di Fernando Di Fabrizio

Qualche anno fa, durante un incontro con Dante Caserta, Presidente del Wwf Italia, alla sua affermazione sull’esperienza “irripetibile” dell’Oasi del Lago di Penne, risposi scherzando che Cogecstre, la cooperativa che gestisce la Riserva vestina, nel sistema delle aree protette regionali, poteva essere considerata una realtà “incredibile”. Un aggettivo bivalente che può rappresentare una situazione “Impossibile, inaccettabile, inverosimile”; ma anche un’esclamazione di stupore o di meraviglia, in funzione predicativa con valore neutro, oppure di valutazione “enorme, straordinario”.

Ecco, per guardare al futuro della nostra piccola terra (sia come area e comunità vestina, sia come intero pianeta) mi viene di nuovo in mente il termine incredibile. Per cercare di affrontare il tema delicato del futuro, piuttosto incerto in piena pandemia da Covid19, citando un pensiero di Orwell “chi controlla il futuro controlla il presente” proverò a ripercorrere alcune tappe che hanno avviato con precisi riferimenti culturali, l’affermazione in ambito regionale e nazionale della Riserva Naturale Lago di Penne, una delle prime istituite in Abruzzo.

Sebbene l’area protetta sia stata formalmente istituita nel 1987 bisogna tornare indietro una decina di anni, intorno alla metà degli anni “70, per comprendere quali sono state le finalità che hanno spinto uno sparuto gruppo di giovani di Penne ad impegnarsi per un progetto di sviluppo sostenibile, di tutela e di conservazione ambientale che pochi soggetti, pubblici e privati, a quei tempi consideravano un’impresa attuabile. Oggi sappiamo, a mezzo secolo di distanza da quel periodo di sviluppo economico incontrollato ed estremo, quando le risorse naturali venivano considerate infinite, che le preoccupazioni dei primi ambientalisti abruzzesi e italiani erano fondate.

Quante battaglie anche in Abruzzo contro le strade che deturpavano le montagne, filovie per le pecore, treni a cremagliera, cementificazione dei fiumi, piani urbanistici a macchia di leopardo, tagli rasi dei boschi, caccia incontrollata, e poi la mancanza di leggi di tutela e conservazione ambientale. Eppure, già nei primissimi anni settanta, Aurelio Peccei, dirigente di Fiat e di Olivetti, uomo di grande cultura, la cui principale preoccupazione era il “malpasso” dell’umanità, aveva portato l’Accademia dei Lincei e il “Club di Roma” ad occuparsi della crescita della popolazione esponenziale, e del possibile esaurimento del petrolio.

Anche su questo punto sappiamo oggi che la sua analisi era giusta: le tendenze della società non facevano presagire nulla di buono, considerando i rischi degli effetti dell’industria fuori controllo, che lentamente aveva compromesso in molti luoghi della penisola, la qualità dell’aria, dell’acqua e perfino dell’atmosfera. Il famoso rapporto del MIT “I limiti dello sviluppo” curato da un gruppo di ricercatori di Boston, metteva in discussione l’idea di una crescita infinita, di uno sviluppo economico e industriale basato su un clamoroso errore: quello di credere che le risorse del pianeta erano infinite. In mancanza di un’inversione di rotta, il sistema basato su modelli matematici del 1968 prevedeva, già  allora, che l’ecosistema sarebbe collassato intorno al 2030.

Poi arrivarono la crisi energetica, l’inquinamento, il buco nell’ozono, il riscaldamento globale, le migrazioni di massa, le guerre per il petrolio, i cambiamenti climatici, la perdita di biodiversità, eventi che hanno confermato, le previsioni del rapporto del MIT. Oggi abbiamo la consapevolezza che “prevedere” non basta più, ma è necessario agire, ed anche in fretta. Gli studi sui futuri possibili, nati all’inizio degli anni Settanta, rappresentano la più matura evoluzione che prevede l’anticipazione delle azioni. Anticipare gli scenari con un esercizio che richiede l’utilizzo dell’intelligenza collettiva, per tenere dentro visioni diverse i futuri possibili e auspicabili, considerando gli aspetti qualitativi piuttosto che quantitativi. Sappiamo quindi che il futuro bisogna cambiarlo.

William Gibson affermava che “Il futuro è già qui, solo che non è equamente distribuito”. Chi pensava che le aree protette avrebbero “bloccato lo sviluppo e ibernato le popolazioni locali”, congelandole, come riserve indiane, in un passato immobile, si sbagliava e anche di molto. La Riserva di Penne, insieme alla rete delle aree protette in Abruzzo, raccontata dalla rivista De Rerum Natura, ha dimostrato in poco più di trenta anni, che era possibile investire nel futuro dell’ambiente e dell’uomo, con la tecnologia più avanzata offerta dall’avvento della transizione digitale ed ecologica. Il laboratorio informatico della Riserva, decisamente attrezzato, è stato realizzato con le migliori soluzioni di mercato: scanner e stampanti digitali di altissimo livello, droni e Apr di ultima generazione, utilizzati per mappe georeferenziate, Gis e produzioni cartografiche dettagliatissime, ma anche ottiche fotografiche e videocamere ad altissima risoluzione, per la produzione di immagini e documentari inediti, apprezzati in tutta Italia da un vasto pubblico e ancora con telecamere live di videocontrollo e monitoraggio faunistico fino al 5k.

