di  Sabrina De Luca

Sono timidi i passi che calpestano le viuzze di Penne, accompagnano i rumori altrettanto cauti dei negozi che stanno riaprendo le saracinesche, come palpebre pigre e disabituate alla luce che si è spenta quel 12 marzo quando, la drammaticità dei contagi pandemici, costrinse la chiusura di tutte le attività non essenziali.

Varcando il grande portone del complesso dell’ex tribunale di Largo San Giovanni Battista percepisci, però, che Penne è solo una bella addormentata alla ricerca del giusto bacio e questo posto incantevole è un cuore che batte seguendo il respiro lento del riposo. L’ossigenazione è agevolata da un polmone verde boschivo alle sue spalle, con le fronde degli alberi che accarezzano la discesa di pietre che conduce fino alla porta San Francesco.

Franca D’Angelo (nella foto in fase di allestimento di ABC Abruzzo Contemporaneo 2016) ci accoglie, è un sorriso alla fine del lungo corridoio di vetrate che, senza soluzione di continuità, portano i passi tra i tetti e l’azzurro del cielo. Siamo nella parte viva della Casa delle Arti e dei mestieri, quella dei laboratori artistici mentre al piano terra, in una lingua di spazio suggestivo ma un po’ sacrificato, c’è la bottega dove acquistare manufatti di tutti i tipi, dalle ceramiche ai tessuti ricamati fino agli accessori in cuoio.

Il telaio poggiato sulla scrivania ed i fili intrecciati a metà sono il chiaro indizio di come abbiamo interrotto un dialogo tra concentrazione e creazione per un’idea di futuro.

“Scusa il disordine ma le mie colleghe ed io stiamo pensando a come riorganizzarci”

L’altro indizio vibrante è che Franca parla di sé sempre al plurale, lei stessa parte di un tutto che è risorsa di luogo, di persone e di progetti.

Questo palazzo prima ospitava il Tribunale di Penne, poi quando ci fu l’accorpamento con quello di Pescara qui rimase solo l’ufficio del Giudice di Pace. Nel 2015 gli ampi locali divennero la Casa delle Arti e dei Mestieri, una famiglia di più Associazioni che da anni vivifica la vocazione territoriale all’artigianato con esposizioni e mostre”

Oltre ad ArtigianArte di Penne, ad Arazzeria Vestina 66, a Collezione Nato Frascà, di cui Franca è presidente, all’Associazione Tartufai Vestini che promuove il tartufo d’Abruzzo, c’è la Scuola di Musica e Danza a chiudere un percorso materiale in grado di soddisfare mente, corpo e psiche.

Da poco la famiglia si è allargata con il collettivo di arte contemporanea inangolo, di Di Bernardo Rietti e Toppeta, che lavora su sperimentazioni in tutte le discipline artistiche, dalla pittura e scultura alle installazioni grafiche e video.

“Abbiamo chiuso lo scorso maggio, nel quarto anno di attività, la mostra fotografica L’Abruzzo in Particolare, mettendo insieme quattro generazioni di fotografi amatoriali e professionisti e le loro visioni della terra natìa. Un progetto molto apprezzato e che ci ha dato tante soddisfazioni ma anche la fatica di tracciare nuovi percorsi e nuove idee nel territorio”

Mi basta annusare fatica, visioni e nuove idee per intercettare subito il primo ostacolo dai blocchi di partenza del nostro confronto. Chi ha le caviglie imbrigliate dalle radici ma ha anche camminato “fuori” sa quanto sudore per scioglierle e trasformarle in liane. L’ostacolo è una certa refrattarietà delle realtà organizzate a sapersi comunicare nel modo giusto, nascondendosi dietro delle formule di un accennato marketing territoriale, salvifiche come può esserlo un salvagente sgonfio.

