. Ma dimostra anche quanto la cultura musicale non fosse prerogativa delle classi borghesi o nobili, anzi, proprio nel popolo la musica “alta”, come la definisce Quirino Principe, attecchiva senza intermediazioni cattedratiche, come un spontaneo attrattore di bellezza empatica.

All’età di 5 anni il piccolo Otello entra a far parte della banda musicale nel ruolo di accompagnatore, suonando prima il flicorno contralto, gergalmente denominato genis,  che aveva il compito di dare la cadenza ritmica soprattutto nelle marce e poi venne promosso al flicorno baritono, il celebre bombardino, dominatore dei tanto attesi assoli nei concerti.

Di lì a poco il padre Diego si trasferisce negli Stati Uniti, trova nuova compagna e con lei gestirá una catena di ristoranti in California. Le sue notizie si perdono nel 1934, poi, più nulla.

Rimaneva in Italia, Zopito Farias, fratello più giovane e zio di Otello. Sembra che fosse lui il più istruito musicalmente dato che, conseguito il diploma in composizione e Direzione Bandistica presso il Conservatorio S.Pietro a Majella di Napoli, vi rimase come docente ordinario. Dirigeva la banda di Manfredonia nell’ouverture del Guglielmo Tell quando, nel 1926, fu colto da un infarto. Sì accasció stringendo tra le mani la bacchetta di legno e, portandola al cuore, si spense nell’ultimo battito. Una lapide nella piazza del paese pugliese ricorda ancora oggi il suo nome.

Otello intanto cresce, diventa un uomo in un’ epoca in cui circostanze ed avvenimenti ti costringono ad esserlo, anche a 20 anni. Sbarca il lunario suonando qua e là e si sposa nel 1919 con Antonietta Falconetti da Farindola la quale lo renderà padre di Edmondo, Elda, Eliana ed Enia, quattro E tatuate  nel cuore. Quando studia  le partiture chiuso nella stanza della piccola casa di via Sant’Antonio, le note si diffondono,  gli artigiani interrompono le loro attività quotidiane, donne e bambini,  faccende e giochi, “Otello sta a pruá” e all’improvviso l’ascolto collettivo riproduce quello rituale che avveniva nei teatri. È la vita che pulsa, in una Italia in bianco e nero dove persino chi non ha niente…aveva tutto.

Alla fine degli anni ‘20 il maestro Giustino Scassa scrittura Otello nella Banda di Pescara, una delle migliori compagini sul territorio nazionale. Il regime fascista, incline alla malìa delle parate militari, agevola e favorisce le concertazioni bandistiche nelle piazze  e così per Otello cominciano le tournée, dal Sud al Nord, con la fatica di lasciare Antonietta da sola a crescere il piccolo Edmondo, nato il 28 settembre 1920, esattamente 100 anni fa.

Finalmente, nel 1931, per Otello giunge la chiamata dalla rinomata Banda di Chieti “Vincenzo Bellini”  costituita nel 1864 e considerata, con i suoi più di 90 elementi, la più grande d’Italia. L’allora direttore Domenico Valenti, era allievo del grande compositore campano Alessandro Vessella, lo stesso che, con Zopito Valentini, aveva organizzato il concorso bandistico del 1923 durante la Settimana Abruzzese.

Il maestro Valenti cimentò le eccellenze solistiche della banda non solo nei repertori tradizionali afferenti a Verdi o Rossini ma iniziando a trascrivere, per le parti, la nuova musica di Puccini, Mascagni, Leoncavallo, Respighi. Del resto il suo mentore Vessella era stato il precursore delle scritture bandistiche di Beethoven e Wagner e con quella idea l’allievo prosegue nella strada tracciata. Conferisce  alla banda stile, compattezza e qualità del suono e le richieste di scrittura giungono da tutto il paese. Nel 1932 la Banda di Chieti si esibisce a Livorno con un programma musicale dedicato a Pietro  Mascagni che, eccezionalmente, siede tra il pubblico. Si entusiasma il Maestro, ed al termine del preludio dell’Iris va ed abbraccia Otello, non prima di essersi complimentato con Valente e gli altri solisti.

