RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – Paolo Bianchini, 51 anni, avvocato pennese e dirigente accompagnatore del Basket Penne. La notizia tanto attesa arriva con una e-mail della ASL inviata domenica 31 maggio 2020. Dopo due tamponi consecutivi negativi posso dirmi libero dalla prigionia impostami dal Covid-19.

Ben 67 giorni dopo l’insorgenza della malattia si conclude l’incubo della quarantena a casa. Per giungere alla guarigione sono state necessari due periodi di cure. Per due volte sono stato costretto a recarmi presso l’ospedale San Massimo di Penne per accertamenti ed esami. La prima volta a fine marzo e la seconda a metà maggio, quando risultando alla TAC non ancora guarito dalla polmonite, ho dovuto ripetere una cura farmacologica, visto che la serie di tamponi dava di continuo risultati di positività al Covid-19.

Da quasi tre mesi lontano dallo studio legale. Vittima della quarantena imposta dal virus e nello stesso tempo “sequestratore” di moglie e due figli anch’essi obbligati a casa avendo avuto contatti con un positivo.

Oltre ai disagi per l’attività professionale sospesa, il cruccio più grande è stato quello di aver costretto i miei familiari ad isolarsi dal mondo esterno. Il tempo non passava mai e l’unica consolazione è stata la casa abbastanza grande che ha consentito a tutti i famigliari di ricavarsi un proprio spazio. Mia moglie Cinzia, anch’essa due mesi lontana dal lavoro, ha avuto l’esclusiva su cucina e tinello. Mio figlio Francesco ha seguito on-line le lezioni universitarie di diritto costituzionale (materia del suo prossimo esame all’Università D’Annunzio) e ne ho approfittato per discutere con lui della legittimità dei DPCM emanati dal premier Conte, questione che ha avuto un acceso dibattito tra avvocati, professori ed emeriti presidenti della Consulta. Mia figlia Sofia, al primo anno di liceo scientifico, ha subito la prigionia più lunga di 86 giorni essendo uscita l’ultima volta con le amiche il lontano 5 marzo. Ma la sua più grande sofferenza è stata quella di non partecipato al Trofeo delle Regioni che si doveva tenere ad aprile in cui sarebbe stata protagonista con la rappresentativa dell’Abruzzo. Per non parlare della mancata conclusione del campionato con la Basket Penne U16 visto che quest’anno la squadra poteva arrivare alla finale per il titolo regionale.

(Paolo Bianchini)

Sembra trascorso un secolo dal lontano 25 marzo in cui all’improvviso comparve la febbre alta. E pensare che fino al giorno prima mi sentivo bene e nulla lasciava presagire a quanto stava per accadere. Ricordo la mia ultima uscita. La mattina del 24 marzo Penne era imbiancata dall’ultima neve di primavera e la temperatura era scesa sotto lo zero. Feci le mie ultime commissioni sotto una fitta nevicata e rientrai.

Tutto completamente diverso dalle sensazioni vissute ora, ad inizio giugno, con l’estate ormai arrivata. Ricordo le due ultime udienze in tribunale il 3 marzo ed il 6 giugno quando tra i colleghi serpeggiava già il timore del contagio e ci tenevamo tutti ad una debita distanza. Con molta probabilità il virus me lo sono beccato in casa, proprio nel luogo ritenuto più sicuro, da un cosiddetto portatore paucisintomatico, visto che mia moglie dieci giorni prima di me, senza avere un decimo di febbre, aveva avuto una tosse secca e una rinite, scambiate per i soliti sintomi dell’allergia stagionale.

Durante i primi venti giorni di marzo, mi ero fatto le mie consuete tre corse a settimana di un’oretta nei pressi della mia abitazione, percorrendo in totale almeno 80 Km, cioè quasi due maratone. Stavo in perfetta e forma e forse le mie ottime condizioni di salute avranno impedito un decorso più drammatico della malattia.

Poi, senza alcun preavviso, quel maledetto 25 marzo ecco che arriva la febbre a 38. La prima notte trascorsa insonne con un unico forte sintomo: dolori alle ossa delle gambe ed al bacino come fossi stato sottoposto a tortura cinese, con l’uso di una tenaglia. Per altri sei giorni la stessa sintomatologia,  febbre persistente e spossatezza, senza raffreddore o mal di gola e nemmeno un colpo di tosse. Temevo che non era un semplice stato influenzale ma che si trattava degli effetti di quel malvagio virus venuto dalla Cina.

