di Berardo Lupacchini

PENNE – Andrà un domani tutto bene, certo. Dopo che era partito piuttosto male. Al punto che il virus si è esaltato da queste parti bucando il San Massimo, non solo con un paziente di Città Sant’Angelo che, a tre giorni dal ricovero per una gastroenterite, sabato 7 marzo ha scoperto di avere nel corpo il Covid-19. Il contagio è esploso così, dentro un ospedale, con quattro medici contaminati, infermieri, operatori socio sanitari e cuoche. Una quindicina in tutto. Arrivarono i tamponi di verifica e la sanificazione, poi la riorganizzazione del San Massimo con la presenza fissa di un dirigente sanitario fino ad allora spesso assente. Così come era accaduto a febbraio nei presidi ospedalieri di Codogno, nel Lodigiano, e Alzano, nella Bergamasca, il tempo trascorso fra l’ingresso e la diagnosi è all’origine del diffondersi dell’epidemia. Ma per chiudere l’ospedale di Codogno e isolare la zona ci sono voluti solo un giorno e un solo caso positivo. Tra l’altro la sanificazione dell’ospedale è durata tre giorni, affidata a una ditta esterna. Giuseppe Conte, il presidente del consiglio dei ministri, il 31 gennaio aveva proclamato lo stato di emergenza per il nuovo coronavirus, da Trento a Palermo, senza tuttavia riempirla di un minimo di contenuti, senza cioè che almeno gli ospedali avessero gli strumenti tecnici per organizzare la trincea antivirus.

Se si proclama di entrare in guerra, almeno le caserme ed i soldati (ospedali e medici) devono avere le armi ed essere pronti!La gara tra regioni ad accaparrarsi mascherine che ne è seguita è una figura indegna. Nemmeno i reparti militari di difesa Nbc-nucleare-batteriologica-chimica hanno saputo proteggere il Paese con un’adeguata scorta di rettangolini di tessuto-non-tessuto da legare davanti a naso e bocca. Dopo aver speso miliardi per formare una squadriglia aerea di F35 invisibili, per metterci a terra è bastato il virus di un minuscolo pipistrello. In realtà, le linee guida del ministero della Salute del 22 gennaio su chi andasse sottoposto al tampone, sostenevano di trattare come caso sospetto anche «una persona che manifesta un decorso clinico insolito o inaspettato, soprattutto un deterioramento improvviso nonostante un trattamento adeguato».

Ma la nuova versione delle linee guida ministeriali del 27 gennaio cancellava quella frase, prevedendo controlli solo per chi avesse avuto legami con la Cina. In Abruzzo, la Regione il primo febbraio raccomandava agli abruzzesi di rivolgersi solo ed esclusivamente ai propri medici di famiglia, evitando di recarsi ai pronto soccorso. Qualcosa non deve essere andato per il verso giusto se il 7 marzo a Penne (anche) i medici ospedalieri sono stati infettati: non è mai un buon segno quando il dottore deve curare se stesso. Cosa è realmente accaduto fra il 4 e il 7 marzo nelle strutture ospedaliere pennesi violate dal virus, ma poi prontamente tornate operative ai suoi buoni livelli (l’ospedale ha dedicato 27 posti letto dell’ex geriatria alla cura dei soggetti infettati), dovrà in qualche modo essere chiarito. Giunto infatti il 4 marzo al pronto soccorso, il 70enne coltivatore diretto di Città Sant’Angelo, accompagnato dal genero pennese, e con problemi gastrointestinali non risulta sia stato sottoposto a un controllo radiografico se non dopo alcune ore ed ormai ricoverato, quando cioè i sintomi tipici del male si facevano più nitidi con febbre alta e tosse. Senza protezioni individuali, i sanitari venuti a contatto con l’uomo hanno subito l’attacco subdolo del coronavirus fra cui Mario Semproni, il sindaco di Penne, medico geriatra del San Massimo e prossimo alla pensione.

Con lui altri tre camici bianchi, compreso il primario, Dante Orlando, guariti e tornati abili ed arruolati. “Il nostro reparto di medicina da sempre è abituato ad occuparsi di tutti i tipi di malati, compresi quelli colpiti da infezione. Questo ci ha aiutato parecchio”, ha spiegato Orlando a Tv6. Lo smarrimento iniziale è apparso potente. A Lacerba risulta che il papà pennese del genero del 70enne angolano a fine gennaio è morto improvvisamente all’ospedale di Giulianova dopo un peggioramento rapido delle sue condizioni di salute: il suo stato non pareva destare particolari preoccupazioni. All’oscuro di tutto, i contatti dei congiunti con la vittima all’epoca non sono stati interdetti come poi invece è stato deciso in piena emergenza. Un altro ricovero sospetto a Penne c’è stato un mese prima del 70enne: dal 9 al 12 febbraio era stata accolta per una polmonite, in codice giallo, un’anziana quasi centenaria: 97 anni. In ogni caso, per tanto, troppo tempo il personale sanitario del San Massimo ha fatto i conti con una penuria di dispositivi individuali di protezione che ha portato la Fials a farsi portavoce del malcontento generale.