Negli anni 1932- 1934 si compiono le due grandi tournée estere, la  prima in Germania, con tappa a Colonia, Monaco e Berlino. Grazie ai fratelli di Antonietta, che avevano concesso un prestito alla sorella, Otello aveva ordinato in Cecoslovacchia un trombone a pistoni costruito da un artigiano boemo che aveva seguito tutte le sue indicazioni. L’occasione della permanenza a Monaco gli permette di andarlo a ritirare,   un trombone  proprio come lo voleva lui, strumento attraverso il quale liberare il respiro dell’anima.

Dopo la Germania è la volta degli Stati Uniti: dalla banchina del porto di Napoli il transatlantico “ Conte di Savoia”salpa con a bordo i bandisti della compagine Bellini. La statua della Libertà nella baia di Manhattan accoglie stanchezze e spossamento di un viaggio interminabile ma alla fine è Nuova York, la città simbolo di accoglienza e di scambi culturali . Nello stesso anno Duke Ellington lascia il Cotton Club per affrontare un tour europeo: sul filo d’acqua del fiume Hudson si incrociano la tradizione del melodramma italiano con il jazz di strada americano.

Ma la nuova città aveva da sempre consacrato il primato del genio musicale Made in Italy: da Lorenzo Da Ponte a Giacomo Puccini, fino ad Ottorino Respighi, che nel 1928 debutta al Metropolitan Theatre con La campana sommersa diretta da Tullio Serafin. Quattro anni dopo è la volta di una banda. “La  banda di Chieti ha procurato al pubblico emozioni vivissime e gli amatori della musica ringraziano il  maestro Valenti per aver offerto loro un gaudio infinito”

Così il Daily News  racconta il concerto memorabile alla Carnegie Hall,  preceduto da una sfilata lungo la Fifth Avenue accompagnata dall’entusiasmo e dagli applausi del pubblico. A Chicago però accade la tragedia: l’11 settembre il maestro Valenti muore per una malattia fulminante. Ha 43 anni ed è al culmine della carriera. Il dolore tra gli orchestrali è totale ma, come dicono gli americani, show must go on, bisogna ottemperare i contratti stipulati ed  il tour continua sotto la guida del maestro Santarelli, mentre la salma di Valenti viene fatta rientrare in Italia.

Il 1 novembre 1934 Otello è di nuovo a Loreto Aprutino, con lui  le sensazioni e le emozioni di una esperienza che avrebbe voluto trasferire nella sua Regione. Ci prova nel 1937 creando la banda di Silvi in cui fa debuttare Edmondo, virtuoso del flicornino sopranino e sul podio Nicola Centofanti che, subito dopo, assumerà la direzione della banda di Cepagatti.

Lo spettro della II guerra mondiale, però, da lì a poco avrebbe materializzato un arresto forzato dell’esperienze musicali creando una frattura difficilmente colmabile, se non con dei nuovi presupposti e con un animo diverso. Insieme a  Giuseppe Pranzo, Otello ci riprova molte volte intorno agli anni ’50 ma furono tutti dei fallimenti.

Probabilmente all’orizzonte di un nuovo mondo da ricostruire, il mestiere di bandista cominciava a lasciar posto all’idea della musica come hobby da dopolavoro: l’efficienza capitalistica, il consumismo, lo sviluppo da boom economico che da lì a poco sarebbero arrivati, avrebbero travolto anche il teatro e l’arte. Otello non farà in tempo a vederne le macerie: morirà il 4 aprile 1960.

(1960, il corteo funebre accompagna la salma di Otello Farias al cimitero)

Oggi a Loreto Aprutino c’è una sala polivalente a lui dedicata, oggi i nipoti,  Franco ed Otello possono stringere tra le mani il trombone recuperato e restaurato. Manca un bandista. Condividemmo il sogno di poterlo riascoltare con Gianluca Tarquinio, il musicologo marsicano che tanto amava le bande e che ci aveva dato la sua disponibilità a venire nel paese natale per parlarci di come riuscire, oggi, a ridestare l’interesse sulle bande, a non disperdere un patrimonio, a non finire le giornate sullo schermo di un tablet, perdendosi tramonti ed esperienze. Magari farlo a giorni alterni. Non ci vogliono i soldi, o non solo. Ci vuole coraggio.

 

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