Ma in questi anni sono stati completati anche le ricerche scientifiche sulla flora e sulla fauna, con le check-list complete dei vertebrati e della flora presente, con approfondimenti importanti sulla rara Lontra europea e sul Lupo ibrido. Sono stati avviati il recupero di importanti strutture edilizie esistenti e abbandonate, evitando il consumo di suolo. Tre complessi strategici, con migliaia di metri quadri di proprietà pubblica, dove lavorano ogni giorno almeno 40 dipendenti. Il Centro di Accoglienza dei Visitatori con uffici direzionali e laboratorio di elaborazione editoriale, il Centro di Educazione Ambientale A. Bellini con un nutrito programma di Educazione ambientale e il Lapiss, un laboratorio formativo che ospita un importante CAS (Centro di Accoglienza Straordinaria) per ospiti stranieri.

La riserva assume quindi un ruolo di rilievo nell’ambito sociale, con importanti progetti di accoglienza e gestione del disagi e problematiche giovanili. Naturalmente sono in corso nuove iniziative anche nel settore del turismo responsabile, per spingere molti cittadini a superare la crisi territoriale da coronavirus, in collaborazione con la rete RICA composta da tutte le cooperative della riserva, con il consorzio De Rerum Natura e Wolftour di Penne. Nella primavera del 2021 verrano avviati alcuni progetti con le bici e-bike, le canoe e uno speciale parco avventura per l’accoglienza dei visitatori locali, ma anche italiani e stranieri. Oltre a garantire la gestione continua dell’area protetta vestina è stato avviato, da più di venti anni, una speciale iniziativa nell’ambito dell’agricoltura. Si tratta dei progetti Masseria dell’Oasi, Sapori di Campo e Terre dell’Oasi avviati nella splendida Collina di Collalto. Anche in questo caso le finalità culturali e di riferimento arrivano da lontano.

Nello stesso periodo dell’allarme lanciato dal MIT, negli anni settanta, una scrittrice degli Stati Uniti, Rachel Carson pubblicò un famoso libro dal titolo “La primavera silenziosa” con un accorato appello sui pericoli dell’abuso eccessivo dei pesticidi nell’agricoltura intensiva. Oggi sappiamo che il massiccio utilizzo di fitofarmaci e glifosati delle prime generazioni, non solo incidono negativamente sulle popolazioni di insetti impollinatori ma, spesso, finiscono nelle catene alimentari arrivando anche all’interno degli organismi dei vertebrati e, perfino nell’uomo, causando malattie mortali. Tristemente noto appare oggi la diffusione incontrollata del DDT nel mondo intero. Per evitare alla radice la diffusione dei prodotti di sintesi, pericolosi, nei delicati ambienti della Riserva Lago di Penne, sono stati avviati importanti progetti di agricoltura biologica e di recupero di antichi cultivar, in modo da continuare una produzione armonica nel massimo rispetto degli ecosistemi agroambientali. Attualmente la riserva di Penne è tra i primi produttori di farro in Abruzzo e nell’Appennino centrale.

Ecco dunque che tornando ai futuri possibili, bisogna continuare a cercare altri scenari e visioni, in modo da permettere alla Riserva di Penne il continuo aggiornamento e adattamento all’evoluzione tecnologica. Una Tecnologia capace di troverà soluzioni, si spera presto, per il cambiamento climatico, individuando nuove fonti di energia, promuovendo l’espansione interplanetaria con una nuova tecno-umanità in cui l’aspetto biologico e quello cibernetico saranno ibridati e potenziati. Crediamo che la nuova tecnologia digitale, sia un aspetto essenziale del presente, oltre che del futuro, ma proprio per questo richiede di essere governata da una vera democrazia. Il pericolo che la “società degli algoritmi” possa manipolare l’intera umanità è reale, occorre “occupare il futuro” prima che la sociologia del futuro finisca nelle mani di pochi soggetti, pronti ad aprire la “scatola nera” dell’intelligenza artificiale con il pericolo di un “controllo digitale globale”.

Sappiamo infine che le aree protette, sia i grandi Parchi sia le piccole Riserve naturali, possono accogliere, in questi tristi periodi di “chiusura sanitaria” numerosi cittadini, grazie ai grandi paesaggi e spazi vitali, dove sarà  più facile rispettare necessariamente i distanziamenti sociali stabilite dalle numerose e continue normative di riferimento, per evitare la diffusione del virus. Sembra inoltre che lo stress da pandemia potrebbe essere sconfitto immergendosi nella natura. Lo indicano i risultati di un sondaggio condotto negli Stati Uniti e in Giappone: una visione del mondo in armonia con la natura migliora la salute psicologica, aiutando a gestire le situazioni stressanti.

