PENNE – Se lunedì dovesse riaprire i suoi tre stabilimenti tessili vestini, Brioni rischierebbe di ritrovarsi con il 60% in meno dei lavoratori, vale a dire con sole 400 unità. E’ la previsione di tutti i sindacati, strenuamente impegnati insieme agli amministratori pubblici locali e regionali, a non far riaprire i battenti nelle sartorie di Penne, Civitella Casanova e Montebello di Bertona che producono abiti di pregio e non mascherine o altro di cui oggi c’è una necessità assoluta.

Il timore fortissimo è che decine e decine di lavoratori in giro, nonostante i protocolli di sicurezza che Brioni ha dichiarato formalmente di aver messo in atto, moltiplichino il rischio di contagio in una zona, quella vestina, che conta il 60% dei malati di coronavirus del Pescarese. Solo Penne da ieri ne registra ben 47. “Sarà sciopero se Brioni pensa di riaprire!”, attacca Carmine Ranieri, segretario regionale della Cgil Abruzzo. “Se si vogliono fare forzature sulla sicurezza dei lavoratori non ci stiamo: non si può derogare. Occorre chiudere tutti i servizi e le attività lavorative non essenziali che possono pregiudicare la salute dei lavoratori”. Di contro, l’alta sartoria maschile in mani francesi da otto anni va avanti: ha delle consegne piuttosto urgenti da effettuare e qualora gli stabilimenti locali non fossero attivi, sarebbe costretta a spedire la lavorazione dei capi di abbigliamento al quartier generale di Gucci, alle porte di Firenze, non potendo escludere che in futuro la presa di posizione, per quanto motivata dall’epidemia, potrebbe originare delle polemiche valutazioni della proprietà. Lunedì a Curno, nella Bergamasca, cioè la provincia italiana più colpita dal coronavirus, riaprirà lo stabilimento Brioni. Qui si stanno muovendo tutti: dal presidente della Regione Marco Marsilio, all’amministrazione comunale di Penne (il cui sindaco Mario Semproni  conclude domenica 22 l’isolamento domiciliare), alla Lega, i cui esponenti politici sono in pressing sulla Regione affinché fermi la produzione vestina. Da parte sua, il management locale di Brioni, guidato dall’ingegner Nicola Di Marcoberardino, ha inviato tramite Confindustria la richiesta all’Inps di una cassa integrazione ordinaria in deroga per nove settimane a partire dal 9 marzo. Un provvedimento che arriverebbe ad abbracciare tutto il migliaio di dipendenti. Cosa potrebbe accadere. La prima ipotesi è che vengano organizzati turni di maestranze che in piena sicurezza operino. L’altra eventualità è che Marsilio firmi un’ordinanza di sospensione delle attività produttive non strategiche per ragioni socio-sanitarie del solo territorio vestino. Intanto, fioccano i certificati medici per i lavoratori. Sul versante sanitario, c’è fame di posti letto, visto che il San Massimo, covid hospital pescarese, soffre. La Protezione civile regionale sta pensando in concreto a sbloccare parte del centro sanitario del Carmine, l’ex manicomio riconvertito in residenze sanitarie mai attivate, dove ricaverebbe una quarantina di posti al primo piano. Tanto più che nell’attiguo distretto sanitario di base sta per entrare in funzione l’unità speciale di continuità assistenziale per i pazienti in isolamento domiciliare. La Asl deve dotarla di medici: a Penne, come altrove in Abruzzo, il bacino di utenza è di circa 50 mila persone. Ne fanno parte anche Città Sant’Angelo ed Elice, quest’ultima inserita nella zona rossa speciale di recente istituzione nella Val Fino.

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