Essere a Copenhagen, ma non del tutto. Chi l’avrebbe detto che sarebbe bastata una canzone, sconosciuta ma famigliare, a riportarmi indietro (o avanti?) in Abruzzo, a casa mia, ai miei nodi primordiali.

Quand è bell a ji n gambagne, quand é temb d pmmador. Lu ddubbot, il “topa topa”, che ancora non so come si chiami in italiano, o se un nome, in italiano, ce l’abbia proprio, il tamburello, grande, tondo, da picchiettare e poi stordire con un colpo ben assestato del palmo, facendo tintinnare all’unisono i dischi piatti sul bordo.Mi sembra di essere ancora lì, alle bancarelle della festa di San Zopito; e quasi mi tolgo la giacca, perché San Zopito è a giugno, e a giugno, da me, “giù”, le maniche si sono già perse da qualche settimana. La pelle si sta già scurendo per i primi giorni di mare, le guance scottano un po’. Sono qui, ma sono lì.

La salivazione aumenta inconsciamente al ricordo dei bicchierini pieni di vino denso, pastoso, che se ti cade sui pantaloni nella fretta di berlo li macchia per sempre, che a volte sgorga dai bordi delle labbra dopo una risata, e trova il dorso della mano a raccoglierlo. Mi sembra di vederli, i vecchi che giocano a carte e urlano, e bestemmiano ma solo santi inventati. Santa Cometa, Sant’Andoschj, Sand Addej. Tutte storpiature che piegano i limiti della loro morale, riuscendo a dare alla loro rabbia una forma accettabile, alle loro risa uno scivolo leggero. Mi giro, sono in treno. Tutti, dal più piccolo al più anziano, tutti sono biondi qui, e pallidi. Gli occhi, trasparenti, che salgono ripidi verso le tempie strette. E poi ci sono io. Coi miei capelli scuri, che in Italia sono biondo cenere, qui, ho scoperto, sono neri.

C’era una ragazza, a Loreto, quando ero piccola, che è come loro. Alta, o meglio, lunga.

Coi lunghi capelli lisci, e biondi, e i lunghi occhi chiari, e grigi, e l’espressione sempre accigliata. La guardavo e pensavo che era bella, era diversa. La guardavo, in vacanza coi suoi genitori, col suo sangue del nord, e ora mi chiedo che cosa vedesse. Cosa capisse dei nostri balli, del rumore assordante, del paese pieno di luminarie, in processione dietro a un santo ed ad un bue, dei cavalli per strada e dei colori, forti, forti quasi come quella musica che suonava e andava. Quella musica che ricordava al mio cuore di battere. Sul cui ritmo ho imparato come camminare, come respirare. Come parlare. Il cui ritmo mi porto ancora dietro. Anche a Copenhagen. Anche nel mio parlare inglese. Persino nel mio snocciolare il danese. Quella musica, oggi lo posso dire con sicurezza, questa musica che mi porto dentro, é il suono della mia anima.

di Giorgia Di Remigio 

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