Tuttavia Angel Gurría, segretario generale dell’Ocse, a conclusione del Climate adaptation summit ha affermato che “la crisi Covid-19 è un duro promemoria delle conseguenze a cui può portare il disinteresse verso le sfide globali. Il cambiamento climatico è forse il più grave problema che dobbiamo affrontare”. Il rapporto Unep ha sottolineato inoltre l’importanza delle cosiddette Nature based solutions (NbS), ovvero le soluzioni basate sulla natura, come opzioni a basso costo in grado di ridurre i rischi climatici, ripristinare e proteggere la biodiversità, portare benefici significativi alle comunità colpite. Le NbS sarebbero infatti utilizzate principalmente per affrontare i rischi costieri, le precipitazioni intense, l’aumento delle temperature e la siccità.

Le inondazioni e l’erosione costiera verrebbero ridotte grazie al ripristino e protezione delle barriere coralline, delle zone umide costiere, delle foreste di mangrovie, delle dune e vegetazione delle spiagge. Le inondazioni dei fiumi, le frane e l’erosione verrebbero affrontate principalmente ripristinando o proteggendo pianure alluvionali e torbiere, e migliorando la vegetazione ripariale, ovvero quella fascia di vegetazione che si trova ai margini di un corso d’acqua. Anche la protezione delle foreste, il rimboschimento, le pratiche agroforestali e agroecologiche contribuirebbero alla gestione del deflusso superficiale contro le inondazioni (gli alberi fungono da barriere naturali e allo stesso tempo da serbatoi di carbonio). Le inondazioni urbane verrebbero affrontate ricostruendo spazi verdi e blu all’interno delle città.

I rischi legati alla siccità, inoltre, potrebbero essere attenuati attraverso la gestione integrata dei bacini idrografici, nonché con operazioni di rimboschimento e pratiche agricole rispettose del clima. Le foreste tropicali purtroppo continuano ad essere abbattute al ritmo di 30 campi da calcio al minuto. C’è una macchina magica che aspira il carbonio dall’aria, costa pochissimo e si costruisce da sola. Si chiama albero” (Monbiot). Secondo un recente studio pubblicato su Nature, il ripristino dei paesaggi naturali danneggiati dallo sfruttamento umano può costituire uno dei modi più efficaci ed economici per combattere la crisi climatica, incrementando allo stesso tempo la biodiversità. Anche gli oceani offrono vasti vantaggi legati alla biodiversità e alle opportunità per assorbire l’anidride carbonica. Secondo un rapporto di Greenpeace International, infatti, arrestare la pesca intensiva e l’inquinamento da plastica degli oceani potrebbe aiutare ad affrontare l’emergenza climatica.

Prima di chiudere questo articolo devo citare il libro di fantascienza di James Graham Ballard del 1962 “Il mondo sommerso” che “spiega” la causa dell’apocalisse scientificamente: le radiazioni solari hanno portato allo scioglimento delle calotte polari (si nota che all’epoca dell’uscita del romanzo ancora non si parlava di riscaldamento globale), sommergendo le città europee: “Zanzare grosse come libellule entrano dalle finestre del Ritz. Enormi rettili strisciano sul fondo limaccioso di canali che sono stati un tempo le vie di Londra. L’Europa ha una temperatura tropicale, le sue campagne sono coperte da giungle impenetrabili, i suoi monumenti, i suoi palazzi sono in gran parte sommersi sotto metri d’acqua. Dalle zone artiche, dove pochi milioni di uomini ancora sopravvivono, piccoli gruppi di scienziati e di militari vengono mandati a esplorare questo mondo torrido, soffocante, affascinante, questa straordinaria e mortale laguna in cui il ricordo della nostra civiltà viene via via cancellato da mostruose forme di vita animale e vegetale.”

Al di la di questa trasposizione apocalittica, dobbiamo affermare con forza che le aree naturali protette, la conservazione ambientale e più in generale la tutela e il rispetto degli ecosistemi non solo sono opportuni ma addirittura necessari per la sopravvivenza della specie umana sul pianeta. Alcuni scienziati hanno trovato una connessione tra la diffusione del virus covid19, alcuni pipistrelli e i cambiamenti climatici (Spillover, David Quammen).

Un programma dal titolo Abruzzo Protetto, dal turismo e agricoltura sociale alla transizione ecologica verrà presentato nei prossimi giorni per contribuire a superare la crisi economica nei territori delle aree interne durante l’epidemia. Il programma, stimolato dal Comune di Penne con un forum specifico sull’Ambiente e sviluppo economico, è stato elaborato dal Consorzio De Rerum Natura in collaborazione con Legambiente Abruzzo, rete RICA e Wolftour. Si tratta di un documento articolato con oltre 200 pagine ricche di idee innovative, per confermare l’importanza delle aree protette per il futuro possibile dell’umanità.

 

Fernando Di Fabrizio

Direttore Riserva Naturale Regionale Lago di Penne

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