Avvisai subito il mio medico curante che mi prescrisse una cura antibiotica per vedere se faceva effetto. Ma l’antibiotico e la tachipirina non servivano a nulla. La febbre persistente a 38 non andava via ed i dolori lancinanti alle ossa non diminuivano. Quindi, su invito del mio medico, dopo sei giorni, la mattina del 30 marzo ero costretto a farmi accompagnare presso l’ospedale San Massimo di Penne. Presso la struttura Covid allestita dinanzi al Pronto Soccorso venivo sottoposto a tutti gli accertamenti in modo altamente professionale. Oltre alla visita specialistica, venivano eseguiti prelievi ematici, elettrocardiogramma,  tampone e una TAC al torace. Al termine della giornata trascorsa in ospedale, l’esito del referto della TAC non lasciava dubbi: le alterazioni polmonari erano quelle tipiche da Covid date dalla presenza di estese e multiple aree “a vetro smerigliato” “per  attuale presenza di forma interstiziale monolaterale dx”.

La diagnosi faceva raggelare il sangue e per un attimo sembrava di vivere una situazione non reale. L’unica notizia confortante era che la polmonite non era bilaterale, si trovava ancora in uno stato precoce e c’era ancora la possibilità di contenerla evitando il ricovero con una cura farmacologica a domicilio. Per fortuna la cura a base di idrossiclorochina, antibiotico e tachipirina, nel mio caso si rivelò efficace. Si trattava di terapia sperimentale e soprattutto il farmaco antimalarico presentava della controindicazioni molto serie tant’è che mi convinsi ad assumerlo con una certa titubanza.

Dopo quindici giorni di cure trascorsi a letto, fortunatamente mi rimisi in piedi ma a quel punto mi resi conto che il virus aveva avuto degli effetti deleteri sull’organismo. In pratica, era subentrato uno stato di astenia tale che non riuscivo a compiere più di dieci passi dopodiché mi venivano a mancare le forze. Trascorsi circa venti giorni, mi illusi che le forze erano tornate e quindi provai a fare un piccolo sforzo scendendo nella taverna al piano seminterrato. Nel risalire le scale, dopo una ventina di gradini, fui costretto ad appoggiarmi al muro avendo finito tutte le energie. Lì capii che i tempi per una completa guarigione sarebbero stati lunghi.

Ma l’aspetto più pesante da affrontare durante la convalescenza è stato quello dell’isolamento. I primi venti giorni trascorsi nei 20 mq della camera da letto dove mi venivano portati i pasti in un vassoio. Fortunatamente il virus non ha avuto alcun effetto sull’appetito tant’è vero che non mi sono fatto mancare nulla, compresi gli arrosticini mangiati sul comò! L’unica uscita era quella per l’uso del bagno esclusiva. Evitare di toccare maniglie delle porte e cosi via. Ripensare e modificare ogni gesto che in casa viene fatto automaticamente. Quando nei giornalieri resoconti sul Covid gli addetti della Protezione Civile elencano i dati, quasi tutti si soffermano sui numeri dei morti, su quelli dei pazienti ricoverati e di quelli in terapia intensiva.

Poco peso viene dato però all’elevato numero dei positivi, quasi duecentomila, costretti all’isolamento domiciliare sotto sorveglianza attiva della ASL. Non ci si rende conto di un’enorme massa di persone e di famiglie che, come fantasmi invisibili, restano quasi abbandonati a se stessi, in attesa che la malattia finisca il primo possibile e nel migliore dei modi. Nel mio caso, i pochi contatti telefonici intercorsi con il personale sanitario della ASL sono serviti soltanto alla compilazione di questionari statistici utili a rilevare i sintomi, le presunte modalità di contagio, i componenti della famiglia ed i modi di svolgimento del periodo di quarantena in casa.

L’unico supporto vero è stato quello del medico curante sebbene impossibilitato ad effettuare visite a domicilio. Con il proprio medico i contatti sono stati quasi giornalieri per tutta la durata della malattia e della quarantena. A tal proposito, un grande ringraziamento, oltre all’efficiente personale sanitario dell’Ospedale San Massimo di Penne, anche e soprattutto al Dott. Roberto Lucci che mi ha seguito con professionalità durante tutto il lungo periodo di malattia.

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