di Berardo Lupacchini

Sulla strada della Coppa Italia la Polisportiva Pennese, come si chiamava allora, si trovò davanti il Filottrano in quel febbraio 1980. Nel centro anconetano, la partita di andata era finita con il classico risultato ad occhiali, ma la gara fu piuttosto tesa, con colpi proibiti anche sugli spalti. “Fummo minacciati con bottiglie di birra mozzate e lanci di pietre. Fu un pomeriggio molto nervoso”, ricorda Ettore Bianchi, dirigente al seguito.  La gara di ritorno divenne un appuntamento da non perdere anche in relazione ai fatti dell’andata. A dirigere il delicato confronto fu designato Michele Soriano di Nola.

Il direttore di gara campano arrivò in mattinata a Penne, alla ricerca di un ristorante. Si trovava a camminare al viale, quando s’imbatté in Tony D’Angelo, all’epoca ispettore della Rizzoli, al quale l’arbitro chiese informazioni. “Lo accompagnai da Tatobbe ed ebbi modo di raccontargli le tensioni della gara di andata. Lui naturalmente non commentò, chiedendo notizie su Penne”. Più tardi, l’autobus con a bordo la squadra del Filottrano venne atteso e fatto fermare all’altezza della villa dei Locasciulli. La comitiva dovette proseguire a piedi verso gli spogliatoi e nel tragitto fu bersaglio di ingiurie e minacce da parte di un gran numero di tifosi. L’intervento dei carabinieri permise a giocatori ed accompagnatori di entrare senza conseguenze fisiche allo stadio. La gara, ostica, premiò il Penne che vinse 3 a 1. Vittoriano Di Luzio in grande spolvero realizzò una doppietta, come segnala Camillo D’Angelo, il cronista de Il Messaggero che seguiva le vicende biancorosse.

Qualche giorno dopo fu sorteggiato l’avversario della Polisportiva Pennese: per gli ottavi di finale, l’Ischia. Per i tifosi si profilava la bella prospettiva di una gita nell’isola napoletana, circa l’aspetto tecnico Colangelo ed i suoi si interrogarono subito su che squadra fosse e le referenze parlarono di un avversario di una certa portata. La partita di andata si disputò a Penne. Pronti via, i vestini andarono subito a segno con una giocata di Enzo Di Federico il quale, ammonito da Stefano Lucarelli di Livorno (tornò al comunale due anni e mezzo dopo per dirigere in Interregionale un entusiasmante Penne-Chieti 3-2), dovette saltare il ritorno programmato per mercoledì 19 marzo 1980. I biancorossi avevano vinto con un solo gol di scarto, ma non avevano incassato reti. Un buon risultato, ma la trasferta nell’isola si preannunciava piuttosto calda. L’Ischia non era al comando del proprio girone, e dunque puntava molto sulla competizione. In casa si faceva rispettare, grazie anche a una tifoseria calda.

(Florideo Pilone)

Non aveva mai perso sul suo campo in terra battuta. La Polisportiva Pennese nel frattempo sconfisse in campionato l’Angizia Luco guidata da un esordiente Francesco Oddo che aveva giocato con i vestini dal 1969. Proveniva dal Pescara dove faceva parte di un gruppo di ribelli tenuto ai margini da Gianni Seghedoni poi sostituito da Mario Tontodonati (perse il derby a Chieti che lo vinse con gol di testa di Bianchini). Fu così che i biancazzurri lo diedero al Penne per un milione di lire. A ventitré anni, indossò la casacca biancorossa per diverse stagioni prima di trasferirsi all’Avezzano in quarta serie. E a Penne Oddo conobbe quella che sarebbe diventata sua moglie. Contro il suo Luco dei Marsi, la gara per lo squadrone pennese si mostrò piuttosto complicata, ma che comunque si risolse nella parte finale quando Florideo Pilone e Gianni Bianchini violarono la porta marsicana.

Cominciava la marcia di avvicinamento al ritorno di coppa. Appuntamento il 19 marzo. Sull’isola verde sbarcarono alcuni autobus e decine di auto provenienti da Penne: almeno 300 tifosi si stiparono nella tribuna dello stadio gremito in ogni ordine di posto. La squadra del presidente Carlo Cretara era giunta nell’isola da subito dopo la partita di campionato. L’Ischia calcio aveva invitato i biancorossi e vi era l’intesa di dar vita ad un gemellaggio istituzionale che poi non fu mai concretizzato. Il Penne alloggiò alla pensione-ristorante Vittoria, immersa nel bosco. “Un posto bellissimo ed accogliente. Ci misero a disposizione i mezzi per visitare l’isola e scoprimmo angoli meravigliosi”, ricorda Ettore Bianchi.

L’invasione biancorossa intanto prese corpo. I traghetti da Napoli sbarcarono gente carica di passione e con un pizzico di folklore. Nessuno volle mancare: dal popolare Mario Duttilo, a Luigino Colangeli, a Vincenzo Antonioli, all’imprenditore Venceslao Di Persio. In tribuna l’avvocato penalista avellinese Federico Sordillo: aveva casa a Ischia, già presidente del Milan, qualche mese più tardi sarà eletto presidente della Federcalcio e nel 1982 festeggiò il Mondiale, a Madrid. Subito una sorpresa alla lettura delle formazioni. Il volantino circolato allo stadio dava Di Federico in campo, ma non avrebbe potuto per via della squalifica. C’era poi il nome di Bianchini, ma al suo posto apparve invece Mauro Di Pietro che sarebbe dovuto partire dalla panchina.

Si seppe che Bianchini e Colangelo ebbero qualcosa da dirsi, e non furono complimenti. E quindi, davanti a Liberati, si schierarono Gioioso e Giannetti, Antonioli e Macrini; Di Primio, Palma, Vincenzo Pilone; mezzapunta Di Pietro, Florideo Pilone e Severo con il compito di offendere. Dopo una ventina di minuti di stallo, un cross piuttosto telefonato dalla trequarti destra e di destro di Macrini, mancino naturale, incocciò la testa di Florideo Pilone: il vento disegnò una traiettoria al traversone che così divenne più teso, Pilone incocciò la sfera tanto da beffare all’incrocio l’estremo di casa: fu il tripudio biancorosso. Florideo era l’uomo dei gol di rapina, abilissimo nello sfruttare mezze palle, mischie ed incertezze degli avversari. Insomma, una punta con i baffi: gli stessi portati anche da suo fratello Vincenzo e da Di Primio.

Florideo a ventitré anni aveva già un lavoro e sette mesi dopo si sarebbe sposato. All’Ischia servivano a quel punto tre reti per passare il turno dopo la sconfitta di misura dell’andata. Gli isolani pareggiarono, ma nonostante il lancio di varie monetine e di altri oggetti provenienti dalla curva degli ultras locali, Felice Liberati rimase tranquillo e la gara filò via liscia. A pochi minuti dal termine dall’altoparlante dello stadio venne diffuso un messaggio: la Tirrenia anticipava a subito dopo la partita la partenza di un traghetto per consentire ai numerosi tifosi ospiti di ripartire prima per il molo Beverello di Napoli. Un altro segnale di sensibilità. Al fischio finale di Giuseppe De Logu di Mazara del Vallo, anche lui con i suoi assistenti sulla nave straordinaria, la festa sancì l’impresa: il Penne si accomodava ai quarti di finale della Coppa Italia dilettanti. E in campionato era in un testa a testa con il San Salvo.      

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