(“Appesi al Filo” Mostra di ArtigianatoArtistico dell’area Vestina aprile 2018: da destra Roberta Fonticoli, Alessandra Tramontano, Carla Napoletani, Adelaide Leone, Annarita Barchesi, Dante Salvatorelli, Tiziana Musa, Franca D’Angelo)

 

(soci e presidentesse delle asssociazioni culturali ArtigianArte e Collezione Frascà)

Ma che significa promozione del territorio? Quali sono i confini da superare?

La promozione del territorio può diventare una gabbia asettica se non si riesce a creare un dialogo fiducioso nella trasmissione di una sapienza artigianale che travalichi non solo quello dell’antico borgo o feudo ma addirittura quello più ristretto familiare. Il territorio vestino ancora non riesce a sganciarsi da quel senso di gelosa custodia di segreti, la paura ancestrale dell’apertura all’altro è vista solo nella potenziale sottrazione di qualcosa che è proprio. È un territorio ricco di esperienze, ad esempio nella produzione della ceramica ma ancora molto ricalcitrante all’unione ed alla presentazione di progetti comuni… ai tanti Comuni che lo compongono e che ci renderebbero più forti nella nostra identità.

L’arte dovrebbe essere il grimaldello per aprire la porta?

L’arte dovrebbe farci capire che ogni reale si mette a disposizione, che nel mondo c’è spazio per tutti e che la creatività è un processo infinito. Considero l’opera d’arte (quando è vera) un nuovo segnale di pensiero che si completa e trova senso grazie all’occhio di chi la guarda e la vive.

Vedi quella forma di legno sopra il tavolo?

Ci indica il modello micro di Rebis Matrice circumambulatio di Nato Frascá la cui versione media è stata esposta presso l’auditorium San Giovanni Evangelista di Penne mentre la sua gemella bianca è al MUSMA di Matera dal 2008.

“ È una forma che prende vita dallo sguardo che si muove attorno ad essa circumnavigandola, così l’arte deve essere vissuta, come un mezzo, non un fine, uno strumento di conoscenza che ci pone in discussione sempre”

(Rebis Matrice 1967/2001, Nato Frascà, acquisita dal Musma di Matera nel 2008)

Ascolto ed osservo, la mente vola ad uno speciale Lacerba, a cura di Gianfranco Buccella, dedicato a David Zeller, l’artista francese creatore di Flexo, che ha scelto Loreto Aprutino come luogo dell’anima. Anche per lui l’arte è un mezzo. E sempre più questa parte dell’Abruzzo consente di costruire altane come oasi di ispirazione, sempre meno riesce ad intercettare risorse ed entusiasmi per costruirne modelli culturali, turistici e di comunicazione.

Ritorno a Franca ed ai suoi contorni di angelo, nomen omen, nel senso etimologico della parola ángelos, colui che porta un messaggio. Non ha pretese se non che quel messaggio continui ad attraversare i tempi. Una staffetta della conoscenza. In questo senso Penne è come Roma o come Parigi. Le corsie di curve e rettilinei disegnate dal nome di Fortunato Frascà, detto Nato, scenografo, pittore, artista poliedrico e ricercatore di codici tra la percezione dell’oggetto d’arte e la psiche. Non basterebbe un articolo per comprendere le sue visioni. Lo capisco benissimo e la forma iniziale di incontro racchiuso in un perimetro diventa fiume di parole in cui immergo appena le punta delle dita.

Quando è arrivato il Covid stavamo organizzando la presentazione a Penne degli Atti del convegno dedicato a Frascá (n.d.r. 10 e 11 maggio 2019 Nato Frascà. La didattica, un percorso artistico Vado > Verso > Dove > Vengo 2.0) organizzato dalla Sede pubblica di Penne e dall’Accademia delle Belle Arti di Roma dove lui ha insegnato e dove compenetrò la didattica al percorso artistico di ricerca sulle forme fino all’introspezione analitica e psicologica.

Spero di poterlo fare a settembre: sicuramente nelle ore del solstizio del 20 giugno organizzeremo la sessione dello Scarabocchio Collettivo insieme ai gruppi di Creta, Siracusa, Palermo, Sassari, Roma, Pescara, Subiaco, Firenze, Bologna, Genova e…Penne. Non posso non farlo.

