Solo ora che scrivo mi rendo conto che non le ho chiesto se il suo nome fosse ispirato dalla canzone di Ray Charles. Si lo sappiamo, la canzone fu composta in onore dello Stato della Georgia ma molti la interpretarono come dedicata ad una donna. La mia Giorgia mi dice una frase che suggestiona il dubbio “le strade del cuore mi riportano sempre al mio paese”, la sua Georgia è, infatti, Loreto Aprutino. 
Georgia on my mind conclude la canzone e siccome scoprirò cose di lei da farmi pensare ad una che effettivamente ti rimane nella mente, sciolgo l’ambivalenza del testo e vado avanti.
Capricorno, gran chiacchierona, ti spiega tutto quello che pensa, si fa domande e si dà risposte, perché la coerenza è una necessità, adora leggere, scrivere le riesce meglio, proprio come Ilenia del suo gruppo preferito (ndr Zen Circus) e tutta la sua abruzzesità è nella fetta di pane, olio e pomodoro che adora.
Ci incontriamo a metà strada tra la Danimarca e l’Abruzzo, in quella terra di tutti e di nessuno che è il web, lei che potrebbe essere una delle mie figlie, mi sconvolge dicendo una verità scoperta nella conquistata maturità.
Quando mi chiedono di dove sono, mi accorgo di non sapere più cosa rispondere, anche se so di essere nata a Loreto Aprutino nel 1992 e oggi sono cittadina danese, avendo la residenza a Copenaghen. Però ho scelto di vivere un po’ fuori la città perché comunque le mie non sono radici cittadine e le dimensioni umane mi rassicurano. Come dire che non è importante dove si è nati ma come si vuole vivere.
Una storia dii moderni giovani emigranti, una volta partivano con appena un mestiere accennato e la valigia di cartone, oggi con i trolley che tracimano lauree, specializzazioni, master, curricula colmi di skills…eppure partono, se ne vanno a piantar bandiera all’estero perché lì, i nostri giovani cervelli italiani li selezionano, li vogliono e li pagano. 
Dopo il Liceo Scientifico a Penne, mi sono laureata in Ingegneria civile ad Ancona, poi l’Erasmus in Norvegia, poi Aahrus per la tesi infine il dottorato a Copenaghen, dove sono rimasta e lavoro. Per il “dopo” si vedrà, sicuramente non rimarrò qui…mamma mia…sono già cinque anni!…sorride, ed io con lei, pensando a come il tempo si accorci e si allunghi a seconda del cammino raggiunto nella linea della vita. Cinque per lei sono troppi, per me un battito d’ali.
Cos’è che non ti piace di Copenaghen?
Diventa un fiume in piena che straripa parole
È un problema di latitudine culturale e sociale: noi italiani interagiamo in modo assolutamente diverso, le faccio un esempio, questa nostra conversazione, nata per caso sul web, da uno scambio reciproco di interessi, con un danese non potrebbe mai accadere perché loro non parlerebbero mai con qualcuno che non conoscono. Il dialogo non è per conoscersi, loro si conoscono e per questo si parlano. Non ce l’ho con i danesi, sia inteso, loro sono cresciuti in questa Cultura è solo che, secondo me, hanno l’elasticità di un tubo di cartone.
Stavolta scoppio a ridere di fronte all’ironia dell’ingegnere, anche su questo stereotipo lei rompe uno schema, poi penso “è femmina” e tutto diventa comprensibile e affascinante.
Ma ci sarà qualcosa che ti piace e che ti ha portato a rimanere!
Diciamo che qui funziona tutto bene, il sistema dei mezzi pubblici, le strade, l’organizzazione civile, del resto ci sono appena 5 milioni di abitanti, più o meno come il Lazio, per cui la gestione della cosiddetta res publica è efficiente, mancano, purtroppo, le relazioni sociali. Io poi vengo da Loreto Aprutino dove magari si fanno troppo “chiacchiere” paesane ma dietro ci trovi le persone, che si aiutano tra loro, si scambiano gesti affettuosi, piaceri, cortesie. Io quando torno trovo stimolante anche andare al genere alimentari e parlare con la signora che mi affetta il salame, qui sarebbe impossibile, anche perché non ci sono i piccoli negozi al dettaglio. Anche con i colleghi di lavoro non c’è uno scambio dialettico vero e proprio: è palese soprattutto quando sorge un conflitto o un problema. Non si risolve dialogando, magari anche con un confronto più acceso, no, qui si va dal nostro capo e si riferisce quello che è accaduto.
