PENNE – E’ il 3 maggio 1980, Roberto Sandalo esponente di spicco di Prima Linea, l’organizzazione terroristica di estrema sinistra nata nel ’76 fuoriuscita da Lotta Continua, “canta”. Racconta in questura, a Torino, la sua città, i dettagli dell’omicidio di Emilio Alessandrini, 36enne sostituto procuratore della Repubblica a Milano, il magistrato che stava lavorando all’indagine sulle bombe dell’eversione di destra (Ordine Nuovo) nella milanese piazza Fontana: era il 12 dicembre 1969, viene inaugurata così la strategia della tensione con 17 morti e 88 feriti per destabilizzare per stabilizzare l’Italia, mantenendo il partito comunista lontano dal governo nazionale.

Sandalo non fa parte del commando che si occupa di Alessandrini, che indaga a tutto campo anche sull’eversione di sinistra. I killer sparano alle 8,30 del 29 gennaio 1979: il magistrato viene ucciso dopo aver accompagnato a piedi suo figlio Marco a scuola. Il gruppo di fuoco Romano Tognini “Valerio” attacca l’auto su cui nel frattempo è salito il magistrato al semaforo fra viale Umbria e via Muratori, un incrocio critico che obbliga le macchine a fermarsi e che Alessandrini percorre ogni giorno per dirigersi al palazzo di giustizia. Due terroristi arrivano all’improvviso, rompono il vetro dal lato guidatore con una pistola e scaricano otto colpi nell’abitacolo, uccidendo Alessandrini sul colpo.

Due uomini restano in copertura nei pressi dell’auto per la fuga. Una volta verificata l’uccisione, i terroristi ripiegano sull’auto, mentre un quinto complice lancia un fumogeno per coprire la fuga. Roberto Sandalo svela l’identità del gruppo che manda al creatore il primo magistrato a Milano: si tratta di Sergio Segio e Marco Donat Cattin, responsabili dell’agguato; Michele Viscardi ed Umberto Mazzola di copertura; Bruno Rossi Palumbi li attende nell’auto con cui fuggono. Così ne riferì il terrorista pentito, poi morto a 57 anni nel 2014 a Parma. “Me ne ha parlato un militante di Bergamo, nome di battaglia Matteo, dimostra 22 anni, alto un metro e 75 cm., porta occhiali a goccia, magro, con i capelli a caschetto lisci color castano, esperto di radiotecnica, porta baffetti appena accennati perché non ha quasi per nulla la barba.

E’ conosciuto nell’area dell’autonomia bergamasca. E’ stato lui a tirare il fumogeno in viale Umbria. Alessandrini era nell’archivio e nelle inchieste da anni, cioè da quando c’è la controguerriglia e quindi l’interesse su di voi magistrati. Vicino ad Alessandrini abitava un tale, penso vicino a Prima Linea, che per parecchie mattine ne aveva osservato i movimenti. Finché costui diede il pronto a qualcuno di PL. Il problema era che Alessandrini usciva di casa ora da solo ora col bambino (il figlio Marco, ex sindaco di Pescara n.d.c.).

Ci fu uno studio di circa 45 giorni per non coinvolgere il bambino. Il giudice lo accompagnava a scuola senza scorta. Forse talora ebbe la scorta, non come fissa comunque. Il suo omicidio doveva essere il momento più alto della campagna delle carceri. Era stato programmato insieme all’esecuzione a Torino del giudice Giancarlo Caselli, prevista un mese dopo. Per Alessandrini fu studiato alla perfezione l’intoppo dei due semafori e sin dalle prime volte che si andò sul posto ad ispezionarli, si decise che si poteva fare. Si impiegarono due auto rubate delle quali non so il tipo.

Il commando era formato da sei persone: Marco Donat Cattin (nome di battaglia Alberto, figlio del ministro democristiano Carlo n.d.c); Nicola Solimano (nome di battaglia Sandro n.d.c.), Sirio (nome di battaglia) e Matteo di cui vi ho parlato. Degli altri due non saprei dire. Alberto e Sandro fecero fuoco contro Alessandrini con un revolver 36 sp. O 357 caricato 38 sp.

Impiegarono proiettili perforanti, Norma, non so bene. Non so chi sparò il colpo di grazia. Sirio copriva Alberto e Sandro stando alle loro spalle a distanza di pochi metri. Matteo era piazzato in mezzo alla strada con uno Sten in mano che agitava per spaventare la gente ma con il quale non fece fuoco. Agitava lo Sten mentre Alberto e Sandro si avvicinavano all’auto del giudice.

(Marco Donat Cattin)

Poi Matteo lanciò il fumogeno. Quanto alla via di fuga, Matteo mi disse che imboccarono una strada verso il centro e che percorsero due o tre isolati. Poi bloccarono l’auto in un punto che consentì loro di prendere al volo un filobus. L’omicidio di Alessandrini fu chiamato “operazione Alex”. Tutte queste cose io le ho sapute nel luglio 1979 dopo l’arresto di Waccher, Bruno Russo Palombi e l’individuazione del Fagiano. Fu commentando questi fatti che Matteo mi disse:”Guarda te quanta gente mettono dentro mentre quelli che hanno fatto Alessandrini restano liberi…”.

(Roberto Sandalo)

Quanto alla motivazione dell’omicidio, Alessandrini fu una decisione autonoma dell’esecutivo nazionale di Prima Linea che mirava a costringere l’Autonomia Operaia a fare una scelta precisa, o da una parte o dall’altra, colpendo certamente un obiettivo non odiato in quanto costituito da un magistrato democratico. E poi c’erano quelle voci sulla banca dei dati che si stava organizzando. L’azione contro il giudice Caselli doveva avvenire impiegando un furgone e coinvolgendo anche la scorta a Torino sul controviale di corso Peschiera, ma venne rinviata per la morte di Matteo Caggegi e Barbara Azzaroni.

Caselli intanto in quei giorni della primavera dell’80 ascoltava a più riprese le dichiarazioni del pentito sambenedettese Patrizio Peci, terrorista delle Brigate Rosse: in una caserma piemontese e poi nel carcere di San Donato, a Pescara. Le Br subirono un colpo decisivo e Peci pagherà un salatissimo conto personale con l’assassinio del fratello Roberto dopo 55 giorni di prigionia.

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