Nel frattempo, l’epidemia è riuscita a ridare dignità all’unità di terapia intensiva del plurisecolare nosocomio, utilizzata a tempo pieno vista l’esigenza. “L’aggravamento della crisi respiratoria a causa del virus si ha nel giro di 30/90 minuti. Per questa ragione, la rianimazione del San Massimo era e naturalmente è, e sarà, assolutamente necessaria”, ha ricordato in consiglio comunale il sindaco Semproni. La normativa governativa mediante il decreto Rilancio irrobustirà con nuove risorse questo servizio per l’ospedale vestino che se lo terrà per sempre con tutti gli annessi e connessi. La Asl la considerava solo in qualche situazione emergenziale. Del resto, la politica dei tagli operati a Penne è emblematica rispetto alla vicenda di una intera nazione che ha perso migliaia di posti letto dalle riforme Monti del 2012 e Renzi (il decreto porta il nome del suo ministro, Lorenzin: mai successo che una riforma sanitaria di tale portata venisse disciplinata da un decreto ministeriale) nel 2015. C’è stata la vita ancora più obbligata della zona rossa speciale. Per giorni e giorni il nome Penne ha suscitato timore altrove, specie a Pescara, dove il sindaco Carlo Masci ha alzato molto la voce affinché si isolasse ulteriormente il capoluogo vestino.

Il governo non l’ha concessa e ha dovuto pensarci in proprio Marco Marsilio firmando un’ordinanza la sera del 25 marzo con cui ampliava la zona rossa speciale istituita una settimana prima per i paesi della Val Fino con la sola Elice pescarese fino al 19 aprile. I pennesi non hanno in parte capito il motivo per cui a lungo ci si è baloccati nella distinzione se alla loro comunità dovesse essere attribuita la speciale zona rossa. E hanno concluso che doveva trattarsi di una questione politica (arriveranno misure speciali di sostegno?) o mediatica che li sorvolava.  Illuminante esempio è quello fornito da Montebello di Bertona che, comunque poco colpita dal virus cinese, ha fatto fuoco e fiamme per l’inserimento in zona rossa speciale del suo Comune e degli altri vicini, ma poi davanti al protrarsi delle restrizioni ha chiesto alla Regione di avere delle gratificazioni per gli ulteriori sacrifici: cioè soldi. Il 26 marzo, primo giorno di zona rossa a Penne, i casi positivi erano stati 70 di cui 56 residenti.

Il 17 aprile, alla vigilia dell’uscita dalla zona rossa, si sono registrati 129 casi, di cui 114 residenti, e dieci vittime poi arrivate ad essere quattordici. Il tutto dopo poco più di 1.500 tamponi analizzati: si è ancora in attesa di un cambio di marcia per scoprire gli asintomatici. Lo screening annunciato per le zone rosse dalla regione il 6 aprile ha tardato ad attivarsi. E la grandezza comunque di Penne, rispetto agli altri piccolissimi centri coinvolti, ha creato ostacoli operativi. La salute, certo. Ma si deve fare i conti anche con l’economia. Le sartorie della Brioni dopo un balletto sull’apertura furono chiuse dal decreto Conte del 22 marzo sulle attività non essenziali che ha aperto tanti di quei varchi che come ogni vicenda italiana ha dato il potere alla burocrazia. I sindaci sentinelle assolute della zona rossa poiché le prefetture si sono smarcate da tutto: inutili come scriveva Luigi Einaudi. Ci si è chiesto: perché? Perché proprio Penne ha scalato la poco invidiabile classifica dei luoghi più toccati dal contagio fino a quasi raggiungere la vetta di un centinaio di casi? Un focolaio originario dunque è stato individuato nell’ospedale San Massimo.

Non solo, però. ”Il fatto è che la zona vestina sia caratterizzata da un intenso interscambio economico e culturale con la Lombardia e il fatto di chi è rientrato dichiarandolo e soprattutto non dichiarandolo, oltre alle settimane bianche di febbraio con il rientro di infetti”, ha spiegato il dottor Giustino Parruti, direttore dell’unità operativa di malattie infettive di Pescara. Le cifre hanno sempre oscillato fra le verità ufficiali e quelle propagate dalla vox populi, sostenuta dalla percezione e dalle deduzioni empiriche. Quando i casi venivano contati dalle autorità sanitarie, i pennesi li mettevano in contrapposizione con il numero di sirene delle ambulanze che impazzavano da mattina a sera, persino di notte, e i vicini dei malcapitati elencavano: “hanno portato via questo”, “hanno portato via quello”.

E se la Regione diceva 80, fra i pennesi c’era chi ribatteva 200. Includendo quelle persone che, numerose, non sono state sottoposte al tampone perché i tamponi scarseggiano e comunque si possono curare a casa. Finché i sintomi sono febbre e tosse secca, ma non si fatica a respirare, i soggetti disciplinati si prendono la tachipirina, aspettando che passi la nottata. Tuttavia la nottata non è passata bene per chi, con malattie concomitanti, ha perso la vita. Si tratterà di capire con i bolli ed i controbolli ministeriali quante morti si sono verificate a causa, e non solo, del Covid-19. A Penne e dintorni il panico c’è stato e permane, amplificato dalla incapacità di elaborare il dolore. Di tentare cioè di dargli un senso. E’ la tragedia che non c’è, perché non c’è il coro tragico che canta il suo dolore, perché non c’è il luogo in cui farlo, dove avanzare le pretese dei propri pianti e delle proprie disgrazie. Ci sarà una commemorazione pubblica proposta dal consigliere provinciale e comunale Emidio Camplese sostenuta da Antonio Baldacchini, presidente del consiglio comunale.     

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