Ma lo fai per amore o con amore?

L’evenienza che io sia stata, oltre che allieva di Nato, anche sua moglie, è solo una occasione collaterale. Eravamo due persone che cercavano le stesse cose destinate a vivere la solitudine più profonda ed invece ci siamo incontrate. Questo mi appartiene come esperienza, che finisce come possono finire le cose della vita. Ma il segno rimane. Anche perché lui mi ha dato le chiavi di volta attraverso le quali sfogliare quel viaggio in avanti e a ritroso, dall’opera d’arte fino agli aspetti più profondi intrinseci. Ora mi appartengono, ma non per amore, perché così è.

È venuto mai a Penne?

Si certo dal ’94, amava tantissimo l’Abruzzo era incantato dall’autenticità delle persone, come dai sapori autentici della nostra cucina. In particolare era ammaliato dal profilo della Maiella che per lui era l’equivalente della Montaigne Saint Victoire di Paul Cézanne, pittore che ha studiato fino alla fine. Non a caso ha completato la stesura del libro L’Arte, all’ombra di un’altra luce, vicino al duomo di Penne,  nel 1998. Non ha fatto in tempo a realizzarvi altre opere, ma gli sarebbe piaciuto tanto anche perché aveva iniziato a collaborare con i miei maestri dell’Istituto d’Arte e con alcuni artigiani del luogo, non c’è stato il tempo. Se ne è andato nel 2006.

 (Accademia di Belle Arti di Roma 2003, aula d’incisione col prof Gianpaolo Berto e Nato Frascà prepariamo il workshop sullo Scarabocchio degli adulti e la Psiconologia – psicologia dell’icona)

E tu da dove vorresti ricominciare passata questa pandemia?

La prima cosa che mi viene in mente è portare a termine gli studi storici sulle origini di questo luogo. Devi sapere che qui c’era il Monastero dell’Ordine Gerosolimitano, le dame di Malta, che arrivano a Penne intorno al 1520. Arrivano e si insediano sotto il Duomo nato dalla cripta della dea Vesta. Quindi c’è stata una interpretazione dei luoghi tutta al femminile, solo dopo arrivarono i Cavalieri a San Giovanni. La ricerca ancestrale di questo segno al femminile è un’azione che mi intriga molto, non è da escludere il collegamento con le dieci sorgenti di acque che hanno reso Pinna Vestinorum capitale dei vestini con sede vescovile e senato. Sembra che in tutta Europa le uniche rappresentazioni pittoriche delle dame di Malta risalenti al XVI-XVIII secolo, le abbiamo noi a Penne, esattamente al Museo Civico Diocesano. Poi questo luogo è diventato sede e Scuola delle maestranze di Penne, Istituto d’Arte, portando avanti la cultura della lavorazione del ferro battuto e oreficeria, del legno, dell’arte muraria, degli stucchi, la lavorazione della pietra, del mattone, della tessitura e del ricamo. Di conseguenza la sartoria vestina è sempre stata di gran pregio, le radici di Brioni sono soprattutto qui. Consolidare editorialmente questa storia è un obiettivo a cui tengo molto.

E poi?

Oltre alle attività che svolgiamo in collaborazione, a maggio avrei dovuto cominciare i primi laboratori di tessitura su telai non convenzionali. Intrecciare i fili trasponendo un messaggio rivolto alla contemporaneità è il terreno sul quale mi sto muovendo, cercare nuovi segni nel filo che può avere una sua materia anche non intrecciandolo. La bellezza del filo è sia nell’orizzontale della tessitura ma anche nella sua verticalizzazione che crea trasparenza, ombre e luci.

L’appuntamento è solo rimandato: Franca sta pensando di organizzare laboratori estivi che potrebbero sostituire i viaggi negati dal Covid con quelli dentro di noi, inseguendo fili della vita che sfuggono, si intrecciano o semplicemente rimangono sciolti per permetterci di legarli a nuovi sogni.

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