Però non torni in Italia?
Come potrei? Quando ho provato a fare una sorta di tirocinio in uno studio dalle mie parti sa come volevano retribuirmi? Con i rimborsi per il biglietto dell’autobus. Qui invece il lavoro è riconosciuto per il suo valore oggettivo e retribuito altrettanto: non importa se sei appena laureato o giovane o stagista. Però non posso negare che la socializzazione e l’empatia mi manchino. Probabilmente se fossi rimasta in Abruzzo mi sarebbe mancato il ruolo riconosciuto. 
Quando eri piccola sognavi di andartene?
In realtà no, ho sempre trovato bellissimo stare in un posto dove i luoghi del cuore e le persone amiche potevano essere raggiunti in poco tempo, forse mi sarebbe piaciuto abitare a Pescara, ma solo perché io giocavo e gioco a pallavolo per cui in città sarebbero stati più agevoli gli allenamenti. Infatti per me è stato più difficile lo spostamento da Loreto ad Ancona che quello da Ancona a Copenaghen. Alla fine una città è una città. È il paese che ti fa godere di una dimensione più agiata.
E come vedi l’Italia, l’Abruzzo, da questa particolare posizione?
Credo che da noi manchino gli investimenti sulle infrastrutture, sulle strade di collegamento, sui mezzi di trasporto, non c’è abbastanza modernizzazione, di contro, poi, viviamo una vita convulsa di capitalismo sfrenato, di velocità di consumi perdendo di vista la qualità di alcune scelte. Mi dispiace molto, poi, vedere che, nello specifico Loreto ma riguarda un po’ tutti i centri storici, siano abbandonati ed in decadenza. Ecco, forse ho trovato una cosa in cui gli scandinavi sono migliori rispetto a noi: qui le cose che appartengono alla collettività sono di tutti e di ciascuno, da questo punto di vista non c’è la non-curanza nei confronti dei luoghi pubblici. Nessuno si gira dall’altra parte di fronte a delle azioni che deturpano o danneggiano gli spazi comuni. Da noi c’è più egoismo, non mi viene la parola giusta ma mi sembrano tutti più concentrati su loro stessi, sul proprio IO e non sul NOI. E le spalle le girano, “tanto non sono cavoli miei”
Le parole sono giustissime, cara Giorgia, il problema è sempre la risoluzione, forse più giovani in politica?
Non credo sia nemmeno questo, non è un token essere giovani, è come dire metto una donna, metto uno di colore, metto un gay, non è automatico l’inizio di un processo di cambio mentalità e di rapporto con quello che ci circonda. Il vero problema è la deresponsabilizzazione o meglio, il vero problema è non costruire un sistema sulla responsabilizzazione che da un lato ti rende libero di sbagliare e capace di rimediare, come dovrebbe essere riconosciuto anche ai bambini, dall’altro ti rende consapevole e perciò responsabile nel tuo ruolo. Trovo veramente ridicolo quel fenomeno italiano per cui diventi ministro o Assessore ai lavori pubblici senza essere un ingegnere o Assessore alle finanze e magari non sei neanche un ragioniere. Sei responsabile se c’è un’ attinenza tra gli obiettivi e la capacità di conseguirli.
Continuiamo a parlare, letteralmente per ore, della società, di libri, di teatro, della sua specializzazione in progettazione antisismica, di ospedali e pandemia e capisco quel suo sentirsi sempre perennemente fuori e dentro qualcosa, come il pendolo di Foucault che, oscillando a destra e sinistra senza sosta, dimostra infine che è il mondo a girare mentre noi possiamo scegliere se rimanere immobili o correre, muoverci, ballare, guardarci intorno.
Mi esce cosí…ma tu la faresti una rubrica mensile raccontandoci Loreto- Copenaghen andata e ritorno?
Cavoli,  certo che sì, almeno faccio capire a quelli che guardano all’estero come una sorta di Eden che non è meglio. Non è neanche peggio…è solo differente.
Un cerchio si chiude e se ne apre un altro, io Cronista e lei un Kvothe in gonnella pronta a raccontare la sua storia in pillole di moderna migrante.
Il sì mi rincuora e sono felice di accoglierla nel nostro spazio, sarà come farla tornare a casa ogni mese, da mamma Paola e da papà Amato.
S.d.L

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