Giuro  di essere fedele alla Repubblica italiana, di osservarne la Costituzione e le leggi e di adempiere con disciplina e onore tutti i  doveri  del mio stato per la difesa della Patria e la salvaguardia  delle  libere istituzioni”.

Queste sono le parole del giuramento che prestai nel 1988, sei mesi dopo l’assunzione. In tutti questi anni non le ho mai dimenticate e ho sempre applicato quei principi. L’ho fatto anche, e soprattutto, quando mi è capitato di sbagliare perché, essendo umani siamo fallibili, ed è proprio nella fallibilità che il credere alle istituzioni, alle regole della convivenza civile, al senso più  alto dell’applicazione della legge rappresenta la guida attraverso la quale puoi aiutare te stesso e i cittadini. 

Quelle parole mi sono tornate in mente leggendo sul Vostro giornale la cronaca del Consiglio comunale del 13 aprile con oggetto l’interrogazione di alcuni consiglieri sull’utilizzo della PAV e la mia lettera di risposta all’assessore Maria Mascioli. Il fatto che la mia risposta sia diventata di dominio pubblico,unitamente ai toni e alle modalità delle “risposte” date da chi rappresenta l’Amministrazione, mi costringe a rispondere nella stessa forma pubblica, in primo luogo per sottolineare due cose a cui tengo molto. La prima è che non ho avuto mai problemi con la PAV, che ha collaborato lealmente e in maniera ineccepibile con il COC, in pieno clima di rispetto reciproco e di giusta motivazione nell’affrontare le emergenze che si sono verificate e il periodo difficilissimo che ancora dura. La seconda riguarda il tempo di risposta che, secondo quanto interpretato da qualcuno, avrei utilizzato prima per fare un post su Facebook e poi per dare spiegazioni ufficiali. Gli atti non si interpretano, purtroppo: alla prima richiesta di relazione, dopo più di tre mesi dal mio trasferimento, avevo evitato di rispondere per non rischiare di cadere nella polemica indignata che tale richiesta mi aveva suscitato, soprattutto perché non capivo se, per ottemperare ad una interrogazione consiliare, fosse necessaria una mia relazione visto che l’Assessore a cui era rivolta sapeva già benissimo come stavano le cose.

Ma poi c’è stato un sollecito, ed ho pensato che quel mio silenzio potesse essere usato interpretandolo come una manchevolezza, nel classico scaricabarile che, molto spesso, qualche “politico” usa adottare nei confronti di un “dipendente” e, nel caso specifico,  per me era chiaro che questo sarebbe avvenuto a mie spese, io che ho servito Loreto Aprutino per 33 anni ricambiando quello che ho sempre ritenuto un privilegio con altrettanto spirito di dovere. Anche come cittadino.

Se qualcuno ha ritenuto di leggere nella mia risposta la conferma della propria convinzione che io non fossi in grado di svolgere il mio lavoro, che sono appunto i termini usati nei miei confronti in un’assise pubblica – mi riserverò di fare eventuale richiesta della registrazione se effettuata – va ben oltre e al di fuori della gravità istituzionale che possa o no emergere da una lettera, travalica la correttezza, il buon senso e sconfina in una concezione del ruolo pubblico che, per semplice esercizio di logica a posteriori, mi hanno confermato che ci avevo visto giusto a proposito di un certo tentativo di scaricabarile!

Cercare di far pensare che il sottoscritto non avesse voglia di mettersi a disposizione e per questo metteva catenacci, è un clamoroso falso che chiunque può smentire in qualsiasi momento; usare quel pretesto come argomentazione principale e catturare l’attenzione usando la solidarietà e l’aiuto da dare alla comunità affascina gli spettatori; la retorica del noi abbiamo fatto del bene e gli altri no forse strappa un applauso ai seguaci; far pensare che il sottoscritto fosse quasi infastidito per le azioni di volontariato sposta l’attenzione degli astanti dalle manchevolezze proprie.

Peccato però che io non possa starci e non possa accettarlo.

Fare volontariato è una cosa bellissima, lo stile con il quale lo si fa è personale, ma la discrezione da parte di un amministratore pubblico dovrebbe essere massima, foss’anche soltanto per evitare di alimentare dubbi, perché, a mio modo di vedere è quando la comunità è fragile, come in questo momento, che sente tutta la sudditanza e non la cittadinanza. Del resto l’Assessore non può aver dimenticato che le avevo chiaramente detto quanto una eccessiva visibilità potesse essere fraintesa come prova tecnica di campagna elettorale e che io non avevo nessuna intenzione di metterci la faccia. Questo, in generale, vale per ogni azione amministrativa che si fa: mettersi in mostra anche quando si compie quello che è il proprio dovere, si chiama, molto semplicemente metodo propagandistico. È per questo stesso motivo che ho postato la mia riflessione su FB, proprio per far capire quanta coincidenza ci può essere tra una richiesta pretestuosa e la visibilità vuota del fare e strafare. Io la responsabilità la intendo così, mi sbaglio?

Può essere, come ho già detto, sono consapevole di essere fallibile; sicuramente però non è responsabile alzare la voce in un Consiglio Comunale usando illazioni grossolane, perché, in quel caso, l’offesa più grande viene fatta ai cittadini, è a loro che il Sindaco fa il più grande torto: un comandante, come un Sindaco o qualunque altra figura passano, ma se il metodo che si lascia è quello di buttare parole a vanvera al limite della diffamazione, poi, a quel punto, la differenza la fanno le persone che sono sotto le “divise” o le fasce tricolori. Avrei preferito che quelle parole, se vere o ritenute tali, fossero state scritte in un atto giudiziario e ripetute in un’aula di giustizia piuttosto che trasformare l’aula che rappresenta l’onore dei cittadini di Loreto Aprutino in un bar di terza categoria. 

E a me le chiacchiere da bar non mi hanno mai interessato!

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