Riceviamo e pubblichiamo

È scomparso Pasquale Terrenzi, per tutti Pasqualuccë. Una persona buona e gentile che con la sua puticuccë ha rappresentato un punto di riferimento per intere generazioni angolane. Il suo erail negozio di Città Sant’Angelo frequentato da persone di ogni età, senza nessuna distinzione sociale. Ma era soprattutto la putéchë di li bbardiscë.Un antro. Non più di tanto. Eppure, quante prelibatezze! La putéche di tuttë li bbardiscë che vendeva le sue golosità a buon prezzo: li tómmë con le immancabili figurènë, li ggiùggërë che si attaccavano ai denti, li quadratunë di cioccolato al latte con le nocciole intere, li ggingommë, li Pip e li minduccë che toglievano la puzza del fumo delle prime sigarette, li bbuttijuccë e le piccole damigiane in plastica con dolcissimi e misteriosi liquidi colorati. Ma il massimo dell’ attrazione erano le cupole ricoperte di una leggerissima sfoglia di cioccolato che racchiudeva una crema bianca, spumosa, indefinibile e dolciastra. Avevano la forma di un profiterole casereccio. Le chiamavamo li bbómmë. E ancora li furmaggènë di cioccolato con graniglia di arachidi, mmaurizjiëdi tutte le forme e dimensioni, caramelle alla frutta, alla menta, all’anice e all’orzo, al rabarbaro e al rhum, frizzanti e quelle che scoppiavano, leccalecchë, mmu che deliziavano la nostra ghiottoneria.Tutto era ordinatamente affilato negli scomparti di un ripiano estraibile, coperto dal vetro del bancone. Era come se ci fosse scritto: “Guardare e non toccare”.Ma in quella puticuccë non si mangiava solamente. Era anche la rivendita dei giornali: quotidiani, rotocalchi, settimane enigmistiche e li ggiurnalittë: Topolino, Tex, Il monello, L’intrepido, letti e riletti tante volte, prima di essere rivenduti su li bbangaréllë o usati come poste nelle interminabili partite a carte negli spiazzi angolani.Nelle ricorrenze e festività proponeva palline di vetro, lucette, carta stellata e per le montagne, pastori, re magi e pecore, maschere di cartone e di plastica, stelle filanti e coriandoli, fialette puzzolenti e polverina che faceva grattare.E vendeva anche gli attrezzi scolatici: pennë a bbirë, matitë, colla ʼppundamatitë, hòmmë, quadirnë e fuje da diéegnë e protocóllë per i compiti in classe.

     «Pašqualò’, dammë nu fujë protocóllë a rrèghë chiedevo quando arrivava quel giorno tanto temuto.

     «Je scrèvë direttamèndë in bella copj!» rispondevo, volendo troncare sul nascere quell’interrogatorio.

    «Arrivitë lu puhètë! Ca li saccë ca chi ll’itrë dicë lirë ti vi ccumbrè ʼna sicaréttë héssë a za Nurènë!».

     «E si li si, chi m’addumminnë a ffè?».

    «Sprudè! Mo chi védë pàtrëtë, lu mulinè, ti faccë ardirrizzì lu fèlë di la schènë!».

Eh sì, anche lui, come altri, controllava le nostre monellerie. Era parte della vita di ciascuno di noi. E lui, con quella puticuccë, aveva un osservatorio privilegiato.

Grazie, Pasqualò’, per essere stato così presente nella vita nostra e del nostro paese.

Ferdinando Giammarini, affezionato e fedele cliente.

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