All”iniziativa promossa da U.N.I.T.A. Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo “Facciamo luce sul Teatro” che chiedeva a tutti i teatri italiani, nella giornata del 22 febbraio, di accendere le luci delle loro sale e foyer dalle 19.30 alle 21.30, ha aderito anche il Teatro Luigi De Deo di Loreto Aprutino. Certo, una sala piccola in un piccolo paese eppure in quella parte, forse la più bella e la più dimenticata di Loreto, ieri il lampo che è uscito dal portone, in una sorta di miracolo ha affiancato il tuono del battito del cuore. Le ombre si sono moltiplicate diventando spettatori silenti di parole che ci mancano, ci manca il sogno della vita in palcoscenico, ci manca quella partecipazione al rito del teatro, ci mancano i gesti, ci manca quel lavoro di ricerca su noi stessi che più scava e meno trova, è tutto lì paradosso che si amplia e diventa esperienza sociale. All the world is a stage, tutto il mondo è un palcoscenico recita Jacques in As you like ͏i͏t , tutti gli uomini e tutte le donne semplicemente attori con le loro entrate ed uscite. Le luci che ieri Fausto Roncone ha acceso ci hanno ricordato questo, un occhio di bue sulla coscienza, e non solo perché la pandemia è arrivata e ha stravolto tutto.Se si ama il teatro se ne costruiscono dieci, se credi nella forza dell’attività teatrale ogni spazio lo immagini tale. Stavolta non c’entra nulla il Covid 19. Il De Deo ha chiuso i battenti molto prima: il terremoto del 2009 ne ha causato l’inagibilità, poi un verbale del Comando dei Vigili del Fuoco di Pescara nel maggio 2010 sancì la non sussistenza di condizioni di pericolo immediato per la fruizione sia del Teatro che del Museo Antiquarium appartenente allo stesso plesso, L’ultimo spettacolo andato in scena Mia madre è un fiume nel 2018. La piccola parentesi del “workshop internazionale” a cura di Michael Margiotta che doveva essere un’occasione di rilancio del nostro centro storico. Poi più nulla. Poi il Covid e il sipario cala, non come un morbido velluto a tempo di applausi, ma come una lama che recide.Non solo qui. Ma qui, nella problematica esistente di un paese abbandonato, si ha come l’impressione di una accabadora che compirà l’atto finale. 

 “Un popolo che non aiuta e non stimola il suo teatro, se non è morto, è moribondo; e così un teatro che non raccolga il palpito sociale, storico, il dramma delle sue genti e il colore genuino del loro paesaggio e del loro spirito, non ha il diritto di chiamarsi teatro, ma sala da gioco o luogo per fare  quell’orribile cosa che si chiama “ammazzare il tempo“ queste le parole di Federico Garcia Lorca che nella locandina accompagnavano l’annuncio dell’accensione delle luci. Parole che sanno di un brutto finale di partita sebbene siano il tentativo, così vorremmo che fosse, di riaprire una discussione pubblica in cui popolo, politica e politica della Cultura e del Teatro si incontrino per capire del perché un legame sia stato reciso. È l’offerta culturale a determinare la domanda e la storia del teatro, per chi ne mastichi un po’, ha sempre dimostrato l’alternanza di periodi fecondi a periodi bui. Ma fare teatro è l’unica attività nata con l’uomo, capace di mantenere viva la socialità, è la forma di politica più alta e pura. Bisognava avere un po’ più di coraggio e, in termini economici, che badi bene non sono solo quelli legati al vil denaro, stabilire una diretta correlazione tra produttori e consumatori. Tutto questo per un corretto posizionamento dei termini di una problematica. Che facciamo nostra e che ci vede al fianco di chiunque vorrà parlarne e ricominciare da lì.

S.d.L

 

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